di Michele Eugenio Di Carlo

Dopo la guerra di Crimea e la sconfitta russa, l’accordo di pace siglato a Parigi il 30 marzo 1856 sanciva l’autonomia di Moldavia e Valacchia, la cessione da parte russa della Bessarabia meridionale alla Moldavia, la tutela dei diritti dei cristiani nell’Impero Ottomano e disponeva la libera circolazione del fiume Danubio secondo principi concordati durante il Congresso. Inoltre, la circolazione del Mar Nero era liberata da ogni restrizione in riferimento alla marina mercantile ed era smilitarizzata, cioè vietata alle navi da guerra di qualsiasi nazionalità. Nel protocollo di pace si faceva impropriamente riferimento agli Stati italiani, al fine di ribadire la necessità di avere regimi più tolleranti, in particolare per quanto riguardava il Regno delle Due Sicilie.

Lo storico Giacinto de’ Sivo concludeva in chiave sarcastica che «il mondo vide una gran guerra fatta a difesa del Turco, chiudersi con solenne atto minacciante il papa», mentre «l’Italia presentì ch’aveva ad essere travagliata col consiglio, con l’oro, e col consenso Anglo-Francese» e «l’Europa capì quella pace essere dichiarazione di guerra»[1].

Napoli – via dei Tribunali (foto Di Carlo)

Emidio Antonini, ambasciatore di Napoli a Parigi, inoltrava immediate proteste a Walewski e notificava l’indignazione della Corte di Caserta per aver permesso a rappresentanti piemontesi di esprimere giudizi negativi su stati che non erano sotto il protettorato di Torino, ma a buon diritto del tutto indipendenti. Tuttavia Walewski, che era anche il presidente del Congresso, si limitava a ribadire il punto di vista francese sull’opportunità di concordare con le grandi Potenze le debite riforme. La risposta di Ferdinando II, dettata ad Antonini il 5 maggio, manifestava tutta l’amarezza per la diffusione mediatica di prese di posizione e conclusioni che non potevano che rimettere in agitazione gli attentatori della monarchia borbonica[2].

La risposta francese, basata sull’evidenza che piccole e medie nazioni dovevano necessariamente sottostare alle ingerenze delle grandi («il Regno delle Sicilie deve sapere che soffrirà sempre una pressione Francese o Inglese»), era l’occasione per puntualizzare che finalmente Walewski aveva dimostrato quale fosse la vera natura delle pressioni franco-britanniche nei confronti della monarchia borbonica: essa non consisteva nell’attacco ad un governo ritenuto cattivo e dispotico, «negazione di Dio», ma nell’arroganza delle due più grandi Potenze che pretendevano pretestuosamente «che il regno servisse all’uno o all’altro». E non mancava a Gran Bretagna e Francia la «stizza del vederlo non servire a nessuno», mentre l’«italianissimo Piemonte, servo di tutti e due, meritava simpatie e aiuti, perché tutta s’asservasse l’Italia»[3].

I “consigli” interessati di Francia e Gran Bretagna continuavano ad essere trasmessi dagli ambasciatori Brenier e Temple tramite Antonini, finendo sempre per essere sdegnosamente respinti da Ferdinando II, nonostante gli sforzi di mediazione di San Pietroburgo, che lungo la scia di avvicinamento a Parigi consigliava Ferdinando II di scarcerare con decisione autonoma i principali prigionieri politici.

In settembre tornava in discussione l’ipotesi di aggressione militare franco-britannica al Regno delle Due Sicilie, mediante l’utilizzo della flotta navale da guerra nel golfo di Napoli.

Ferdinando II, irremovibile e inflessibile, rispondeva di non «poter riconoscere nessuna dipendenza del reame dallo straniero». Il Re avrebbe continuato a «perdonare chi pentito grazia chiedesse»; non reputava di dover «concederla a chi pertinace non la chiede né la vuole, ma la fa imporre da possenti stranieri»[4].

Nonostante i buoni uffici di Austria e Russia e la piena disponibilità della Francia ad agire a tutela del Regno delle Due Sicilie nei confronti della Gran Bretagna, Ferdinando II restava fermo nella convinzione che, qualora fossero state concesse alcune riforme e decisa la scarcerazione di alcuni dei maggiori nemici politici, i rivoluzionari l’avrebbero intesa come un segno di debolezza e ne avrebbero tratto ulteriore forza e vigore. Pertanto, la Corte di Caserta rifiutava i tentativi di mediazione austriaci e russi e declinava l’invito francese.

