La Storia. Il giorno in cui Papa Wojtyla sconfisse il totalitarismo con la forza della verità

La Storia. Il giorno in cui Papa Wojtyla sconfisse il totalitarismo con la forza della verità

Nei giorni della canonizzazione di Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, per onorare in qualche modo la sua poliedrica figura, non ho trovato di meglio che leggermi, una serie di libri, che avevo nella mia biblioteca, e poi di proporne il contenuto ai vari blog, siti internet dove collaboro da anni.
Studiando ho scoperto che il papa polacco, senza ombra di dubbio, può essere considerato il più grande uomo, un gigante del XX° secolo. Attenzione, non solo per le sue qualità e capacità religiose, in quanto pontefice e capo della Chiesa Cattolica, ma anche per le sue straordinarie attitudini politiche, sociologiche, psicologiche, filosofiche e storiche.


Tra l’altro leggendo i vari volumi, che ora ho pubblicato in un’opera collattanea nel mio blog personale, ho notato che la figura di Giovanni Paolo II ancora non è conosciuta o studiata abbastanza a cominciare dai cattolici. Prendiamo per esempio la sua visione socio-politica, quella che riguarda la dottrina sociale della Chiesa, quegli aspetti che lo hanno visto protagonista nelle battaglie sociali, culturali e politiche, prima da vescovo e poi da papa, nei confronti del totalitarismo socialcomunista in Polonia e poi in tutto l’Est europeo.
C’è un ottimo testo scritto da un giornalista francese Bernard Lecomte, «La verità prevarrà sempre sulla menzogna. Come papa Giovanni Paolo II ha sconfitto il comunismo», pubblicato da Mursia nel 1992. Questa pubblicazione, ormai non più riedita, potrebbe essere un’ottima sintesi di come i popoli dell’est hanno riacquistato la libertà attraverso una rivoluzione silenziosa, guidata, per certi versi, dal papa slavo. «La sua elezione al soglio pontificio nell’ottobre del 1978 ha sconvolto la Ostpolitik del Vaticano e riportato la speranza a milioni di cattolici polacchi, cechi, ungheresi e ucraini. “Non temete, la Verità vincerà!” ha continuato a ripetere loro».
L’autore del libro, che ha seguito i viaggi del papa nell’Europa dell’Est, rivela i segreti di quella riconquista dei popoli dell’est europeo che hanno combattuto una battaglia non sanguinaria come quello polacco. Lecomte mette in luce come Giovanni Paolo II abbia galvanizzato quegli uomini e donne dell’Est e come con i suoi discorsi, ha sconvolto le società totalitarie, nonostante il tentativo di assassinarlo avvenuto nel 1981.
Il libro è un resoconto appassionato «del lungo pellegrinaggio dei popoli dell’Est europeo verso la libertà», con particolare riferimento ai vari protagonisti, i cosiddetti dissidenti che hanno lottato e spesso pagando con la loro vita, contro il totalitarismo comunista, quali Lech Walesa, Vaclav Havel, il cardinale Stefan Wyszynki e tanti altri.


Lecomte fa un’ottima sintesi dei vari passaggi della lotta, della resistenza pacifica di questo grande papa e per certi versi di tanti suoi figli spirituali, in particolare i polacchi. Al testo di Lecomte ho accennato nella serata di Rodì Milici del 31 luglio scorso quando ho presentato l’ottimo libro di Rod Dreher, «L’opzione Benedetto». Dreher ai cristiani suggerisce di riesaminare l’azione sociopolitica dei dissidenti cecoslovacchi durante la repressione comunista. Quell’esperienza dei dissidenti oggi può esserci utile.
C’è un filo rosso che accomuna i dissidenti dell’est, in particolare i polacchi e i cechi.
Lecomte indica in questa resistenza al sistema comunista il collante religioso, in particolare, quello cattolico, infatti, proprio nelle terre cattoliche i comunisti hanno subito una disfatta. Anche se per la verità, tra i dissidenti si trovano tante personalità non cattoliche e lontane dalle chiese. Infatti dopo l’elezione di Karol Wojtyla, «si osserva un fenomeno degno di nota: è essenzialmente nelle file degli uomini di fede in generale, senza distinzione confessionale, che appaiono i nuovi affossatori del totalitarismo, futuri eroi moderni dell’Europa liberata. Uomini e donne che non fanno mistero delle loro idee; che anzi manifestano apertamente, con rischio personale, le loro convinzioni religiose».
