Parla Massimo Doriani

“Siamo tutti artisti senza saperlo. E ogni notte ci mettiamo al lavoro, nell’officina dove nascono i nostri sogni, dove l’inconscio è all’opera con le sue poderose energie creative ed espressive”. Parla Massimo Doriani, lo psicoterapeuta che da sempre lavora con la stessa materia dei sogni, che è poi la materia della creatività e dell’arte. “Per quasi tutta la durata della notte – spiega – ognuno di noi si trasforma in un video-maker, producendo film di raffinatissima bellezza e intensità”. Doriani è a capo dell’Accademia Imago, istituzione che organizza da sei anni il Festival Arte che cura. Una iniziativa nata a Napoli, che da alcuni anni si conferma città laboratorio del cinema, una delle capitali dove l’immaginario collettivo è maggiormente all’opera.

Dottor Doriani, per comprendere compiutamente quali energie e risorse è in grado di fornire la creatività artistica al benessere delle persone, quali sono gli elementi da tener presente?

Le emozioni che sono in grado di incidere sulla produzione di sostanze all’origine di malattie, come al contrati di uno stato di buona salute, sono gli elementi base. Ma esse non generano solo sostanze biochimiche. Sono infatti i sintagmi che l’inconscio rielabora in forma di sogno. Non a caso un grande artista della parola, Milan Kundera, sostiene che il sogno non è soltanto una comunicazione, magari comunicazione cifrata, ma anche un’attività estetica, un gioco dell’immaginazione, che è di per sé un valore.

Un valore che può avere valenze terapeutiche?

Bisogna intendersi sulla parola terapia. Il suo significato più diffuso è “trattamento di una patologia”. Ma nel caso in cui è in gioco l’inconscio, laddove non è un atto una psicosi, come si fa a parlare di malattia? Semmai la malattia sorge quando si recidono i canali di connessione con il nostro inconscio.

Le emozioni negative possono dar luogo, a lungo andare, a vere e proprie malattie. Viceversa quelle positive possono farci guarire?

La parola guarigione non la amo, parliamo di cura, parliamo del prendersi cura che porta al benessere, parliamo del recupero di uno stato di equilibrio che era stato compromesso. Ma quando si parla dell’animo umano non c’è un prima di salute, un durante di malattia, un dopo di guarigione. Il benessere viene dalla consapevolezza del sé. E lo stato di salute è una specie di stato di grazia che si attua quando impariamo ad attingere a piene mani dalle energie vitali dell’inconscio. E ciò determina una reazione biochimica che con un circolo virtuoso ci porta alla salute.

E le tecniche dell’arte che cura che funzioni hanno?

Sono tecniche di avvicinamento all’inconscio. E’ lì che diviene evidente che siamo fatti della stessa materia dei sogni. Maneggiare le varie forme di creatività artistica è un espediente per attivare la poiein che è fare ad occhi aperti quello che l’inconscio ci permette di fare quando dormiamo.

Allora siamo tutti artisti o possiamo esserlo?

Si, nel senso che tutti siamo produttori di capolavori perché è il processo psichico che è un capolavoro della natura. Inconsciamente siamo capaci di produrre capolavori sempre e comunque, poi, se il prodotto accontenta l’estetica di quella comunità in quel periodo storico non sta a noi dirlo. A noi interessa il processo, ossia attraverso quali metodiche e strumenti il contatto pieno con il nostro inconscio diviene esperienza concreta. Vivificante. Noi ci occupiamo prima di tutto del benessere, in seconda battuta curiamo l’estetica del prodotto creato perché sia il più bello possibile, ma in seconda battuta.

Molti artisti sono e sono stati portatori di disagio psichico. C’è un nesso tra arte e follia?

Certamente, spesso le due condizioni si tengono per mano. E non mancano esempi autorevoli, come in Michelangelo Buonarroti, van Gogh, Andy Warhol. Nella musica Mozart e Beethoven. In letteratura Anderson ed Orwell.

