La terra d’Arneo è un’immensa distesa di terreni agricoli situati nel Nord Salento e ricompresa nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto. Siamo in un periodo, il 1950, di riforme agrarie, più promesse che attuate, di lotte contadine per la riappropriazione delle terre, di organizzazioni politiche e sindacali sempre più forti e sempre più penetranti nelle società contadine. E’ in questo quadro che s’installa un vero e proprio movimento fatto di contadini che reclamavano il diritto a coltivare le terre incolte o di proprietà di grandi latifondisti. Ma facciamo un passo più su, per capire meglio il quadro della situazione. E’ il 12 maggio del 1950 quando l’allora Ministro dell’Agricoltura Segni realizzò la cosiddetta riforma agraria, una riforma che aveva l’intenzione di espropriare migliaia di ettari di terre da assegnare ai piccoli proprietari terrieri, ai contadini, insomma.

Ciò per far fronte ad una pesantissima crisi economica che aveva messo in ginocchio soprattutto l’economia del Sud Italia. I contadini, i soldati tornati dalla guerra, i disoccupati chiedevano a gran voce la restituzione delle terre. “La terra è di chi la coltiva”, si sentiva urlare nelle piazze. E fu così. furono espropriati 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno. Ma ne rimase fuori la Provincia di Lecce. Forse perché il senatore Tamborrino era proprietario di ben 28.000 ettari di terre, proprio nella zona dell’Arneo. Terre per lo più incolte e usate quasi esclusivamente per la caccia.

Nel dicembre del 1951 i contadini si riunirono nelle campagne dell’Arneo per protestare e reclamare la terra. Erano in migliaia. Quasi tremila contadini arrivarono da Nardò Carmiano Leverano. Chiedevano solo l’applicazione della riforma agraria anche nella provincia di Lecce. Però lo Stato rispose con la violenza. Una violenza subdola, che avrebbe ridotto la popolazione nella miseria ancor più nera.

Centinaia di poliziotti furono chiamati a disperdere i contadini con lacrimogeni e fucilate.. ma imperterriti tornarono a riunirsi usando le loro biciclette. Negli anni 50 la bicicletta era una risorsa preziosa per i braccianti, come oggi l’auto per noi, anzi di più, visto che rappresentava l’unico modo per raggiungere le terre distanti anche decine di chilometri. Le biciclette vennero incendiate. Si colpì, in questo modo, l’unica ricchezza di cui potevano disporre i poveri contadini: significò negare ogni speranza, costringerli a svegliarsi in piena notte per raggiungere le terre o, peggio, portarli alla fame. Questa fu la risposta dello Stato ad una richiesta di lavoro.”

Fonte antiwarsongs.org –