L’altra storia del Sud. Misefari, l’anarchico di Calabria

Di Bruno Misefari esistevano, fino ad ora, due biografie: una scritta dalla moglie, Pia Zanolli (L’anarchico di Calabria, Milano 1967), l’altra dal fratello Enzo (Bruno biografia di un fratello, Milano 1989).

Come spesso capita quando si scrive di un familiare, mi pare inutile dirlo, gli interessi personali impediscono un’obiettiva valutazione dei fatti narrati e, inevitabilmente, si cade nell’agiografia; se, poi, i rapporti tra i due biografi sono intorbiditi da rancori e astio reciproco, sovente le narrazioni non sempre concordano e assumono sfumature diverse, pur nel comune intento di celebrare le “virtù eroiche” del caro congiunto. Gli scritti dei due cognati Misefari-Zanolli confermano tale assunto, ma la narrazione dei fatti caratterizzanti la vita di Bruno si è ulteriormente ingarbugliata quando giornalisti e politici di parte, hanno cominciato a scrivere dell’anarchico di Palizzi con intenti celebrativi, senza procedere prima a un’attenta analisi dei suoi scritti e del suo operato, affidandosi al “sentito dire” o a quanto già scritto da chi, per amore o affetto fraterno, non era riuscito o potuto dare una univoca e inconfutabile lettura degli eventi. Misefari è diventato, negli scritti di chi intendeva celebrarlo, oltre che ingegnere e anarchico, filosofo, poeta e … chi più ne ha più ne metta. È vero, scrisse poesie, ma più di un critico le considerò inconsistenti e addirittura Ada Negri consigliò in maniera perentoria dimetterle in un cassetto «fornito anche di chiave»; prima della laurea, in una lettera alla moglie, egli stesso, dichiarò la sua propensione agli studi letterari e filosofici: «Io – per questa maledetta ingegneria – calpesto il mio cervello. Se non fosse per te, Pia, già sarei iscritto a filosofia», ma si era iscritto alla facoltà d’ingegneria, forse spinto dal padre, sacrificando la sua libertà anarchica, cioè alla facoltà di vivere, di muoversi, di agire in modo autonomo, secondo la propria volontà e la propria natura, senza essere sottoposto a limitazioni e costrizioni di alcun tipo, solo perché, dopo il terremoto del 1908, una città distrutta come era Reggio Calabria garantiva il lavoro a un ingegnere.

Nei suoi scritti si ha quasi l’impressione che siano stati gli eventi, indipendentemente dalla sua volontà, a fare di lui un anarchico e che egli visse da anarchico sì, specialmente fino all’avvento del fascismo, ma tra mille contraddizioni e compromessi.

Alla schiera di adulatori per interesse o per partito preso non si associa Giuseppe Tripodi che, pur avendo avuto dimestichezza con Enzo Misefari, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, e aver frequentato, insieme alla moglie, la casa Pia Zanolli a Roma, dal 1977 alla sua morte, con puntigliosità, ha voluto mettere il dito nella piaga del costato di chi, narcisisticamente, si era identificato con San Sebastiano o preteso di essere stato perseguitato come Cristo.

Tripodi, prima di mettere nero su bianco, ha proceduto a un meticoloso studio del fascicolo riguardante Misefari conservato presso il Casellario Politico Centrale dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, di quello sui Confinati politici a Ponza, presso l’Archivio di Stato di Latina, dei documenti contenuti nel Fondo Bruno Misefari consegnato dalla Zanolli alla “Fondazione Lelio e Lisli Basso ISSOCO” di Roma e di decine di altri documenti sparsi nei vari archivi. Solo dopo tale certosina ricerca ha ritenuto di poter dire la sua sulla vita del “più illustre cittadino di Palizzi”.

L’invenzione del ribelle, fresco di stampa per i tipi delle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, dimostra che il suo autore, per meglio comprendere una vicenda esistenziale della quale si sentiva intellettualmente attratto, non si è limitato alla lettura della narrazione fatta da persone che pure gli erano diventate familiari e care, ma convinto che la storia non può fondarsi soltanto su fonti orali, specialmente quando esse provengono da testimoni direttamente coinvolte, con in mente il famoso detto calabrese “carta canta”, ha deciso di confidare soltanto su documenti scritti.

Sin dall’inizio della sua indagine non gli è parso di non poter sempre condividere i ritratti apologetici che facevano di Bruno Misefari l’anarchico puro, disposto alla morte per combattere l’arroganza dei forti e sottrarre i deboli alla sottomissione. La curiosità dello studioso attento lo fece diventare un topo di archivio ed ha cominciato a ricercare, studiare e ordinare lettere private o inviate alle autorità, documenti richiesti e rilasciati dalle istituzioni, atti giuridici che riguardavano quel personaggio per molti aspetti rimasto nell’ombra, anche se, in alcuni ambienti celebrato come il cavaliere senza macchia e senza paura.

