La recensione. Ungheria 1956, l’unica rivoluzione popolare anticomunista e antitotalitaria del XX secolo

La recensione. Ungheria 1956, l’unica rivoluzione popolare anticomunista e antitotalitaria del XX secolo

La rivolta del popolo in Ungheria del 1956, è un evento che fa ormai parte dell’immaginario collettivo, evento che per la verità, mi ha da sempre sedotto. Per certi versi la mia esperienza politica adolescenziale è iniziata leggendo qua e là qualche brandello di storia su questo tema. Per questo ho acquistato subito il testo su quei fatti che ho trovato nel solito outlet milanese dei Navigli. Si tratta di «La crepa nel muro: Ungheria 1956». Sono le relazioni di un Convegno organizzato a Milano l’8 e 9 novembre 1996, dalla Fondazione Ugo Spirito e Luni Editrice, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Consolato della Repubblica di Ungheria a Milano e del Ministero della Cultura ed Educazione della Repubblica di Ungheria. Il convegno è dedicato al quarantesimo anniversario della rivolta del popolo ungherese contro l’invasione sovietica con i carri armati dell’armata rossa. Viene definita dallo storico Enzo Bettiza, la prima e unica rivoluzione nazionale, popolare, anticomunista e antitotalitaria del XX secolo.

Presentati dallo storico Francesco Perfetti, ci sono gli interventi di studiosi di elevato livello scientifico e testimoni autorevoli, che ebbero l’opportunità di trovarsi sul luogo degli avvenimenti. «La sanguinosa prova di forza, – afferma Perfetti nell’apertura dei lavori – che accompagnò lo svolgimento dei fatti dell’ottobre 1956, ebbe conseguenze disastrose, a livello di immagine, per l’Unione Sovietica e per i partiti comunisti, provocando crisi di coscienza in molti adepti di quei partiti e causando fughe e trasmigrazioni dalle loro file. In un certo senso, fu, davvero, la prima “crepa nel muro”, in senso figurato, di protezione del comunismo, anche se, invero, prima ancora che a Budapest, si erano avute le sollevazioni degli operai di Poznan e le imponenti manifestazioni contro il regime polacco appoggiate dalla Chiesa cattolica […]».

Le relazioni del convegno non raccontano i fatti in sé della rivolta, dovrei leggermi il testo di Enzo Bettiza, «1956. Budapest: i giorni della rivoluzione», pubblicato da Mondadori (2006) Prometto di presentarlo a breve. Il Convegno racconta l’impatto che quei fatti ebbero nella cultura, nella storia, probabilmente anche nel costume del nostro paese. I fatti di Ungheria incisero direttamente nella vita e nelle scelte di molte persone, in particolare degli esponenti comunisti. Durante il saluto, l’assessore alla Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia, Marzio Tremaglia, affermava: «In Ungheria non si vedeva l’idea comunista, si vedevano i carri armati veri, non l’idea astratta di una presenza, di un qualche ente ideologico, si vedevano effettivamente dei carri armati che sparavano non sui capitalisti d’Ungheria, non su qualche nemico, ma su persone in carne ed ossa […]».

L’intervento di Aldo Santamaria, della rivoluzione ungherese focalizza la figura contraddittoria di Imre Nagy, suo malgrado, lui comunista, divenuto protagonista e capo della rivolta. «Imre Nagy morì sul patibolo perchè, chiamato dal suo popolo alla guida del Paese, volle tentare di dare al popolo la dignità di una esistenza più umana e alla nazione la sovranità da tempo perduta». Circondato da uomini turpi, manovratori amorali, alla fine trovò i carri armati dell’esercito sovietico nelle strade di Budapest. Fu per certi versi «un riformista smarrito nella giungla del bolscevismo», così lo definì Francois Fejto, uno dei maggiori studiosi delle vicende politiche del dopoguerra nelle democrazie popolari. Santamaria in estrema sintesi cerca di descrivere il piano politico di Nagy, un progetto basato sull’esaltazione della storia e la cultura ungherese. Santamaria ricorda come il 23 ottobre 1956, il vertice del partito comunista si rivolse a lui, per far placare la rivolta popolare. In particolare la rivolta era composta dagli operai, artigiani, impiegati, gli ntellettuali del “Circolo Petofi”, dai studenti.

Il popolo che manifestava, andò a prendere Imre Nagy a casa e lo spinsero sul balcone del palazzo del Parlamento incitandolo a parlare alla folla a conclusione del corteo nelle strade di Budapest. Nagy rivolse un paterno invito alla calma e di avere fiducia nel comitato centrale del partito comunista. Fino alla fine cercò di essere leale con il suo partito, ma il popolo chiedeva ben altro, non poteva avere fiducia in un partito che non aveva mai dato benessere, giustizia e libertà.

