Antonio Troise

Era ora. Finalmente anche i più ricchi pagano: arriva un po’ di giustizia fiscale per le grandi multinazionali. Quelle che, per intenderci, a fronte di fatturati miliardari, versano pochi spiccioli all’erario. Coprendosi dietro pratiche elusive o tuffandosi in qualche accogliente paradiso fiscale. La svolta, per molti versi storica, è stata decisa ieri dal G7. Non poteva essere altrimenti: solo un accordo fra le grandi potenze mondiali poteva arginare un fenomeno globale. Il risultato è che nei prossimi mesi le multinazionali, indipendentemente dal Paese nei quale operano, dovranno pagare un’imposta minima del 15%. Spetterà poi ai singoli Paesi decidere come distribuire il ricavato e, soprattutto, in base a quali criteri.

Un fatto è certo: i grandi paesi industrializzati si sono finalmente accorti di un sistema fiscale che ormai fa acqua da tutte le parti. Se non altro perché concepito in un’era in cui gli affari avevano la forma della manifattura e dei beni materiali e dove, naturalmente, il criterio della territorialità era predominante. Un altro mondo rispetto all’economia immateriale del web, dove i giganti dell’high tech (ma non solo) riescono ad approfittare delle maglie ormai larghissime che un sistema fiscale ormai obsoleto non è mai riuscito a stringere. Il risultato, giusto per dare qualche cifra, è che in quattro anni, secondo uno studio di Mediobanca, le grandi multinazionali della rete, da Google a Facebook fino ad Amazon, sono riuscite a risparmiare ben 46 miliardi di dollari di tasse.

La mossa delle Sette nazioni più industrializzate ha un valore doppio. Prima di tutto perché finalmente mette la parola fine a quella cinica competizione fiscale fra i Paesi che si è trasformata, nel tempo, in una corsa forsennata ad accaparrarsi sedi legali e operative di grandi gruppi a colpi di sconti fiscali.

Ma c’è di più. La Tassa minima globale apre una nuova stagione della cooperazione internazionale, dopo il neo-protezionismo di Trump con le sue inevitabili guerre commerciali. Il messaggio che arriva dal G7 di Londra, invece, è molto diverso, quello di una nuova collaborazione internazionale, resa ancora più importante dalla lotta contro la pandemia.

Certo, la nuova imposta minima non risolve tutti i problemi. Resta sempre sullo sfondo, ad esempio, il tema della “web tax”, dove i singoli Paesi si sono mossi in ordine sparso e perfino l’Europa non è riuscita a dare una rotta comune. Ma con il G7 di Londra è stato fatto un passo nella giusta direzione. Bisognerà ora vigilare affinché la montagna non partorisca un topolino ed evitare che, fatta la legge, le multinazionali trovino nuovi inganni. Magari approfittando di qualche nuova e inedita pratica elusiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *