Il Sud senza classe dirigente – La risposta di Pedersoli a Bottazzo

Il Sud senza classe dirigente – La risposta di Pedersoli a Bottazzo

La risposta di Giuseppe Pedersoli

Il Mezzogiorno sta come sta perché non ha classe dirigente. E non ha classe dirigente perché ha smarrito la via della sua più autentica identità di popolo. “Non sappiamo più chi siamo”, ha detto a IlSudonline Adolfo Bottazzo, manager del settore food, amministratore unico di Yma e vice presidente di Confindustria Caserta. “Gli amici si vedono nel momento del bisogno, ma il Sud evidentemente non ha amici nemmeno a casa propria”, ribatte Giuseppe Pedersoli, commercialista, già difensore civico del Comune di Napoli e vice sindaco di Frattamaggiore, opinionista di Repubblica Napoli. Il tema è caldo, anzi scottante. A lui la parola.

Dottor Pedersoli, sciogliamo la metafora. Che cosa vuol dire non avere amici nemmeno a casa propria?

Bottazzo ha ragione da vendere. Il peggior nemico del Sud è un certo Sud.

Si riferisce ai meridionali che hanno votato Lega nelle ultime tornate elettorali?

Ma no, mi interessa poco il dato contingente. Commentare le elezioni non è il mio mestiere.

Beh, una idea se la sarà fatta, no?

La mia opinione, se proprio interessa, è che le lune di miele elettorali diventano sempre più effimere. Lo dimostrano le parabole a breve gittata in cui sono finiti Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi. E lo stesso Luigi Di Maio. Anche Salvini prima o poi dovrà fare i conti con questo fenomeno, diventato caratteristico degli orientamenti elettorali degli italiani dal 1992 in poi, con a fine della cosiddetta Prima Repubblica.

La sensazione è che Salvini parli alla pancia degli italiani meglio di chiunque. Ha combinato in una sola salsa insieme la ribellione alla camicia stretta delle regole burocratiche e il rifiuto delle elités legate ai cosiddetti poteri forti…

Aggiungiamoci pure il rigetto per un livello tassazione che è tra i più alti d’Europa e lo slittamento della protesta verso un nemico esterno, estraneo e straniero, percepito come invasivo: l’immigrato. Fronti su cui il centro sinistra tartaglia notevolmente. Sicurezza e disoccupazione sono oggi due temi ineludibili. La Lega da una parte e il M5 Stelle dall’altra hanno cavalcato i due cavalli di Frisia che li ha portati a stravincere e a formare il governo del cambiamento. Non possiamo negare che il cambiamento c’è stato, non tanto sul piano delle politiche adottate, ma per il fatto che per la prima volta nella storia repubblicana le elités tradizionalmente al potere sono state sloggiate dal Palazzo

Con le Europee e le ultime amministrative però gli equilibri tra i due alleati di governo sono saltati.

E già. E questo pone un problema drammatico per il Mezzogiorno, dal momento che il peso gravitazionale della Lega, il partito radicato al Nord, si è consolidato enormemente. C’è quindi da aspettarsi che Salvini, anche per spostare l’attenzione dalla procedura d’infrazione che lo vede soccombente in Europa, vorrà andare all’incasso sul tema della cosiddetta secessione dei ricchi. O, per meglio dire, del federalismo differenziato.

Che cosa potrebbe accadere a suo parere?

La concessione delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia previste dall’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come osservano Luca Bianchi e Carmelo Petragliain un articolo del La voce.info, fa parte a pieno titolo del contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle del giugno 2018. In verità per alcuni mesi l’attuazione dell’autonomia differenziata di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, anche a seguito dei referendum su base locale, sembrava un “treno in corsa” difficile da fermare. Prima delle Europee, tuttavia, il convoglio è finito su un binario morto. La pratica è stata congelata, a causa di contrasti interni alla maggioranza. Ma, immagino, per una improvvisa resipiscenza di 5Stelle, che nel Mezzogiorno hanno il loro vero bacino elettorale.

Prima delle Europee… E adesso?

Nulla di più probabile che, archiviata non so come la pratica della procedura d’infrazione, nelle prossime settimane le intese sulle richieste di autonomia regionale arrivino in Parlamento.

Quali intese?