Quindi persone particolarmente problematiche con disturbi a volte anche gravi del comportamento possono avere spiccate doti artistiche. Come è possibile? Dove ha origine da un punto di vista psichico l’esperienza estetica?

Christofer Bollas sostiene che l’esperienza estetica affonda le sue radici nel vissuto primario. È la madre che dà forma e trasforma l’esperienza interna ed esterna del neonato, prendendosi cura di lui in modi specifici, lo sfama, lo lava, lo abbraccia, lo sostiene, eccetera. Gli da un vero e proprio imprinting alla conoscenza della piacevolezza e del bello.

Sì certo, ma una volta cresciuti?

Con la crescita, questo potenziale “percettivo” viene poi riposto in altri oggetti, gli oggetti soggettivati, concreti o concettuali, investiti della capacità di determinare una profonda strutturazione del Sé. L’esperienza artistica occupa in questo contesto un posto di primo piano. Con Silvano Arieti, psichiatra italo argentino, potremmo invece parlare di “paleostrutture della mente”, aggregati primari di sensazioni, esperienze, immagini che creano contenuti psichici e che precedono le capacità di espressione linguistica. Arieti chiamava questo aggregato “endocetto” che si differenzia dal “concetto”

Ciò che viene da voi studiosi della psiche definito “il preverbale”?

Esattamente. L’esperienza estetica nasce da qualcosa di molto primordiale ed è direttamente il frutto dei processi primari, quelli che originano nel neonato e ci accompagnano segretamente dietro le quinte per tutta la vita, quelli che reggono le formazioni e le dinamiche dell’inconscio. Si tratta dei processi che si adoperano a creare i miglioramenti delle condizioni di soddisfazione della psiche, che sono attivi nella formazione dei sintomi e nella produzione onirica. Quindi il vero motore che produce e che crea.

E questa è ciò che i greci definivano “poiesis”, vale a dire la creazione di qualcosa che prima non esisteva?

Si, la poiesis, la creazione, ed aggiungo che non è detto che il creato debba esistere concretamente, tangibilmente. Non solo, ma quando diventa tangibile ha già fatto un lungo percorso. Facciamo un esempio. La scrittura di una poesia. Chi non ne a scritta una. Tutti conosciamo quella sensazione che viviamo dopo quel periodo più o meno lungo nel quale dentro di noi si vanno rappresentando delle suggestioni, delle sensazioni, delle emozioni, non ben identificate ma che crescono e si compongono sempre più. Arriva poi il momento in cui ci sediamo e iniziamo a scrivere. Fermiamo ora l’attenzione tra la fine di quel momento in cui questo qualcosa cresce dentro di noi ed il momento in cui scriviamo.

È una fase magica, bellissima, anche se carica di ansia…

E questa è un’ansia sana, non nevrotica. La sensazione è di integrazione dell’essere. Qualcosa preme per “uscire”, farsi mondo, trovare forma nella concretezza. Ma cosa accade, cos’è che produce quel senso di benessere? È il processo creativo che rende intero l’individuo, il quale ha la sensazione di una psiche integra, di un tutt’uno nel quale può identificare se stesso. È una sensazione bellissima che dà piacere, forza e gioia.

A un certo punto la forza percepita dentro vuole uscire, concretizzarsi, partorire, nascere…

Quando creiamo concretamente, cioè trasformiamo tutto ciò in qualcosa di tangibile, si attivano i processi secondari, quelli che originano quando siamo già un po’ più grandicelli, anche se molto piccoli, l’opera nasce, la creazione prende forma. Ciò che era nell’inconscio in modo informe si reifica. Ma tutto ciò può anche non accadere.

E cioè?

Facciamo un passo indietro. Il processo primario è inconscio e ci pervade senza la nostra volontà. La creazione dell’endocetto non possiamo fermarla. La trasformazione in concetto invece si.  L’endocetto, una volta formatosi, va a porsi nel preconscio, quel mondo che può diventare consapevole come invece rimanere celato. La forza che si era aggregata può non prendere nessuna forma, la poesia non viene scritta, il quadro non viene dipinto, l’endocetto non viene investito di senso, non diventa concetto, l’opera non nasce, muore dentro e col tempo scompare in un processo luttuoso.

