di Michele Eugenio Di Carlo

Napoleone Colajanni nasceva a Enna (allora Castrogiovanni) il 28 aprile del 1847 da una famiglia benestante, dedita all’estrazione dello zolfo. Cresciuto nel mito di Garibaldi, appena tredicenne lo raggiungeva da volontario dopo lo sbarco a Marsala. Nell’estate del 1862 partecipava allo scontro sull’Aspromonte, catturato veniva trasferito nel carcere di Savona, dove era trattenuto fino alla concessione di un’amnistia. Dopo la battaglia di Bezzecca dell’estate del 1866, a cui aveva partecipato, si trasferiva a Genova, dove prendeva la licenza liceale e si iscriveva alla facoltà di Medicina[1].

Trasferitosi a Napoli, viene nuovamente arrestato con l’accusa di aver cospirato contro lo Stato insieme ai repubblicani dell’epoca e trascorre quasi per intero l’anno 1869 in carcere. Ripresi gli studi si laurea nel 1871 ed inizia ad approfondire gli studi di antropologia criminale sostenendo, in aperta polemica con Cesare Lombroso, Ferri Enrico, Alfredo Niceforo, che la criminalità nel Mezzogiorno non proviene da tare genetiche, ma dalle pessime condizioni sociali e materiali che avevano trovato indifferenti i primi governi unitari, mentre le popolazioni rurali, prive di diritti e tenute in miseria, venivano sfruttate dai ceti agrari dominanti.

Figura 1. Napoleone Colajanni

Eletto in parlamento nel 1890, l’intellettuale siciliano sarà rieletto per dieci legislature, fino alla morte avvenuta nel 1921. Nel 1895 sarà tra i fondatori del Partito Repubblicano Italiano; un partito che, insieme al Partito Socialista e a quello Radicale, farà parte della compagine parlamentare denominata Estrema Sinistra, vera alternativa e autentica opposizione ai governi liberali conservatori legati alla monarchia sabauda. Sin dal 1892 Colaianni si dedicherà alla carriera accademica in qualità di docente di Statistica.

Nel noto scandalo politico-finanziario della Banca Romana, il deputato siciliano assume decisamente, con coraggio e lucidità, il ruolo di protagonista di una delle più grigie stagioni del Regno d’Italia, quella della corruzione politico-finanziaria e dei rapporti untuosi tra Stato, affari e mafia. Una stagione che si ripropone da allora con continuità fino ai nostri tempi.

Il ministro del Tesoro Antonio Giolitti aveva trasmesso al capo del governo Francesco Crispi una relazione sulla Banca Romana, che divulgata avrebbe comportato pesanti ripercussioni sia sul piano politico che su quello penale. Infatti, erano state messe in circolazione banconote in eccesso al fine di coprire prestiti privi di garanzie a potenti esponenti dei settori edilizi e industriali. Crispi, alle prese con la gravità della situazione emersa dalla relazione del deputato Giacomo Giuseppe Alvisi, decideva di non renderla pubblica, dato che ministri e parlamentari, oltre che persone influentissime, avevano ottenuto prestiti a condizioni poco chiare con la banca.

In seguito, dal maggio del 1892, Giolitti presiedeva il suo primo governo, invischiato, come Crispi, in quello che sarebbe passato alla storia come uno dei più gravi scandali del Regno d’Italia e in condizioni di essere  attaccato politicamente per aver proposto la nomina a senatore di Bernardo Tanlongo, il governatore della Banca Romana, principale responsabile dell’untuosa vicenda.

Il relatore Alvisi, deciso a rendere pubblica la vergognosa commistione tra affari e politica, faceva pervenire indirettamente la relazione e i documenti a Maffeo Pantaleoni, fondatore nel 1890 con Ugo Mazzola e Antonio De Viti De Marco del “Giornale degli economisti”, rivista liberista pesantemente critica con il protezionismo doganale che il governo Crispi aveva posto in essere dal 1887. Era Pantaleoni a passare i documenti compromettenti a Colajanni, il quale nella seduta della Camera del 20 dicembre 1892, sensibile alla questione morale, faceva scoppiare lo scandalo:

«È tanto più deplorevole che non si siano pubblicate le inchieste fatte finora, perché non si può dire che il Parlamento non le abbia domandate. Il paese ne ha domandata la pubblicazione, e in questa Camera e da questi banchi soprattutto […] E guardate, ma di queste inchieste, quella i cui risultati credo di conoscere, e credo di non essere il solo possessore della verità, è passata attraverso tre Ministeri»[2].

Durante il processo che ne derivava, i documenti attinenti la compromessa posizione di ministri, parlamentari, personalità influenti venivano fatti sparire, in un contesto politico-giudiziario e mediatico omertoso, teso a tutelare i poteri forti di uno Stato in piena crisi morale. A fine 1893 Giolitti era costretto alle dimissioni, sostituito come capo del governo proprio da Crispi, il quale dava il meglio di sé reprimendo nel sangue il movimento popolare dei Fasci siciliani, tra dicembre del 1893 e gennaio del 1894.

Braccianti, operai, minatori, proletari urbani rivendicavano con forza i propri diritti. Quella che nel 1898 il socialista lucano Ettore Ciccotti avrebbe definito «gran massa plebea schiava del bisogno»[3], si era messa in moto alla ricerca di un destino migliore, occupando terreni demaniali e proclamando scioperi in tutta la Sicilia, così andando incontro agli eccidi ordinati da Crispi con il pieno consenso di Umberto I di Savoia.