Oddio, quelle maturate in tutta segretezza durante gli incontri tra i rappresentanti delle regioni che le avanzavano e il governo. Tra l’altro rimarcando il ruolo di marginalità nel quale si è inteso lasciare il Parlamento. Ma essendo il tema di vitale importanza per la tenuta dell’unità nazionale, la partita decisiva è stata solo rimandata.

Alcuni osservatori, e il presidente Svimez Adriano Giannola è fra questi, stigmatizzano carenze nella relazione tra decentramento delle funzioni alle regioni e guadagno di efficienza. Un aspetto che è tutto da dimostrare.

Guardi, sono decenni che la vulgata mediatica ha avallato la percezione, tanto forte tra le regioni del Nord, di una sperequazione fiscale a danno dei contribuenti settentrionali. Diciamo che è l’argomento ha trovato accreditamento dalla comparsa di Gianfranco Miglio sulla scena della politica italiana, prima ancora che le redini della Lega Nord passassero nelle mani di Umberto Bossi. Argomento che ha avuto avallodefinitivo con il titolo di Questione settentrionale, ovviamente ritenuta la vera questione italiana, al posto di quella meridionale. Allora andava più di moda minacciare la secessione, certo. Comunque lo slogan vincente della Lega in quella fase era “Ognuno padrone in casa propria”.

E da questo alla autonomia differenziata…

E’ stato un passo, molto breve.

Giannola sta conducendo una battaglia sui dati sulla spesa pubblica regionalizzata

La questione è piuttosto complessa. Idati della Ragioneria generale dello Stato sembrano dar ragione a Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Da quella fonte ne ricava che le tre Regioni con il maggiore carico fiscale si collocano ai livelli più bassi per spesa pubblica pro capite. Ne deriva la richiesta di “risarcimento” per un eccesso di spesa pubblica al Sud, il diritto alla restituzione delle regioni forti del paese. Ma proprio la Svimez tende ad evincere che, come sottolinea lavoce.info, i dati forniscono un’informazione parziale dell’effettivo livello di spesa pubblica nelle regioni italiane.

Che cosa sostiene la Svimez?

La sintesi è ancora una volta di Luca Bianchi. In estrema sintesi la Ragioneria regionalizza circa il 43 per cento della spesa dello stato. In effetti i servizi pubblici non vengono finanziati solo dallo Stato, ma dai dei diversi livelli di governo della Pubblica amministrazione: Stato e altre amministrazioni centrali, amministrazioni regionali e amministrazioni locali, le imprese pubbliche nazionali e locali.

E quindi? Cosa cambia?

Cambia che, se ci si riferisce come è giusto al sistema dei conti pubblici territoriali(Cpt) che regionalizzano la quasi totalità della spesa dello Stato, la graduatoria muta radicalmentee Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto abbandonano le ultime posizioni.

Insomma, il match della secessione dei ricchi è appena ai primi round?

Sì, ma il Mezzogiorno ci arriva nelle condizioni peggiori. Intanto perché si tratterebbe di rimettere in più giusto equilibrio una percezione del problema che pende tutta da un lato, il lato del più forte. Percezione oramai installata nel dibattito pubblico e che vede le Regioni del Sud come sprecone e parassite, incapaci di spendere persino i fondi europei, e così via. In secondo luogo perché, come afferma anche Adolfo Bottazzo, le regioni del Nord mostrano una compattezza superiore a quelle meridionali, tant’è che Regioni con governatori espressione di partiti diversi sono unite da sempre attorno alle proprie attese e avanzano a testuggine. In terzo luogo, diciamolo fuori dai denti: il Nord ha una leadership vincente, al momento, nel quadrante dell’attuale scenario italiano.

Insomma al Sud, se va bene, siamo rovinati?

L’aspetto più dolente riguarda proprio il marcato individualismo del ceto dirigente del Sud, una specie di tratto genetico del suo Dna. Che sovente si associa a una inclinazione a soggiacere a logiche di opportunismo, argomento su cui Pino Aprile e Marco Esposito, tra gli altri, si sono più volte espressi. Quando c’è da difendere le ragioni del Sud, i primi a fare un passo indietro sono spesso i politici del Sud.

 Insomma non c’è limite al peggio…

Il peggio è appunto questo. Non c’è linea politica, non c’è progetto che possano affermarsi “motu proprio”. Mai. E’ indispensabile che le idee camminino sulle gambe degli uomini in carne ed ossa. Il Mezzogiorno sta come sta, è vero, perché è malato di leadership.

Claudio D’Aquino

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