E cosa accade se si opera in gruppo, in relazione con gli altri?

Proviamo a immaginare, ed alcuni ne hanno esperienza, cosa significa suonare in un gruppo musicale. Già abbiamo visto il processo psichico interno come si sviluppa quando siamo soli, ma quando l’esperienza diviene condivisa, nel momento in cui “entri” in quello che stai facendo, quando, per usare un termine in prestito allo sport, sei “in palla”, quando questo tuo sentire è condiviso dagli altri del gruppo divenendo un territorio comune e ti senti non più un solista, non più un membro del gruppo, ma ti senti essere il gruppo. Ebbene, in quel momento non sei più in gruppo, tu sei il gruppo.

Sei tutt’uno con gli altri…

Questa esperienza fusionale di appartenenza profonda, preverbale, inconscia, è anche uno dei motori della psicoterapia di gruppo, nonché uno dei risultati con i ragazzini autistici, ovviamente in quest’ultimi, anche solo accenni e brevi tracce di condivisione sono già un risultato importante.

Quindi riepilogando: l’arte è una sorta di edificio le cui fondamenta risiedono nei processi primari…

L’edificio poi si edifica nei processi secondari, quelli che specificano il sistema preconscio/conscio, quelli che regolano e trasformano i contenuti dei processi primari rendendoli intellegibili, dandogli un senso, offrendo il luogo della formazione del significato.

Che approdi ad un prodotto grafico piuttosto che plastico, oppure a una coreografia o ad una sceneggiatura piuttosto che ad un testo musicale, il travaglio della creazione affonda sempre le sue radici direttamente nelle prime fasi del vissuto?

In quel luogo dove la forma coincide con le vicissitudini della forma del proprio corpo e tutto ciò passando attraverso le caratteristiche qualitative delle cure materne, l’essere toccati, tenuti, cullati, carezzati, eccetera. Questa è la forma che si viene dando al mondo attraverso le prime relazioni con l’oggetto.

Come possiamo definire il ruolo terapeutico della bellezza artistica?

Come un velo che copre la ferita primordiale, ma anche che cura quella ferita. Qualunque prodotto artistico che produce bellezza cura la ferita, il trauma. Quindi l’arte è una riparazione del trauma. Ma per essere più preciso direi che l’arte produceva bellezza in veste di cura dell’anima fino a van Gogh. Per tutta la storia dell’umanità l’arte s’è presa la briga di creare il bello ed è solo da un secolo che le cose sono cambiate.

In che senso cambiate?

Duchamp con i suoi orinatoi, Fontana con i suoi tagli nella tela, Morandi con la sua merda d’artista… E Stanislavskij ed Eugenio Barba con le verità emotive sul palco… Gli artisti non si adoperano più a costruire il velo che cura la ferita, ma mostrano direttamente la ferita nuda nella sua verità. Ma è solo un diverso modo di prendersene cura. È un dare dignità alla ferita rendendola opera d’arte. È un restare vicino alla ferita senza esorcizzarla. È un processo di elaborazione della ferita. È il processo del lutto.

Il lavoro psichico contemplato nell’arte diventa lo stesso lavoro psichico contemplato nel lutto?

Cos’è il lutto se non il rimanere al fianco della ferita? Il lutto è un restare vicini al morto ed alla morte. È un restare al fianco della ferita. E questo restare silenziosi ed intensi al fianco del trauma, senza allontanarsi ne è la cura, il lavoro paradossale del richiamare costantemente alla memoria il danno per poterlo dimenticare. Un ricordare per dimenticare. La ricerca della presenza per arrivare all’oblio e dare una forma nuova al trauma.

