L’allarme inascoltato: il Sud rischia la “desertificazione”

L’allarme è già stato lanciato dalla Svimez. Ma ora viene confermato anche dall’Istat: il Sud rischia la desertificazione. Che cosa significa? Che ci sarà, nei prossimi anni, un forte calo della popolazione dovuto da un lato ad un calo della natalità e dall’altra dalla ripresa dell’emigrazione.

Ogni anno emigra una città

Mentre nel Mezzogiorno il calo di popolazione si manifesterebbe lungo l’intero periodo, fino al 2065, per il Centro-nord, superati i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, un progressivo declino della popolazione si compierebbe soltanto dal 2045 in avanti. Appare dunque evidente uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese. Nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale. Circa 7 milioni di persone in meno.

Il Mezzogiorno degli anziani

Secondo i dati Istat Sud e nelle Isole la popolazione passerebbe da un’età media iniziale compresa tra i 43 e i 44 anni, quindi più bassa di quella registrata nel Centro-nord, a una vicina ai 46 anni entro il 2025 e quindi a una superiore ai 50 entro il 2045. Intorno a tale periodo il Mezzogiorno risulterebbe così l’area del Paese a più forte invecchiamento, con un’ulteriore prospettiva di aumento dell’età media che, pur decelerando, perverrebbe al livello di 51,6 anni entro il 2065. Pur non trascurando il significativo margine di incertezza, che potrebbe sfatare l’eventualità di un Mezzogiorno a velocità potenziata sulla strada dell’invecchiamento non vi è dubbio che il quadro pone in essere una questione di sostenibilità strutturale non solo per il Sud ma per l’intero Paese.

Giovani in fuga

Nel Mezzogiorno potrebbe aversi una riduzione più rilevante della quota di giovani fino a 14 anni di età: da circa il 14% nel 2016 all’11% nel 2065 con un ventaglio di ipotesi che la potrebbe veder scendere fin sotto il 9% o ad arrestarne la diminuzione poco sopra il 13%. Nel Centro-nord la popolazione in età giovanile dovrebbe invece subire una contrazione di minore entità: da una quota largamente superiore al 13% a una largamente superiore al 12% entro il 2065 ma anche in tal caso va sottolineato quanto ampio si presenti nel lungo termine il ventaglio delle ipotesi: da valori inferiori al 10% (nel Centro) a valori vicini al 15% (nel Nord).

Lavoratori in calo

Nel Mezzogiorno sono più accentuate la prevista riduzione della popolazione in età da lavoro e la concomitante crescita della popolazione in età anziana. La prima dovrebbe infatti ridursi di circa 13 punti percentuali nell’intero arco previsivo sulla base dello scenario mediano (da | 12 circa il 66% nel 2016 al 53% nel 2065). La seconda dovrebbe invece crescere di almeno 15 punti percentuali (dal 20-21% attuale a circa il 36% finale). Da entrambi i processi, tanto il calo dei potenzialmente attivi quanto l’aumento degli anziani, non sono esenti né il Centro né il Nord del Paese ma, come si è già visto dalle precedenti analisi, in un contesto leggermente più favorevole. Per la popolazione in età attiva di tale aree del Paese si prospetta, infatti, una riduzione di circa 8 punti percentuali mentre la crescita di quella in età anziana si aggira mediamente intorno ai 9 punti percentuali. Molto, probabilmente la maggior parte, di quanto si prevede possa essere il futuro della popolazione residente nella sua articolazione territoriale dipende dalla struttura per età che si osserva oggi.

 

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