Ancora Fejto scriverà: «mai una rivoluzione avrebbe dovuto avere un capo meno rivoluzionario». Fu nominato primo ministro, capo del governo dai comunisti, perchè così avevano deciso a Mosca. Così si cercava di placare la sommossa popolare che infuriava nel Paese. Ben presto Nagy si trovò solo, a fronteggiare i carri armati che erano pronti a mettere ordine in Ungheria.

A questo punto era inutile fare riferimento alla sua “carismatica” influenza sul popolo magiaro, non c’era più nulla da fare. «Cominciarono allora, non solo a Budapest ma anche in varie zone del Paese, quelle due settimane di grande esaltazione e di sangue, di eroismi e d’infamie. E quando, messa a ferro e fuoco dai carri armati dell’esercito sovietico una città così carica di storia, così ricca di testimonianze, messo in ginocchio un popolo già a lungo perseguitato e oppresso, si arrivò ai ‘giorni della vendetta’ nei confronti di coloro che, in vario modo, avevano contribuito a tenere vivo nell’animo della gente il desiderio di libertà, i cortili delle carceri di Budapest si popolarono di forche e d’impiccati».

Tutto questo secondo Santamaria è successo «grazie anche al disinteresse generale di un mondo a cui importava più la sopravvivenza dei sistemi che quella degli individui, più l’intoccabilità degli equilibri politici internazionali che l’esistenza di uomini di grande onestà intellettuale e spirituale come Imre Nagy,[…]».

Domenico Caccamo, nel suo intervento tratta degli orientamenti storiografici dell’ottobre ungherese. Anche lui cerca di dare un giudizio sulla complessa figura di Nagy, e soprattutto sul movimento rivoluzionario artefice dell’insorgenza ungherese. Per Caccamo, nell’ottobre-novembre 1956, «l’opposizione comunista non ha suscitato la lotta armata, ma ne è stata travolta, e gli intellettuali riformatori non sono stati i protagonisti, ma gli spettatori dell’insurrezione […]lo scoppio della rivoluzione li ha colti non sulle barricate, ma nei corridoi di un Comitato centrale ormai paralizzato […]».

Per Caccamo, secondo dati statistici, l’80 e il 90% dei combattenti era composta da giovani operai, gli studenti rappresentavano una bassa percentuale.

Secondo alcuni storici, gli eventi ungheresi non furono una rivoluzione preparata e organizzata dall’alto, ma fu invece una insurrezione spontanea e istintiva, un reale movimento delle masse, unite dall’odio comune contro il vecchi regime. Peraltro gli intellettuali si unirono agli insorti solo in un secondo momento.

«In realtà Nagy – scrive Caccamo – ed il suo gruppo furono sorpresi dallo scoppio dell’insurrezione popolare: nella società ungherese era venuto a maturazione un processo di ‘cospirazione tacita montante’, con la partecipazione ativa di diversi gruppi e interessi».

Lo storico Giorgio Petracchi, invita a ripensare il 1956 ungherese, dopo il crollo del Muro e la fine dell’Urss. «Non basta celebrare una data simbolica, e dolorosa, alla coscienza europea; ne è sufficiente, anche se necessario, riandare alle radici del confronto ideologico che ha caratterizzato la storia dell’Europa e del mondo dopo il secondo dopoguerra».

Un impegno importante potrebbe essere secondo Petracchi, rispondere alla domanda posta da Francois Fejto: «perchè di tutte le nazioni dell’Europa centrale soltanto l’Ungheria ha dato origine ‘alla prima – e unica – rivoluzione nazionale e popolare antitotalitaria in Europa?».

Una risposta convincente a questa domanda l’ha data un filosofo, E. M. Cioran: «Chi si rivolta, chi insorge? Raramente le schiavo, ma quasi sempre l’oppressore divenuto schiavo. Gli ungheresi conoscono da vicino la tirannide per averla esercitata con una competenza incomparabile […]Appunto perchè nel passato seppero così bene far la parte dei padroni, gli ungheresi erano ai nostri tempi, meno disposti di qualsiasi altra nazione dell’Europa centrale a sopportare al schiavitù».

