L’altra storia del Sud. I lazzari napoletani contro Napoleone

Chi furono gli Insorgenti? Risponde Marco Invernizzi, studioso della storia del movimento cattolico in Italia. «Il carattere popolare delle Insorgenze […]testimonia come proprio i semplici, i più umili, quelli che oggi vengono indicati come gli ‘ultimi’, saranno i più estranei alle nuove idee rivoluzionarie portate in Italia dalle baionette dell’esercito francese, così come dimostra che il popolo non aveva perso la fede, ma continuava a restare legato a una concezione della vita, a una cultura orientata dal cristianesimo anche nelle sue manifestazioni sociali e politiche». (Introduzione alla “Guida introduttiva alle INSORGENZE CONTRO-RIVOLUZIONARIE IN ITALIA. Durante il dominio napoleonico (1796-1815), di Francesco Mario Agnoli, Mimep-Docete 1996)
Alla guida degli insorti spesso si trovano contadini e nobili insieme, artigiani e commercianti. Sono definiti “capomassa”, e quindi il loro esercito, “massa cristiana”, composta dalle classi più modeste della società. Sono quelle che abitualmente i benestanti, i giacobini intellettuali, i borghesi li definiva “popolaccio”, “plebe”, “briganti”. Sono termini usati per spogliare l’Insorgenza «della sua essenziale natura di spontaneo moto popolare antirivoluzionario».


Tuttavia la maggior parte degli Insorgenti era composta dagli abitanti delle campagne, soprattutto da contadini. Del resto scrive Agnoli: «era inevitabile che in una società, come quella italiana, ma anche europea, dell’epoca, nella quale le classi rurali rappresentavano circa il 90% della popolazione[…]». Tra l’altro anche gli eserciti di Napoleone arruolati con la forza attraverso le coscrizioni obbligatorie, era composta da contadini.
Certo l’insorgenza nasce nelle campagna, ma questo non significa che nei centri urbani, nelle città, la gente non fosse contraria alla Rivoluzione e meno attaccati alla loro fede e alle loro tradizioni religiose. Qui le rivolte erano più difficili per la presenza massiccia di truppe francesi. Tuttavia a Napoli (allora di gran lunga la città più popolosa d’Italia e una delle più popolose d’Europa) nel gennaio del 1799, decine di migliaia di abitanti (i lazzari) si solleva e resistettero per tre giorni al fuoco delle truppe francesi.
Comunque sia occorre fare una precisazione, la storiografia di origine marxista, volle vedere nell’Insorgenza una forma, seppure primitiva, di lotta di classe sociale, ma questo è assurdo. Lo chiarisce il nostro Francesco Mario Agnoli, «L’intento degli insorgenti, al Nord come al Sud, non fu mai quello di ribaltare o modificare l’assetto sociale, che anzi si voleva ad ogni costo conservare, né di giungere ad una nuova e diversa ripartizione delle ricchezze e nessuno pensò mai di rinfacciare di ‘tenere pane e vino’ agli aristocratici o agli stessi borghesi che, condividendo con i più umili popolani l’avversione per la rivoluzione, le nuove idee e i nuovi governi, si battevano al loro fianco e, a volte, alla loro testa».
Infatti si precisa che nell’insorgenza italiana, ma anche in quella vandeana, «alla guida degli insorti si trovano frequentemente affiancati un nobile e un contadino, un piccolo artigiano o un modesto commerciante». Questa è una caratteristica che la si ritrova subito nelle primissime insorgenza della primavera del 1796, come quelle del Pavese, dove il capomastro Natale Barbieri, poi fucilato dopo essere stato ridotto in fin di vita a bastonate, è affiancato dal conte Giuseppe Gambarana. Ma anche a Lugo di Romagna avviene la stessa cosa, il capo degli insorti e Francesco Mongardini, detto “il Morone”, di professione fabbro, e il conte Matteo Manzoni.
Andreas Hofer, il leggendario comandante dell’insorgenza tirolese del 1809 è un oste della Val Passiria. Scrive Agnoli, «[…] viene considerato nei paesi di lingua tedesca come un eroe germanico, ma in realtà rappresenta un modello per tutte le Insorgenze europee e non è estraneo, anzi direttamente partecipe a quella italiana, dal momento che con lui si battevano anche gli insorti trentini […] è soprattutto un eroe cristiano».
Assai meno noti di Hofer sono i capi degli insorgenti della Savoia e del Piemonte, chiamati barbets, fra i quali vanno ricordati Antonio Francesco Richier detto Contin e il milanese Branda Lucioni, maggiore dell’esercito austriaco, che nel 1799 alla guida della “massa cristiana”, forte di oltre 6.000 uomini, ha contribuito insieme all’esercito austro-russo guidato dal generale Suvorv, di sconfiggere l’esercito francese. In Liguria, il personaggio di maggior rilievo dell’insorgenza ligure, fu un aristocratico, Luigi Domenico Assereto. Nel 1800 partecipò insieme a diecimila insorgenti all’assedio di Genova, dove i francesi del generale Massena e i giacobini italiani, tra cui Ugo Foscolo, erano rinchiusi.
Nelle Legazioni Pontificie di Bologna, Ravenna e Ferrara, qui forse compaiono per la prima volta, il nome di insurzent, a Cento, San Giovanni in Persiceto.