Non ha impiegato molto a scoprire che l’origine dell’impegno politico di Bruno Misefari andava ricercata nella diretta constatazione delle ingiustizie sociali nella Calabria di allora, in cui o si diventava briganti o si sceglieva la via dell’emigrazione, e nella frequentazione del giovane di Palizzi, studente a Reggio Calabria, con il maceratese Giuseppe Berti, professore all’Istituto Tecnico “Piria”.

Bruno aveva solo18 anni quando, per una giovanile leggerezza, entrò nella grande famiglia dei sovversivi italiani: al Casellario Politico Centrale fu aperto un fascicolo a suo nome perché risultava in un elenco di sottoscrizioni inviate alla stampa anarchica. Fu l’incipit di piccoli processi e di non gravi condanne per atteggiamenti antimilitaristi, come per la distribuzione volantini inneggianti alla ribellione contro l’intervento militare in Libia, ma dal banco degli imputati, non rivendicò la giustezza della sua condotta, né usò la sua posizione per ribadire le sue ideologie, anzi cercò di giustificarsi con evidenti espedienti vari. Quei giovanili incidenti che, certo, segnarono il corso della sua esistenza, furono artatamente amplificati nelle biografie ufficiali scritte post mortem.

Indicativi dell’indole e, forse, dell’impulsività esistenziale di un uomo che visse certamente in maniera intensa, anche se talora nella confusione, in un’ansia incontrollata di realizzazione, sono due momenti: la guerra e la diserzione, la laurea e i tentativi imprenditoriali, in una realtà storica come quella dei primi decenni del secolo scorso, fatta di grande sviluppo tecnico e grandi arretratezze, di grande orgoglio e grande irresponsabilità.

La puntigliosa ricerca di Tripodi dimostra che l’antimilitarismo, aspetto importante della lotta anarchica, al contrario di quanto qualcuno ebbe a sostenere, non impedì a Misefari di indossare la divisa di soldato ed egli fu arruolato nel giugno 1915 e partecipò al Corso Allievi Ufficiali, anche se, nel Diario di un disertore, alla data 29 maggio 1915, cercò di giustificarsi sostenendo di non aver saputo opporsi a «lacrime materne e paterne preghiere […] pur avendo coscienza di compiere una viltà dinanzi a me stesso». Affettività meridionale e incapacità di contraddire in propri genitori? Anche se fosse così, e appare verosimile, l’immagine dell’anarchico dalla fede adamantina ne esce, comunque, ridimensionata.

Alla fine del Corso Allievi Ufficiali, durante una licenza a Reggio Calabria, l’orgoglio anarchico sembrò risvegliarsi e Misefari partecipò al comizio antimilitarista del 5 marzo 1916, poi si diede alla diserzione, ma leggendo il libro di Tripodi pare anche legittimo pensare che la destinazione al teatro di guerra gli dovette apparire ormai indifferibile e si rifugiò in Svizzera, dove già viveva un altro disertore calabrese, Francesco Misiano, di cui era amico sin dall’adolescenza.

A Zurigo conobbe Pia Zanolli e fu amore a prima vista, si fece subito strada nella galassia degli emigrati, ebbe la possibilità di scrivere sul giornale “Il risveglio”, tenne conferenze ed ospitò altri anarchici disertori e certo in quel periodo partecipò attivamente ad attività politiche tanto da consolidare la sua fama di ribelle e, espulso da quello stato, dover riparare in Germania.

Tripodi registra puntigliosamente la sorveglianza poliziesca subita dall’anarchico palizzese sin dal momento in cui, nel 1919, egli rientrò in Italia, ma leggendo L’invenzione di un ribelle si ha la netta sensazione che il suolo patrio abbia attenuato il fuoco della fede anarchica e ridestato in lui l’ansia di realizzazione: sostenne gli esami universitari e nel 1923 conseguì la laurea, coronando il sogno della famiglia.