La relazione di Massimo de Leonardis mira ad inquadrare la rivolta d’Ungheria nel contesto dei rapporti Est-Ovest durante la guerra fredda e in particolare per l’atteggiamento tenuto dagli Usa. Del resto De Leonardis utilizza l’ampia documentazione delle Foreign Relations of the Unites States (Frus), per la sua analisi parte dallo “spirito di Ginevra”, che ha segnato la politica internazionale di quel periodo, in particolare i rapporti tra Urss e Stati Uniti.

De Leonardis offre un attento esame del comportamento americano alla vigilia, durante e dopo la rivolta. Appare abbastanza confuso ed esitante il comportamento degli americani, che per la verità discutevano sulle possibilità di staccare dal blocco sovietico qualche Paese più o meno vulnerabile. Poi pare che la legazione americana a Budapest si sia convinta che proprio l’Ungheria offriva qualche possibilità di liberarsi dall’influenza sovietica. Anche perchè c’erano seri contrasti all’interno dei comunisti magiari.

Tuttavia secondo De Leonardis, si ha la sensazione che gli americani siano stati colti di sorpresa dai drammatici sviluppi della rivoluzione ungherese. Gli stessi americani hanno ammesso l’inerzia e l’impreparazione ad affrontare gli avvenimenti dell’ottobre-novembre 1956.

La legazione diplomatica americana a Budapest fu direttamente coinvolta dalle migliaia di dimostranti raccolti davanti ai suoi cancelli, che invocavano aiuto e reclamavano il ritiro dei sovietici. I rivoltosi chiedevano armi, aiuti, assistenza. La domanda più frequente: «cosa sta facendo per noi l’America in questo momento?»

L’ambasciatore Allen Dulles in quei giorni caldi aveva un bel da fare. Chiedeva al suo governo, al presidente Eisenhower dei chiarimenti. Poi c’era anche l’ONU, che doveva decidere cosa fare. Comunque sia il maggior rappresentante del mondo occidentale non sapeva cosa fare. L’unico che intervenne prontamente fu il Sommo Pontefice Pio XII, caso eccezionale, in pochi giorni, il papa produsse ben tre encicliche: la Luctuosissimi Eventus del 28 ottobre, la Laetamur Admodum del 1 novembre e la Datis Nuperrime del 5 novembre e poi con un ulteriore messaggio del 10 novembre al clero d tutto il mondo.

La situazione in Ungheria evolveva in maniera rapida. «In meno di dieci giorni – scrive de Leonardis – dunque si passò da una crisi nel regime ad una crisi del regime e Nagy smise il ruolo pompiere della rivolta nominato con il consenso dell’Urss per fare via via proprie le richieste degli insorti, tra i quali dominavano ormai gli anticomunisti più decisi, che vedevano i lro ideali incarnati soprattutto nel cardinale Jozsef Mindszenty, liberato il 30 ottobre dalla prigionia da reparti dell’esercito ungherese e accolto a Budapest in trionfo dalla folla, mentre sfilava una parata militare in suo onore».

Il cardinale parlando alla radio il 3 novembre, ribadì la neutralità dell’Ungheria e la sua volontà di vivere in pace ed amicizia con tutti i suoi vicini, compresa l’Urss.

«Di fronte a questa rivolta che diventava controrivoluzione, il governo americano rimase a rimorchio degli eventi, distratto poi dalla concomitante crisi di Suez, esplosa il 29 con l’attacco israeliano all’Egitto, seguito due giorni dopo dall’intervento militare anglo-francese, che, come si esprime il curatore della raccolta dei documenti diplomatici americani, rapidamente ecclissò la rivolta ungherese e divenne il principale oggetto di preoccupazione per i dirigenti degli Stati Uniti, oltre naturalmente alle elezioni presidenziali, fissate per il 6 novembre».

Qualcuno scrisse il petrolio era più importante dei magiari.

Dall’Ungheria partirono diverse richieste di aiuto, anche dall’Italia, si segnala il pressante invito al presidente Eisenhower, dell’ambasciatore in Italia Clare Boothe Luce.

Quarant’anni dopo in una intervista, il portavoce di Imre Nagy, Miklos Vasarhely giudicava il comportamento degli Stati Uniti, perfido: «mentre attraverso Radio Europa Libera ci incitavano a lottare, il segretario di Stato dichiarava di non essere strategicamente interessati all’Ungheria. Gli Usa si opposero a discutere il nostro problema all’ONU, anche contro il parere di altri governi amici, come quello italiano».

Estremamente interessante ho trovato la relazione di Edgardo Sogno, ed ho capito il perchè i comunisti lo odiassero tanto.