Questi oppositori hanno capito che di fronte a un regime dove l’ideologia domina la politica, non serve difendere una religione, una parrocchia in particolare. Ciò che ha senso, «è la difesa dell’uomo tutto intero: della dignità dell’uomo, dei suoi diritti, della sua identità». Infatti può osservare Doina Cornea, dissidente romena, «non è la mia adesione a una determinata opinione che mi ha valso la persecuzione da parte del potere, ma la mia adesione all’idea di verità in generale». Tra l’altro Lecomte scrive a proposito del sacerdote, martire Jerzy Popieluszko, assassinato dal regime comunista polacco, «se si fosse accontentato di difendere i diritti della Chiesa cattolica, non sarebbe stato assassinato».
E’ la forza morale di questa gente ad attirare e impressionare le nuove generazioni dell’Europa orientale. «La purezza, la verità, il coraggio, non sono necessariamente valori evangelici per quelle popolazioni ‘atee’; ma affascinano, attirano, compensano il deserto morale che caratterizza la maggior parte di quei paesi. In Russia, in Romania, il semplice fatto di dire a voce alta la verità è un atto insensato, uno scandalo politico, un inizio di ribellione».


Lecomte sottolinea come tanti “eroi”, combattenti, dissidenti, che hanno combattuto contro il totalitarismo comunista sono diventati credenti tardi. A questo proposito fa l’esempio di Aleksandr Solzenicyn, Vaclav Havel, in Polonia, Bronislav Geremek e Adam Michnik, ma poi si potrebbero fare tanti altri nomi.
Tuttavia che cosa unisce persone tanto diverse? Per Lecomte, sia Wojtyla, Walesa, Havel, Sacharov, Solzenicyn, «credono tutti nella vita, e nella vittoria dell’uomo. Sia che lo scrivano con la maiuscola o no».
Di fronte alla grande rivoluzione polacca, sembrano profetiche le parole di Nikita Kruscev: «tutto questo non sarebbe accaduto se si fossero fucilati in tempo un paio di scrittori». Sono tre gli uomini che hanno contribuito alla trasformazione della Polonia: Stefan Wyszynski, primate di Polonia, personificazione della resistenza al comunismo; Jerzy Turowicz, esponente di un piccolo gruppo di intellettuali cattolici indipendenti, raccolti sotto la sigla “Znak”; e Adam Michnik, geniale militante della “sinistra laica”, di cui promosse il collegamento con la Chiesa.
«Senza questi tre uomini, senza ciò che essi rappresentano, Karol Wojtyla non sarebbe diventato papa. E l’Europa dell’Est, senza dubbio, sarebbe ancora comunista».
Wyszynski era convinto che qualsiasi regime, anche il più feroce, prima o poi, deve scendere a patti con la società. Il cardinale Wyszynski, dopo anni di prigionia, redige nel maggio 1956, i Giuramenti di Jasna Gora e una “Grande Novena”, due esercizi spirituali, per preparare il millenario della Chiesa in Polonia. Per nove anni in tutte le parrocchie del paese i fedeli si mobilitano riproducendo l’icona della Madonna di Jasna Gora, organizzando pellegrinaggi, sessioni e ritiri. «Migliaia di villaggi, milioni di fedeli ascoltano, meditano, pregano, si organizzano, si raccolgono in una controsocietà tanto più dinamica quanto più il regime di Wladislaw Gomulka – dimenticando il “disgelo” – affonda nella paralisi e nel dogmatismo».
Si pensi allo sconforto dei rappresentanti sindacali comunisti, vedere ogni anno a partire dal 1972, oltre 150.000 minatori slesiani recarsi in pellegrinaggio alla Madonna di Piekary Slaskie. Infatti commentando l’ex primo segretario del POUP, Stanislaw Kania, poteva osservare: «La Chiesa aveva già oltrepassato la sfera spirituale, e si adoperava per rispondere alle richieste sociali della società, in particolare degli operai. Il risultato sarà il ritratto del papa appeso ai cancelli dei cantieri Lenin in sciopero, nell’agosto 1980».
C’è stato uno straordinario fervore spirituale in tutta la società polacca, guidata dal loro primate, ormai divenuto il simbolo della resistenza al potere ateo. Pertanto, «i giovani, gli intellettuali, gli operai, lo stesso clero rafforzano le loro convinzioni, affinano il senso morale, tengono viva la speranza».