Napoli – Obelisco di San Gennaro (foto Di Carlo)

La spedizione navale punitiva nel Golfo di Napoli allo stato delle cose sembrava inevitabile, oltre che fortemente auspicava e sostenuta da Cavour, il quale avrebbe voluto farne parte con una propria squadra navale. La preoccupazione per possibili conseguenze militari su più larga scala a livello europeo, consigliarono i governanti francesi e inglesi di andare incontro ad una banale e meno impegnativa rottura dei rapporti diplomatici con Napoli.

Un articolo, apparso a Parigi sul «Moniteur» del 20 ottobre 1856, ribadiva la condanna di un governo che negava «clemenza e riforme» e il cui «rigore» agitava l’Italia e comprometteva la pace in Europa, confermando quanto Walewski aveva riferito ad Antonini: «Napoli deve sottostare o a Francia o ad Inghilterra; e deve impedire non si congiungessero a suo danno».

Pur essendone consapevole, Ferdinando II, pur di non diventare «servo ed ingrato» non fece nulla per evitare quella nefasta congiunzione che qualche anno dopo sarebbe risultata nefasta per il Regno delle Due Sicilie.

Il Primo Ministro inglese Palmerston, conscio del pericolo murattiano, nonostante «la flotta francese già dimorante ad Aiaccio», rinunciò alla spedizione punitiva contro Napoli[5], preferendo la via della rottura diplomatica.

Il 21 ottobre, tolte le insegne, le delegazioni francesi e inglesi lasciavano Napoli con la speranza vana di provocare una reazione popolare di simpatia promossa dai liberali, ma «i Napoletani non si scomodarono neppure a levarsi il cappello»[6].

Cavour, che aveva sostenuto l’intervento contro Napoli, a metà novembre, visto che Ferdinando II aveva resistito alle arroganti pressioni e alle brutali intimidazioni franco-britanniche, propose un riavvicinamento al Piemonte. Giuseppe Canofari, il rappresentante napoletano a Torino, rispose con le seguenti parole: «Il re non è disgiunto da Torino, ma questo dal re. Napoli non ricetta nemici di Torino, non ha officine occulte e riconosciute di calunnie e macchinazioni sistematiche per rivoltare Sardegna»[7].

Il Conte, secondo la tesi di Nicola Bianchi[8], diventato pessimista sulla concreta volontà di Palmerston e di Napoleone III di favorire i disegni egemonici del Regno Sardo, era preoccupato «che un successo del movimento insurrezionale a Napoli, promosso dal partito mazziniano o dalla fazione di Murat potesse pregiudicare i disegni di Casa Savoia», tentava di far quadrato contro un’eventuale, quanto credibile, «deriva eversiva»[9].

L’ambasciatore Canofari trasmise al ministro Carafa un preciso resoconto sull’incontro avuto con Cavour che conteneva anche sue personali considerazioni comprovanti la scarsa considerazione e l’assoluta sfiducia nei riguardi del Primo Ministro piemontese[10].

Per Napoli la politica aggressiva e spregiudicata del Regno Sardo non era meritevole di considerazione, anche perché oltretutto cozzava frontalmente con quella borbonica attenta al rispetto del diritto internazionale, improntata al rispetto di valori e principi, rispettosa della tradizione cristiana e del Papa che la incarnava, non sollecita a cambi improvvisi e immotivati del sistema di alleanze al solo fine di assecondare le maggiori Potenze straniere. Ferdinando II, tramite il ministro Carafa e l’ambasciatore Canofari, rispose in via ultimativa il 9 dicembre che il suo governo desiderava buoni rapporti con tutti e «che niuno s’impacci de’ suoi fatti interni»[11].

Secondo de’ Sivo, dopo questa ennesima prova di forza e di orgogliosa autonomia dalle grandi Potenze, incominciarono per Ferdinando II «le insidie in lunga serie» che avrebbero finito per punire la pretesa di indipendenza di quella che era considerata solo una media Potenza. Con l’uso della «forza sarebbe caduto un re, con le insidie si precipitò la nazione […] col sangue e con la roba di nove milioni d’uomini innocenti».

[1] G. DE’ SIVO, Storia delle Due Sicilie, Napoli, Grimaldi § C. Editori. 2016, pp. 414.

[2] Ivi, p. 415.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 420.

[5] Ivi, p. 423.

[6] Ivi, p. 422.

[7] Ivi, p. 424.

[8] N. BIANCHI, Il Conte Camillo di Cavour. Documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografica Editrice, 1963, pp. 46-47.

[9] E. DI RIENZO, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee 1830-1861, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2012, pp. 88-89.

[10] Le considerazioni di Canofari sono riportate nel testo di E. DI RIENZO, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee 1830-1861, cit., p. 89; tratte dal testo di N. BIANCHI, Il Conte Camillo di Cavour. Documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografica Editrice, 1963, pp. 46-47.

[11] G. DE’ SIVO, Storia delle Due Sicilie, cit., p. 424.

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