«In tutto il corso della lunga notte totalitaria europea, di destra e di sinistra che va dal 1917 al 1989, fatta, nell’ordine di nascita, di comunismo, fascismo e nazismo, la rivolta ungherese rappresenta uno dei soprassalti di riscossa più limpidi e di maggior rilievo». L’Europa poteva esibire questa epopea d’onore e di riscatto, facendone il simbolo della sua redenzione storica dai suoi crimini e dalle sue vergogne. Il moto ungherese, ha rigettato in assoluto il comunismo e non solo lo stalinismo, sono stati per Sogno, “i dieci giorni di sangue e di speranza”.

Sogno denuncia il conformismo degli storici, dei saggisti sulle riviste, sui giornali, «nessuno ha sentito l’esigenza di denunciarne la causa, di proclamarne la responsabilità».

Eppure per il liberale Sogno «chiunque abbia in qualche modo partecipato a quegli eventi e vissuto quel dramma dalla parte giusta, prima di qualsiasi altra testimonianza ha il dovere di gridare in faccia a tutti costoro: voi tacete per viltà perchè viviamo tuttora immersi in sacche condizionanti di socialismo reale, perché la sinistra tanto in Italia quanto in Ungheria (come del resto in Europa Orientale) non si è ancora sbarazzata del cancro comunista».

Edgardo Sogno ha esperienza diretta dei fatti ungheresi, dopo la repressione sanguinaria dei sovietici, partecipò a Vienna all’espatrio e l’assistenza ai profughi ungheresi. In questa relazione racconta come contribuì a fare arrivare in Italia, diversi profughi, 250 esponenti e dirigenti dell’insurrezione. Tra questi c’è il maggiore Jankovich. Si potrebbero scrivere volumi in riguardo all’insurrezione popolare del ’56 in Ungheria. Poco è stato fatto, per ora secondo i dati forniti dall’attuale governo ungherese, gli insorti caduti in combattimento sarebbero 2.500, passati per le armi nella repressione 400, incarcerati 50.000, fuggiti all’estero 200.000. Enzo Bettiza, nel suo libro parla almeno di 15 mila morti ungheresi, a cui si aggiungono 5 mila sovietici.

Sogno racconta quegli anni di battaglie politiche prima della rivolta in Ungheria, eravamo i soli a non credere alla distensione, alla destalinizzazione, al pacifismo del comunismo sovietico. La maggioranza degli osservatori e dei politici occidentali, invece ci credevano.

Il volume pubblica anche gli atti della tavola rotonda, che è seguita dopo il convegno, “La sinistra, gli intellettuali e l’Ungheria”, prendono parte autorevoli personalità come Enzo Bettiza, Pasquale Chessa, Sandro Curzi, Piero Melograni, l’ambasciatore Sergio Romano, Giovanni Russo, Massimo De Leonardis. E’ interessante perchè in questo dibattito tra gli studiosi, emerge la difficile posizione del Partito comunista italiano, quella di Palmiro Togliatti e di tutti gli altri esponenti della sinistra italiana. «Per quanto riguarda l’Italia – afferma Bettiza – dobbiamo dire che il 1956 vide il Partito comunista italiano schierato in maniera drastica, definitiva, a fianco dei carri armati sovietici». Il motivo secondo Bettiza è che entrava in gioco, «anche il pensiero e le preoccupazioni personali di Togliatti, sia per quanto concerneva la stabilità del cosiddetto campo socialista internazionale, sia soprattutto per quanto riguardava la stessa stabilità sua, di Togliatti, ai vertici del comunismo italiano; stabilità profondamente scossa dal rapporto Cruscev al XX Congresso, che incriminando praticamente Stalin per delitti da diritto comune, coinvolgeva colui che nei tempi cominternisti, Togliatti, fu anch’egli uno dei responsabili diretti delle purghe e, fra l’altro, responsabile diretto della distruzione fisica della dirigenza del Partito comunista polacco,dei rifugiati dirigenti polacchi a Mosca».

Schierarsi, in quel momento, a fianco dei carri armati sovietici, «significasse dare un contributo alla ristalinizzazione del sistema comunista europeo e internazionale e quindi, con la ristanilizzazione, ridare stabilità alla propria leadership ai vertici del Partito comunista italiano».

Era una posizione che non poteva che provocare all’interno del partito o ai suoi margini, fra gli intellettuali, delle perplessità, dei dubbi e dei contrasti. Infatti tanti sono quelli che abbandonano il partito per il forte disagio provocato dalla violenza esercitata sul popolo ungherese. Bettiza cita il libro di Federigo Argentieri, “La rivoluzione calunniata”, che ha raccontato meglio di lui questi contrasti nel mondo comunista italiano.