Per certi versi «Wyszynski ha, letteralmente, arato il paese». E’ stato lui a suscitare innumerevoli vocazioni, riaccese il desiderio dei sacramenti, diede vitalità straordinaria alla Chiesa. «Quest’impresa incredibile non poteva non avere conseguenze sociali e politiche; formò migliaia di laici, chiamati a fungere da nuove cinghie di trasmissione, ma anche di pastori, tra i quali figurava in prima linea Karol Wojtyla».
Eletto poi papa, sarà Giovanni paolo II il propulsore, l“amplificatore”, come lui stesso ribadì, di quel movimento irreprimibile, che aveva già visto nella sua diocesi di Cracovia. A questo punto il testo di Lecomte, sottolinea come nella società polacca si diffusa una sorta di società parallela a quella del regime comunista. All’epoca si diffondono le “università volanti”, destinate ad educare come sempre i più giovani alla resistenza “culturale”. Qui si incontrano storici laici come Geremek, Michnik, Lipski con i conferenzieri delle “parrocchie universitarie” e con altri professori dell’università di Lublino come Mazowiecki, Szczepanski, Wozniakowski. «Agli uni e agli altri – scrive Lecomte – interessano le stesse cose: difendere la verità, preservare il patrimonio culturale, preparare la vittoria dell’opposizione».
E tutto questo viene appoggiato dall’arcivescovo di Cracovia, cioè Wojtyla.


I comunisti polacchi sapevano di questo sostegno alle varie manifestazioni culturali, dove si riunivano centinaia di intellettuali, militanti, giovani. Un dirigente comunista, parlando di Wojtyla dice: «Nella sua diocesi l’arcivescovo organizzava conferenze scientifiche e culturali, campi estivi, ecc., che non si chiamavano ‘università volanti’ ma vi assomigliavano straordinariamente».
Il giornalista francese che conosce bene i “segreti” della società polacca, fa osservare che in Occidente, allora non si rendevano conto che praticamente in quel paese stava nascendo «un fronte antitotalitario che riuniva per la prima volta le forze vive dell’intellighenzia, cattolici e non cattolici, e che a poco a poco costituisce, come spiega Michnik, una ‘società civile’ alla Tocqueville».
Lecomte segnala un libro di Micnik, che esce nel 1977, dove per la prima volta si sostiene che l’alleanza tra la Chiesa e la sinistra, che sembrerebbero antitetici, è necessaria per evitare che «l’una e l’altra cadano nel tranello della collaborazione con il potere totalitario». Pertanto secondo Michnik, «senza questi due sostegni i comunisti non riusciranno mai ad allargare la loro base sociale e politica: rimarranno una minoranza che governa con la forza, dunque perpetuamente illegittima».
E’ qui che il testo di Lecomte fa emergere l’analogia del lavoro dei dissidenti polacchi con quello che stanno portando avanti i dissidenti cecoslovacchi a Praga. Michnik aveva capito e non si stancherà mai di ripeterlo «che non è possibile vincere il comunismo aggrappandosi ai vecchi schemi di ‘sinistra’ e ‘destra’ che ancora esistono nella parte libera dell’Europa. Il vero spartiacque politico si situa ormai tra l’accettazione del totalitarismo e la lotta antitotalitaria, senza distinzioni di matrici».
Poi il testo di Lecomte ripercorre tutti i passaggi del papa polacco in particolare riguardo alla Polonia. E’ una narrazione appassionante, a cominciare dal primo viaggio di Giovanni Paolo II. “Verrà non verrà?“, c’è stato un braccio di ferro con il regime, e nello stesso tempo con la stessa Unione Sovietica.
Il 2 giugno 1979 avvenne il grande evento, la Polonia si riveste di fiori multicolori, «a Varsavia le sole macchie grigie, lungo il percorso del papa, sono gli edifici del partito e del governo». Giovanni Paolo II, in piazza della Vittoria, divenuto uno spazio di libertà, calcando ogni parola, afferma: «Oggi, in questa piazza della Vittoria, nella capitale della Polonia, io domando insieme a voi tutti che Cristo non cessi di essere un libro sempre aperto sull’uomo, sulla sua dignità, sui suoi diritti! Un libro aperto sulla vita, per il domani, per il nostro avvenire, polacchi!».
La ruota della Storia si muove. Di giorno in giorno le folle aumentano, in particolare a Gniezno , culla del cristianesimo polacco e poi a Czestochowa, capitale del culto mariano, dove ricorda che la sola autorità cui devono obbedire i polacchi si chiama Maria vergine. E’ la festa più bella della storia polacca.