L’insorgenza in Toscana con i “Viva Maria” ufficiale insieme a quella napoletana sono quelle che la storiografia ha avuto maggiore difficoltà a celare. Fra i militari si distinse il maggiore Lorenzo Mari di Montevarchi, insieme alla moglie, Cassandra Cini, affettuosamente ribattezzata Sandrina dagli insorti, che la vedevano partecipare, a cavallo e in uniforme di dragone, alle loro battaglie.
Al Sud abbiamo al comando dei rivoltosi, un uomo di Chiesa, il cardinale Fabrizio Ruffo. In soli quattro mesi, con i volontari dell’Armata della Santa Fede, in tutto da cinquanta a centomila uomini (contadini, montanari, popolani delle città via via liberate, soldati dispersi dell’esercito regolare, un piccolo contingente inglese e un altro russo e persino 84 turchi al comando del capitano Acmet), il cardinale compì il miracolo di riconquistare il regno a Ferdinando IV di Borbone.
Merita qualche parola anche il personaggio misterioso Giuseppe Lahoz, ufficiale austriaco, passato ai francesi. Nel 1799 con circa 400 uomini passò all’Insorgenza e addirittura fu nominato Generale Supremo degli Insorgenti d’Italia. In questa nuova veste riuscì a riunire ai propri ordini i più importanti capimassa delle Marche, dell’Abruzzo e dopo aver inflitto diverse sconfitte ai francesi, a Macerata, fondò una “Reggenza Provvisoria Imperiale, Regia e Pontificia”. Per Agnoli dal nome si potrebbe intravedere il disegno di una unione di tipo federativo dell’Italia. Tuttavia il progetto fallì perchè lo stesso Lahoz fu ucciso mentre partecipava all’assedio di Ancona. Naturalmente ci sono tanti altri nomi dei capimassa, forse il più celebre è Michele Pezza, chiamato fra’ Diavolo.
Poi c’erano i giacobini locali, molto pochi, e secondo Agnoli, questi erano i più preparati, avevano capito prima di tutti, cosa stava succedendo. «Costoro si sentivano spiritualmente fratelli, anzi cittadini della medesima repubblica, degli invasori francesi e, quindi, erano pronti a mettersi con entusiasmo al loro servizio per collaborare al trionfo delle comuni idee rivoluzionari».
Sostanzialmente i giacobini, scrive Agnoli, «come dopo di loro i comunisti e nazionalsocialisti, miravano al mutamento del genere umano, alla costruzione dell’uomo nuovo, progetti che incontravano nella religione cristiana un insuperabile ostacolo».
La guerra ingaggiata in quegli anni, fu una guerra di Religione, il popolo lo capì prima di tutti gli altri e non potè restare indifferente, come altre volte nella Storia, questa volta erano in gioco le tradizioni, i loro costumi, la loro Fede. Non si trattava di sostituire una dinastia con un’altra, un regno con una repubblica, un governo aristocratico con uno democratico. Gli scontri degli eserciti sui campi di battaglia rappresentavano uno scontro culturale tra due concezioni della vita: la Rivoluzione e la Controrivoluzione.
Gli Insorgenti per Invernizzi, «erano italiani ma non nazionalisti, nel senso che non provavano grandi difficoltà a vivere nell’Impero laddove c’era l’Impero come nel Lombardo-Veneto, oppure nello Stato pontificio, o sotto la dinastia borbonica nel Regno delle Due Sicilie. Essi si sentivano italiani, anche se appartenevano a una nazione con più Stati […] I valori per i quali gli insorgenti presero le armi erano da essi sentiti non soltanto come idee, ma soprattutto come principi incarnati in una civiltà che veniva aggredita […]».
Infine qualche parola sul comportamento del clero. Le gerarchie ecclesiastiche, generalmente prudenti, spaventati dalla rapidità delle vittorie dei francesi e quindi faceva ritenere inutile qualsiasi resistenza. All’inizio attesero gli eventi, nella speranza di trovare nei vincitori, come era accaduto nel passato, un accomodamento che salvasse i principi della Religione. Anzi qualcuno di loro aveva visto nei francesi dei “liberatori”, e quindi collaborò con loro, come l’arcivescovo di Ravenna.
Invece rimasero saldi nella Fede, il basso clero, i parroci, proprio perché vicini al popolo, scoprirono l’inganno delle nuove idee propagandate dai Giacobini, intuiscono la natura radicalmente anticristiana di questi principi. Pertanto non accettarono di collaborare con gli invasori. Secondo Agnoli, «[…] si rendevano conto dell’impossibilità di far passare per legittime autorità quei municipalisti, quei rappresentanti del Comitato Esecutivo che, oltre a spogliare le chiese degli ori e degli argenti offerti dalla devozione popolare e delle stesse statue dei santi, scacciavano dai loro conventi i frati e le suore, vietavano le processioni, il suono della campane e ogni altra cerimonia della tradizione cattolica e pretendevano di confinare la religione all’interno delle chiese(anzi delle chiese non requisite per gli alloggiamenti militari e le altre necessità delle truppe)».
Del resto come potevano collaborare, quando avevano visto esiliato e incarcerato il loro Capo, il Papa.
Per il momento mi fermo ritornerò sul tema affrontando la questione delle tre correnti storiografiche che hanno affrontato il fenomeno delle insorgenze italiane.

DOMENICO BONVEGNA

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