L’altra storia del Sud. Napoli e Palermo, capitali contro

PALERMO E NAPOLI, CAPITALI CONTRO

di Michele Eugenio Di Carlo

Nella Sicilia del 1860, gli intellettuali, gli esponenti del decaduto ma ancora vitale baronato, gli esuli, preparavano da tempo il clima funzionale a liberarsi dalla dinastia borbonica. Tra i più attivi cospiratori vi erano i mazziniani Francesco Crispi e Rosolino Pilo; a Malta col consenso britannico agiva il modenese Nicola Fabrizi, mentre il siciliano ex mazziniano Giuseppe La Farina, segretario dell’Associazione Nazionale, in stretta amicizia con Cavour, si era piegato all’idea di un’unità d’Italia sotto le insegne di Casa Savoia, anticipando su questo piano Giuseppe Garibaldi.

Già in agosto Crispi era giunto in Sicilia con un falso passaporto, al fine di rassicurare i sovvertitori che Garibaldi e Mazzini avrebbero aderito appoggiando in pieno la loro lotta di liberazione. Il 27 novembre 1859, il capo della polizia Salvatore Maniscalco veniva pugnalato non mortalmente mentre entrava nella cattedrale di Palermo. Il barone Giovanni Riso, nel suo palazzo di via Toledo nel centro della città, organizzava feste danzanti allo scopo di favorire segretamente incontri tra congiurati.

Francesco II di Borbone, «stretto fra le mene di famiglia e gli intrighi del partito piemontese, sospettoso nei confronti di Napoleone III», intimorito dalle mire inglesi in Sicilia, decideva di chiedere un parere al Consiglio dei Ministri, il quale giungeva alla conclusione unanime che solo mezzi repressivi avrebbero garantito l’ordine pubblico. Pertanto, quando il Ministro della Polizia mostrò le prove di una vasta cospirazione siciliana contro la dinastia vennero eseguiti diversi arresti[1].

Salvatore Lupo, docente di Storia Contemporanea all’Università di Palermo, ha chiarito gli aspetti del profondo solco che separava Palermo da Napoli, capitali che nel 1816 contavano rispettivamente 114 e 322 mila abitanti. Con la Restaurazione del 1815 e il ritorno di Ferdinando I a Napoli, il modello amministrativo centralizzato francese non era stato disapplicato e non garantiva le periferie. Nel biennio1816-17, Foggia era la seconda città continentale del Regno con appena 20 mila abitanti; in un contesto demografico del genere Palermo non solo passava in secondo piano rispetto a Napoli, ma rischiava di perdere la supremazia isolana rispetto a città come Messina e Catania che già allora superavano i 40 mila abitanti[2].

A seguito dei moti carbonari del 1820, Ferdinando I aveva concesso una costituzione di tipo spagnolo, mentre Palermo mirava a tenersi stretta la Costituzione filo-aristocratica del 1812, oltre che una completa autonomia. Le città orientali della Sicilia si erano schierate contro Palermo, al fianco del governo costituzionale napoletano: «fu guerra civile dei siciliani contro i napoletani, e guerra civile dei siciliani tra loro»[3].

La nuova cospirazione siciliana era scattata all’alba del 4 aprile 1860, nella chiesa e nei magazzini della Gancia dei Frati Minori. Andrea Aveto, in “Cronache dell’Unità d’Italia[4], riporta il racconto della sollevazione siciliana tramite un articolo non firmato pubblicato il 29 aprile 1860 dal giornale «La Nazione», associato ad una nota di redazione riconducente l’autore ad «un’autorevole persona di Palermo» non meglio specificata. È una ricostruzione di parte che viene spedita ad un esule siciliano che, mantenendo l’anonimato, la trasmette alla direzione del giornale di Torino con l’evidente fine di mettere in primo piano la crudeltà della Polizia e dell’Esercito Regio borbonico, oltre che la crudezza di una repressione che si compie il 5 aprile a colpi di cannone con uccisione di donne e bambini, saccheggi, incendio di case, nel sobborgo meridionale di Palermo detto “i Porrazzi ”. La battaglia dei rivoltosi nei giorni seguenti si sposta nei sobborghi e nei villaggi. Il 6 aprile nel villaggio di Baida, l’8 aprile nei pressi della villa reale alla Favorita, il 9 aprile nei grossi comuni di Misilmeri e Bagheria, il 10 aprile a Mondello, l’11 aprile di nuovo a Baida, il 12 a Monreale, quando diventa chiaro al narratore stesso che i rivoltosi hanno perso e che la sollevazione promessa e auspicata dell’intera Sicilia non si è compiuta.

