erri de lucaRinviato il processo a Erri De Luca al 18 marzo a Torino. Sono ancora tutte da verificare le accuse del Pm di istigazione a delinquere. Il casus belli è stata una frase del noto scrittore partenopeo in cui esprimeva la necessità di sabotare la TAV, la linea dell’alta velocità in Val di Susa. Risulta molto peculiare un Paese che, a pochi giorni dalla plateale e comune difesa della libertà di satira – e quindi di espressione- per il caso Charlie Hebdo, porti alla sbarra degli imputati uno scrittore che ha espresso una propria opinione su una vicenda tanto intricato quanto tutta italiana.

“La TAV va sabotata”, dichiarava con determinazione prima e ha scritto in seguito nel libro sulla vicenda, La parola contraria. In gioco la possibilità per l’intellettuale moderno di esprimere il dissenso. In un Italia agli ultimi posti in Europa per libertà di stampa e d’informazione, questo processo ha il sapore della censura, che vuole diventare anche preventiva. Distruggere o danneggiare patrimoni altrui è sicuramente un reato, ma, come sottolinea De Luca, -sabotare è un termine nobile, l’ha usato anche Gandhi-. Significa opporsi ad un progetto che si ritiene scellerato, che andrà a distruggere un delicatissimo ecosistema, un rapporto fragile tra uomo e natura, tra uomo e le sue radici. Tanto più che, come prevede lo scrittore, il progetto si arenerà per mancanza di fondi, è un bucus interruptus. All’arrivo in tribunale una piccola folla di sostenitori, viene da pensare di De Luca, ma anche della libertà di pensiero, lo aspettavano con dei cartelli con la scritta Je suis Errì.

Il capo d’accusa, che lo stesso Pm considera discutibile e strumentalizzabile, assume un valore che potremmo definire epocale, che va al di là dell’affaire De Luca. Da quanto tempo la libertà di espressione in Italia è sempre meno libera? I casi nell’ambiente televisivo sono noti a tutti, ma ora si valica un nuovo confine. Non basta impedire una trasmissione, un film o un programma scomodi, adesso anche il pensiero non può esprimere dissenso, pena la gogna mediatica ed un procedimento penale. Le stesse persone che hanno gridato alla tragedia per Charlie Hebdo dovrebbero indignarsi di fronte a questo attacco al libero pensiero. Voltaire sarebbe morto per poter dar voce alla parola contraria, e noi occidentali, che tanto in questo periodo invochiamo il nostro percorso illuminista e scevro da ogni briglia dogmatica, dovremmo riflettere sul vero significato della parola libertà.