Mentre il regime, la stampa, cercano in tutti i modi di nascondere con grandi sforbiciate le grandi manifestazioni popolari. Ma si può fare poco, dopo una settimana della presenza del papa, c’è un intero popolo che alza fieramente la testa. «Milioni di persone abituate da trent’anni a parlare schiettamente in famiglia, in piccoli gruppi, ma a tacere in pubblico, prendono coscienza del loro numero, della loro esistenza, della loro forza».
Con tutta franchezza Giovanni Paolo II, fece capire al suo popolo di essere una forza: «abbattè anzitutto un muro psicologico, facendo capire alla società che essa era una forza; e poi ispirò in modo durevole certi valori morali come la verità, l’uguaglianza dei cittadini, i diritti dell’individuo. Senza i quali l’agosto 1980 non ci sarebbe stato». Naturalmente tutto questo crea sconcerto nell’apparato del regime comunista polacco, ma anche negli altri regimi dell’est, anche perchè il papa a Gniezno aveva lanciato l’appello a tutti i popoli slavi per l’unità spirituale dell’Europa.
Poi arriva la grande rivoluzione di Solidarnocs: niente libertà senza la “solidarietà”. C’è tutto un dibattito culturale intorno a questo termine, scelto con determinazione dai vari esponenti del dissenso polacco. «Nie ma wolnosci bez solidarnosci», (non c’è libertà senza solidarietà). «Per quasi dieci anni questo slogan è stato scandito in Polonia in mille manifestazioni, scritto su mille muri, cucito su mille striscioni rossi e bianchi». A questo proposito sosteneva padre Josef Tischner, teologo, amico intimo del papa, «la prima reazione della gente di fronte al totalitarismo è la paura di stabilire legami gli uni con gli altri, la fuga nell’individualismo. La novità polacca è la scoperta dell’etica della solidarietà. Senza questo legame – che definisce la religione – non possono nascere né autogestione, né democrazia, né pluralismo». Pertanto la solidarietà è un legame indispensabile all’uomo nella società, un legame che manca nelle società totalitarie atee. Queste società tentano di spezzare il legame dell’uomo con Dio (re-ligio). I diritti umani derivano direttamente da questo diritto fondamentale. Una teologia, forse oscura in Occidente, ma chiarissima in Polonia, infatti, gli operai di Danzica, quando crearono il loro sindacato, spontaneamente lo battezzarono, Solidarnocs, “Solidarietà”.
Il regista Andrzej Wajda, nei suo film, mostra come le precedenti sollevazioni polacche erano fallite per mancanza di solidarietà, tra le varie categorie sociali. Ora era evidente il cambiamento, quando per esempio, arrivano ai Cantieri Lenin in sciopero, il 22 agosto 1980, Tadeusz Mazowiecki e Bronislaw Geremek, esponenti autorevoli dell’intellighenzia di Varsavia e poi tutti gli altri, perlopiù cattolici, sconosciuti a Walesa e subito “assunti” come esperti. Attraverso questo nuovo legame tra intellettuali, sacerdoti, operai, studenti, si crea una controsocietà, quella vera, non quella ideata dal potere comunista.
Il testo del giornalista francese narra tutti i passaggi straordinari della controrivoluzione non violenta del sindacato guidato da Lech Walesa. Lo stato di assedio del generale Jaruszelki, il carcere per i sindacalisti. Poi arriva il secondo e il terzo viaggio del papa, dove si rileva che ormai il popolo polacco è sulla strada della sua liberazione, un processo avviato che non potrà fermarsi. Il segno della vittoria è presente in ogni uomo e donna della Polonia.
Una vittoria raggiunta per mezzo della Verità: “la Verità vi farà liberi”, è la frase che più di ogni altra preferita dal santo padre, come lui stesso disse ad Andrè Frossard.
La Verità, in bocca aun papa dell’est, è un concetto che porta lontano. La verità in «quei paesi fondati sull’ideologia menzognera è diventata il valore più raro, e quindi più prezioso». Per un occidentale capire perchè tanta gente, scrittori, poeti, insegnanti, giornalisti, sacerdoti, lottasse per la verità, talvolta fino alla morte, non era facile. Giovanni Paolo II, non si accontenta di predicare la Verità come valore evangelico: ne fa un principio d’azione. «La Verità è indispensabile alla fiducia tra gli uomini in qualsiasi comunità, nella famiglia come nello Stato. E’ la condizione di ogni dialogo sociale; e la prima premessa di ogni strategia antitotalitaria».