Il 15 aprile i tredici arrestati alla Gancia di bassa estrazione sociale vengono fucilati, mentre il barone Riso, il principe Giandinelli, il Cavaliere di San Giovanni, il Principino Monteleone, arrestati il 7 aprile, il Duca di Verduca arrestato alla vigilia dei moti, padre Ottavio Lanza arrestato l’11 aprile, non subiscono lo stesso trattamento. L’anonimo siciliano descrive anche una dimostrazione popolare pacifica avvenuta il 13 aprile a Palermo, alle ore 17 al grido generalizzato ed entusiastico di «Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele», non impedita misteriosamente dalle forze di polizia in una città già posta sotto stato d’assedio e circondata dall’esercito. Infine, l’articolo fa riferimento con soddisfazione alla circostanza che l’insurrezione, seppur fallita a Palermo, si mantiene viva nella provincia, contrastata dai «regii» che con «ferocia e rapacità» utilizzano da lontano le artiglierie, «ammazzando gli inermi e le donne»[5].

Giacinto De’ Sivo ha scritto che il Maniscalco era stato messo al corrente da un frate del convento della Gancia della sommossa, organizzata dal «fontanaio» Francesco Riso[6]. Lo scrittore di Maddaloni, documentatissimo sugli avvenimenti di quei giorni, ha accertato che durante la notte circa settanta rivoltosi erano stati fatti entrare dal frate portinaio nel giardino del convento, mentre altri, accortisi della presenza delle sentinelle, si erano dileguati temendo di essere scoperti. Ciononostante, alle cinque del mattino i congiurati aprivano il fuoco uccidendo il soldato regio Domenico Cipollone, la prima vittima degli scontri. Preso il convento, il “popolino” si dava al saccheggio, impedito dall’intervento dei soldati all’interno della chiesa[7].

Appena giunta a Napoli la notizia dei tredici arrestati alla Gancia, Francesco II dava disposizioni affinché fosse loro concessa la grazia e fossero perdonati coloro che spontaneamente deponevano le armi. Non sarebbe andata come Francesco II aveva raccomandato; infatti il 13 aprile, la manifestazione descritta dell’anonimo siciliano su «La Nazione» (ridotta da de’ Sivo a 200 persone disperse dalla polizia) e l’eventualità di un tumulto previsto per il giorno 15, spinsero verso la convocazione di un Consiglio di Guerra e la condanna a morte dei tredici arrestati, quantunque Francesco II avesse prospettato una soluzione diversa [8].

Gli scontri nel territorio di Palermo terminavano il 18 aprile a Carini con una grave sconfitta dei rivoltosi.

Nemmeno un mese dopo, la Gran Bretagna, armando Garibaldi, non rinuncerà al pieno controllo della Sicilia e del Mediterraneo.

[1] H. ACTON, Gli ultimi borboni di Napoli (1825-1861), cit., pp. 476-484.

[2] S. LUPO, L’unificazione italiana, Roma, Donzelli Editore, 2011, pp. 31-31.

[3] Ivi, pp. 32-33.

[4][4] A. AVETO (a cura di), Cronache dell’Unità d’Italia. Articoli e corrispondenze 1859-1861, Milano, Mondadori Editore, 2011.

[5] Ivi, pp. 138-143.

[6] G. DE’ SIVO, Storia delle Due Sicilie, vol. II, Napoli, Grimaldi § C. Editori, 2016, p. 37.

[7] Ivi, p. 38.

[8] Ivi, pp. 43-44.

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