Sull’ennesimo conflitto sociale risolto con la repressione dei militari, – costante atteggiamento del Regno d’Italia nelle relazioni con le masse popolari – Colajanni nell’anno stesso scriveva un testo in cui denunciava le vere cause dell’intera vicenda, ponendo l’accento sulla corruzione dilagante della classe dirigente al potere, che egli stesso aveva portato alla ribalda negli anni precedenti nel citato intervento in Parlamento.

Una classe dominante elitaria, che aveva imposto tramite il penalizzante centralismo piemontese uno sviluppo economico duale, sacrificando le masse popolari non solo del Mezzogiorno, sulle quali gravavano pesantemente i pesi della svolta protezionista, della pressione fiscale, del carovita, delle limitazioni al commercio con l’estero dei prodotti agricoli. Il tutto ai fini di privilegiare lo sviluppo industriale esclusivamente al Nord e la classe dei borghesi latifondisti del Mezzogiorno.

Una politica che aveva determinato l’acuirsi della protesta sociale, sino a ripresentare il pericolo di uno scenario simile a quello del brigantaggio post unitario, che nella mente e nel cuore delle masse popolari del Mezzogiorno era ancora vivo e vegeto, dato che erano ancora in vita tanti dei protagonisti di quella guerra che il letterato pugliese Pasquale Soccio avrebbe definito “barbara”.

Colajanni riferisce nel suo scritto la circostanza che lo stesso Pasquale Villari, antesignano della questione meridionale, in un’intervista al “Corriere della Sera” aveva ammesso che il meridionalismo liberale conservatore non aveva prodotto i risultati sperati: «Sulla questione meridionale, io sono diventato assai sfiduciato e scettico. Ne scrissi fin dal 1860 nella ‘Perseverenza’, continuai colle Lettere meridionali all’ ‘Opinione’, con molti articoli nella ‘Rassegna settimanale’, con un gran numero di opuscoli e discorsi. A che valse? A nulla addirittura». Villari si rammaricava poiché non era servito nemmeno l’intervento deciso di studiosi autorevoli come Franchetti, Sonnino, Turiello, Rudinì, Fortunato[4].

Per Colajanni «l’odio delle classi lavoratrici contro i galantuomini» si spiegava con la «prepotenza feudale», che si manifestava «sotto l’egida delle autorità governative – prefetti, delegati, carabinieri»; una prepotenza che non poteva nemmeno essere attutita dallo «sfogo nelle vie legali, a loro non consentito dalle stesse leggi», quando persino il diritto elettorale era ancora «un privilegio di alcune classi»[5].

Colajanni riteneva che lo scoppio dell’ira delle masse popolari contro i ceti dominanti era ampiamente prevedibile, tanto che ne avevano parlato e scritto non solo le persone citate da Villari, ma persino «autorevoli e insospettabili»: nel 1880, il procuratore generale Caruso in una relazione alla Corte di Appello di Palermo e, appena cinque anni dopo De Meo, anch’egli procuratore generale. De Meo, a proposito dei disastrosi rapporti tra coloni, mezzadri, fittaiuoli e gli arroganti fattori al servizio di proprietari sempre assenti, scriveva: «… sono tribulati con vessazioni, usure, prepotenze di ogni sorta, ma spinti a disamare i proprietari; onde tra loro si mantiene un abisso e si forma un cumulo di animosità, di rancori, di odi inveterati…»[6].

Colajanni, infine, ricordava come anche lo «scrittore conservatore» Giovanni Verga nella novella “Libertà”[7], quando ancora non esistevano i Fasci e il socialismo, aveva richiamato alla memoria che in Sicilia si erano verificati nel passato episodi di ribellismo ben più cruenti di quelli del 1893-1894[8].

Infatti, Verga, patriota unitario deluso, aveva narrato i fatti realmente accaduti a Bronte nell’agosto del 1861, quando la promessa di Garibaldi di ripartizione delle terre demaniali aveva incoraggiato gli oppressi e gli sfruttati a farsi giustizia da soli, alla ricerca di quella libertà che la repressione sanguinosa del generale Nino Bixio avrebbe loro negato.


[1] Cfr. M. Ganci, Colajanni, Napoleone, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto Treccani, vol. 26 (1862).

[2] Archivio Storico della Camera dei Deputati, atti parlamentari, Discorso di Colajanni, seduta del 20 dicembre 1892.

[3] E. CICCOTTI, Mezzogiorno e Settentrione d’Italia, Milano-Roma-Palermo, R. Sandron presso la Rivista popolare, 1898; citazione da Il Sud nella storia d’Italia, a cura di Rosario Villari, Bari, Editori Laterza, 1970, p. 296.         

[4] L’intervista di Pasquale Villari al Corriere della Sera è ripresa da R. Villari in Il Sud nella storia d’Italia, cit., p. 227.

[5] N. COLAJANNI, Le cause del movimento dei Fasci siciliani, da Il Sud nella storia d’Italia, cit. p. 227.

[6] Ivi, pp. 228-229.

[7] G. VERGA, Libertà in Novelle rusticane, Torino, Casanova, 1883.

[8] N. COLAJANNI, Le cause del movimento dei Fasci siciliani, da Il Sud nella storia d’Italia, cit., p. 229.

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