Ha evocato il valore profondo dell’arte contemporanea. Non più il velo di bellezza che copre il trauma per dargli forma diversa, ma il richiamo del trauma per stargli vicino finché non assuma una forma diversa dentro di noi. Non è così?

In questo processo l’artista ha una marcia in più rispetto allo psicanalista. Nel vivere, riparare, tollerare, guarire il trauma. Per risolvere tutto ciò, l’artista elabora con un’opera di genialità la soluzione catalizzandola in un unico prodotto: l’opera d’arte.

Lo psicanalista invece?

Lo psicoanalista è un operaio, un operaio della psiche. Elabora il tutto in un’opera di manovalanza, una strana, lenta, lunga e complessa operazione che giorno dopo giorno, sogno dopo sogno costruisce nuovi significati senza tra l’altro essere accompagnato dalla bellezza estetica dell’artista.

Un manovale riparaferite?

Si, mentre l’artista può permettersi di affrontare la ferita, il trauma preverbale, l’angoscia di morte incorporandoli nella bellezza. Il processo artistico non è più un esorcismo, mascheramento della morte, ma è la morte che viene integrata nella bellezza.

E nella risata. Anche l’umorismo ha un ruolo simile. O no?

E l’umorismo in fondo cos’è se non evidenziare la caduta, la sconfitta, la morte. Come l’arte giapponese del Kintsugi che evidenzia le fratture della ceramica in frantumi incollando i pezzi ed impreziosendo le fratture colando oro. Le cicatrici diventano preziose, esaltate e non nascoste con vergogna.

Come utilizzare queste dinamiche psicologiche esistenti in dinamiche terapeutiche? Come possiamo trasformare questi processi creativi in processi di cura?

L’arte terapia ci viene incontro, infatti non fa altro che approfittare di linguaggi artistici, ormai strutturati e sedimentati nel corso dei secoli, se non dei millenni, affiancando metodologie e tecniche contemporanee ideate dalla psicologia moderna.

Faccio l’esempio dello Psicodramma Analitico solo perché è il mio strumento privilegiato, ma tutte le diverse discipline arte terapiche hanno le loro peculiarità.

Quindi cosa accade con lo Psicodramma?

E’ una tecnica che prende spunto dal teatro, sia quello greco che quello delle avanguardie artistiche del novecento. Sappiamo che, come molti dicono, che fare teatro è curativo. Con lo Psicodramma Analitico Il paziente, inizia una drammatizzazione del suo emergente psichico, cioè inizia a recitare ciò che solitamente avrebbe solo raccontato verbalmente. Recitare il proprio mondo interno in un contesto appositamente predisposto lo trasporta in una profonda regressione. L’atto della drammatizzazione conduce verso quei vissuti profondi, passando per processi primari, preverbali, prendendo acqua dallo stesso pozzo dove si alimentano i sogni. Sembra quasi di viverlo un sogno. Lui è in un altro mondo, quello della regressione, galleggia consapevolmente ed emotivamente nel suo inconscio che vede reificarsi innanzi. Rivisitando antiche dinamiche inconsce in modo così attuale e presente vive contemporaneamente una situazione riprodotta, irreale, ma le è mozioni e le sensazioni sono reali e fortissime con pianti e risa che portano spesso alla catarsi. Questo è l’ambito che noi chiamiamo, con Moreno, la “semirealtà”.

Il contesto sembra magico…

Si ma la persona, il paziente, è reale e concreto in quel momento, le emozioni sono vive e forti. Al suo ritorno dal viaggio dentro di sé gli si può chiedere casomai di drammatizzare i suoi desideri, oppure il suo futuro e scoprirà tante cose di sé per lui inimmaginabili.

Perché accade ciò? O meglio ancora, quando accade ciò?

Accade solo se il lavoro fatto fino a quel momento riesce a riportarlo nei vissuti dei processi primari o perlomeno in quella parte di preconscio dove certi materiali profondi possono affiorare e perché no, essere trasformati in positivo.

di Raffaele Tovino