Da quel momento, si legge chiaramente dell’opera di Giuseppe Tripodi, cominciò un processo di completo allontanamento dagli ambienti politici, fino a quando, negli anni che vanno dal 1926 al 1936, l’immagine di cavaliere anarchico data dai suoi biografi scolorì completamente. Proprio nel 1926 si costituì, a Reggio, sotto la sua direzione tecnica, la “Società Vetraria Calabrese” della quale il gerarca Fascista Giuseppe Zagarella di Villa San Giovanni assunse la presidenza e Nicola Siles, già deputato del Partito Popolare, ma ritiratosi dalla vita politica per non entrare in conflitto con il regime fascista, l’amministrazione. Forse furono gli scarsi risultati che il 1 ottobre1928 spinsero l’ingegnere ormai ex anarchico, a rivolgersi, da buon calabrese, al potente corregionale di turno, Michele Bianchi, quadrumviro della marcia fascista su Roma e, in quel momento, sottosegretario longa manus di Mussolini, titolare del ministero degli interni. Forse, in quell’occasione, non ottenne i favori desiderati e la Captatio benevolentiae nei confronti del fascismo, alla quale le autorità non si dimostravano insensibili non riuscì ad evitargli il confino a Ponza quando incautamente, il 30 marzo 1931, nell’elogio funebre al suo amico Zagarella, senza pensare alle conseguenze, forse per la sua impulsività e non certo per motivi politici, descrisse la società come «una landa deserta in cui larve di uomini, non uomini, armati di veleni e di pugnali, di corruzioni e di tradimenti, s’inseguono e s’accapigliano, si straziano e si uccidono tra loro». Quel di scorso fu considerato prova «del suo irriducibile attaccamento alle teorie anarchiche».

A Ponza come si desume dal carteggio Confinati Politici Ponza, depositato nell’Archivio di Stato di Latina, Bruno arrivò il 17 luglio 1931, ma il suo fu un confino all’acqua di rose: grazie all’amicizia di due importanti personaggi calabresi, il Console della Milizia fascista Pompilio De Vecchis e il segretario dei fasci e medico condotto dott. Giuseppe Abruzzese, riuscì presto a sganciare la sua vita da quella degli altri confinati, a sottrarsi agli obblighi imposti, ad ottenere, dal comune di Ponza, l’incarico di dirigere progetti e lavori vari e, di conseguenza, la libertà di muoversi sull’isola, al contrario degli atri coatti, di ricevette la visita del fratello, persino di convivere con Pia e di ottenere frequenti licenze per tornare a Reggio Calabria dove, durante una delle sue permanenze, gli giunse la notizia che Mussolini, nella ricorrenza del decennale della marcia su Roma, gli aveva concesso la grazia.

Tornato in libertà si dedicò completamente e con ogni mezzo al tentativo di avviare lo sfruttamento industriale di un giacimento di quarzo che aveva trovato, nel 1930, a Davoli in Provincia di Catanzaro e per perseguire i suoi fini, il 4 marzo 1934, giunse a pronunciare una vera e propria abiura: davanti al Vice Questore Guido Leto, futuro potente capo dell’OVRA, fece mettere a verbale che egli «fin dal 1923 non esplica più attività politica e ciò, oltreché per ragioni attinenti alla sua professione, anche perché quale militante delle vecchie file del sindacalismo, ha sentito di stare in benevola attesa dello sviluppo del programma sindacalista e corporativo progettato dal Governo per la cui realizzazione vuole anche egli contribuire colla sua ininterrotta opera di valorizzatore delle ricchezze del sottosuolo nazionale e, particolarmente, calabrese». Anche quel tentativo imprenditoriale sfociò però in un contenzioso che vide coinvolte diverse famiglie, in un ghirigoro di lettere anonime e d’insinuazioni, che si protrasse fino alla sua morte, e di petizioni alle gerarchie di regime e allo stesso Mussolini, nonostante Sebastien Faure avesse predicato che l’anarchico deve negare l’autorità e combattere contro di essa.

Negli ultimi anni della vita di Bruno Misefari, la figura del ferreo anarchico scomparve completamente ed emerse quella dell’ingegnere calabrese, borghese, pronto a tutto, che viaggiava in un’auto guidata dalla moglie rimastigli complice fedele in tutte le avversità che, per aiutarlo, era riuscita a guadagnarsi la fiducia del finanziere svizzero Spinner che non ebbe né la fortuna di veder realizzati i progetti da lui finanziati in Calabria né di ricevere la restituzione dei capitali incautamente investiti. Di quei grandiosi progetti industriali partoriti da una mente, certo vivace, di un probabile megalomane idealista non se ne parlò più.

Giuseppe tripodi non ha esitato, da studioso, a correggere le sue valutazioni sulla vita dell’”anarchico di Calabria” e, raccogliendo e pubblicando le carte che, inconfutabilmente, “cantano” la verità, ha prodotto un documento che permetterà, andando a Palizzi, di guardare con occhi nuovi quell’urna di travertino «deposta in un anfratto spalancato nel basalto della rocca sveva, a lato del municipio di fronte alla marina classica del Jonio», il 3 novembre 1973, con sopra incise le parole di una superba epigrafe dettata dallo stesso Misefari: «M’è questa notte eterna assai men grave / del dì che mi mostrò viltà di forti / e pecorilità di plebi schiavi. Lungi da qui il pianto sto ben coi morti».

Giuseppe Antonio Martino

Giuseppe Tripodi

L’invenzione del ribelle

Vita tortuosa di Bruno Misefari (1892-1936), cosiddettoanarchico di Calabria

Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2020

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