Col marxismo e il leninismo, il concetto di Verità, cambia, non è più quello della filosofia aristotelica, ma quello “che va nel senso presunto della Storia”, e che quindi può variare a secondo delle forze che determinano la verità. Verità è ciò che decide la numenklatura, i rappresentanti della classe operaia, i rivoluzionari professionisti.
Un altro concetto presente nella strategia del pontefice polacco, ben sviluppato nel libro è quello della “Storia nel cuore” di ogni cosa. «La Storia è il secondo pilastro del discorso di Giovanni Paolo II. Non è il culto gratuito del passato, che ha solo un limitato interesse: bensì la conoscenza e la coscienza di quel passato che costituisce un insieme organico di cultura, tradizioni, lingua, e fonda semplicemente l’identità dell’uomo».
Nella predica del Corpus Domini, l’arcivescovo Wojtyla esclama: «Noi non ci strapperemo dal nostro passato! Non lasceremo che il nostro passato ci sia strappato dall’anima! Esso costituisce anche oggi l’essenza della nostra identità. Noi vogliamo che la nostra gioventù conosca la verità e la storia della nostra nazione. […] Una nazione, per vivere, ha bisogno di conoscere la verità su se stessa. E ha diritto di accedere a questa verità».
I tre viaggi del papa in Polonia sono ricche di lezioni di storia. In ogni occasione Giovanni Paolo II cerca sempre di risuscitare la memoria collettiva. E proprio sul ricordo, sottolinea Lecomte, nacque il sindacato libero di Solidarnocs. Quando Walese andò a deporre i fiori sugli operai trucidati a Danzica dalla polizia comunista. «Senza il ricordo di quelle vittime che il potere voleva cancellare definitivamente dalla memoria nazionale, il sindacato Solidarnocs non sarebbe mai nato».
Non è un caso che i principali animatori dell’opposizione polacca siano degli storici che tra l’altro operavano nelle cosiddette “università volanti”.
Il partito comunista polacco era abile nel falsificare sistematicamente la storia, ma questo vale per tutta quella parte dell’Europa dell’est. In questi paesi i popoli sono stati defraudati di tutti i ricordi che stavano loro a cuore. Lecomte evidenzia magnificamente come sempre i dissidenti si sono mobilitati per commemorare, per ricordare, ne sono prova i vari samizdat, che hanno da sempre privilegiato il dibattito storico e le rivelazioni sul passato. «Sono stati perseguitati, braccati, condannati, – scrive Lecomte – perchè ogni giudizio indipendente sulla Storia era una minaccia per il regime […]». Del resto Solzenicyn in Russia ha dedicato la sua opera principale, “La ruota rossa”, a ristabilire la verità sulla rivoluzione russa, mito fondatore del regime. Lo storico Jurij Afanasiev, che voleva far luce sul gulag e riabilitare le vittime dello stalinismo, affermava: «Se un regime teme la verità sulla propria storia, vuol dire che non è democratico, e quindi che è illegittimo. Sarà la verità storica a fondare la legittimità del regime sovietico».
Giovanni Paolo II più volte è stato promotore di commemorare anniversari, di ricordare la storia europea confiscata dal potere ideologico. Il motivo è perchè la storia è la matrice di una nazione. «Uno Stato che neghi, in nome dell’ideologia, questa o quella commemorazione, si priva delle proprie radici. “Se spezzi le tue catene ti liberi, se tagli le tue radici, muori”», amava ricordare Doina Cornea.
L’ultima parte del testo, il libro offre delle schede-sintesi dei vari passaggi della liberazione dai regimi comunisti dei vari popoli dell’est, iniziando dall’Ungheria per finire alla grande madre URSS del traghettatore Michail Gorbaciov, pellegrino suo malgrado in Vaticano. Per finire con la cara nazione della Lituania, della grande donna combattente Nijole Sadunaite.
Concludo, questo mio studio, lasciando la parola a Lecomte: «Un’ideologia, un regime politico, un sistema poliziesco si sono sfaldati in pochi mesi sotto gli occhi degli occidentali, e questo a loro sembra quasi normale. Ma chi prendeva sul serio il papa polacco, quando nell’ottobre del 1978 invitava gli Stati dell’Europa orientale a “spalancare le porte a Cristo?” Quando nel giugno 1979 diceva alle folle polacche che il comunismo era solo una parentesi storica? Quando nel dicembre 1981 si schierava con tutta la sua autorità apostolica in difesa di Solidarnocs?».

 Domenico Bonvegna
domenico_bonvegna@libero.it

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