Pietro Melograni inizia il suo intervento facendo riferimento al documento (centouno firmatari) che condannava l’intervento sovietico in Ungheria. Anche qui profondi contrasti, alcuni dopo aver subito forti pressioni dal partito si dissociarono.

Sul comportamento e la composizione di questi 101 dissidenti si sofferma poi Russo. Accanto a quelli che avevano capito, anche se in ritardo, della non democraticità del regime comunista, vi erano quelli, che volevano un regime ancora più comunista e cioè un “vero comunismo”.

Il professore Melograni da ex comunista, racconta dei retroscena interessanti su Togliatti che in quel momento seppe usare il mito dell’Unione Sovietica, dell’armata rossa. Era troppo importante, un bisogno essenziale. Togliatti, afferma Melograni, «era a conoscenza degli aspetti tragici del comunismo in Unione Sovietica, per averne sofferto lui stesso. Ritengo che, negli anni delle purghe, Togliatti non abbia mai convocato il Comitato centrale del PCI nell’Unione Sovietica proprio per salvarlo dalle persecuzioni staliniane. Se i membri del Comitato centrale si fossero riuniti anche una sola volta a Mosca, avrebbero rischiato di essere fisicamente eliminati così come era accaduto ad altri Comitati centrali dei partiti stranieri, nonché agli stessi Zinovev, Kanienev, Trotzkij e così via». Addirittura secondo Melograni, «E’ probabile che la forza del mito sovietico in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, sorprendesse anche lo stesso segretario del Partito comunista». Aggiunge Melograni, «il segretario del PCI agiva con molta freddezza e doppiezza. Non appena gli fu possibile, nel 1944, abbandonò probabilmente con molta gioia l’Unione Sovietica per far ritorno in Italia […] Conosceva molto bene la realtà sovietica ma non rivelò mai pubblicamente gli orrori di questa realtà».

Togliatti era consapevole della divisione dell’Europa in zone di influenza e sapeva perfettamente che gli americani non sarebbero mai intervenuti in favore degli insorti ungheresi.

Del forte disagio nell’intellighenzia comunista italiana ne parla anche l’ex ambasciatore Sergio Romano. Con molta ironia si domanda sul perchè questi intellettuali non avessero capito come agivano i sovietici. Che tipo di cultura avessero se improvvisamente scoprirono nel 1956 di avere a che fare con un mondo in cui non si riconoscevano? Certamente, «Togliatti non poteva certamente essere sorpreso dagli avvenimenti del 56 e continuò per la sua strada e questo, in un certo senso, comportava una forte dose di coerenza politica […]». Mentre per quanto riguarda gli intellettuali, il fatto che fossero sorpresi o sconcertati dalla violenza sovietica in Ungheria, questo non si è mai riusciti a capire.

Ritornando a Togliatti, Giovanni Russo, sostiene, come risulta dai documenti che il Migliore contribuì in modo decisivo, «al processo e alla condanna a morte di Nagy sostenendo il carattere ‘assolutamente controrivoluzionario’ del governo nato dallo spontaneo moto di liberazione degli operai e degli studenti e intellettuali ungheresi contro lo stalinismo». Addirittura secondo De Leonardis, pare che Togliatti, abbia incitato i sovietici alla repressione degli insorti magiari.

Interessante l’intervento di de Leonardis che ci tiene a precisare che lui non deve rompere con nessun passato, perchè non è mai stato di sinistra, quindi non deve fare nessun pentimento o autocritica. Il suo modello è il cardinale Mindzenty, che nel suo discorso dopo la scarcerazione ha dichiarato di essere rimasto con le stesse convinzioni di prima la carcerazione, nonostante le brutali pressioni del regime.

Tuttavia De Leonardis è abbastanza polemico sulle conversioni ad orologeria dei leaders o intellettuali comunisti. Spesso queste conversioni sono state effettuate quando era ormai impossibile evitarle. O addirittura quando l’ordine veniva da Mosca. «Si continua ad accusare il popolo tedesco dicendo che non poteva non sapere dei crimini nazisti. – afferma De Leonardis – Sarebbe ora di chiedere conto ai comunisti (post o neo) perchè si sono sempre accorti dei crimini del socialismo reale solo quando arrivava il contrordine da Mosca. I processi a cavallo degli anni ’40 e ’50, i moti di Berlino est nel 1953, l’Ungheria nel 1956, il muro di Berlino, la Cecoslovacchia nel 1968, i processi ai dissidenti sovietici, il genocidio praticato da Pol Pot in Cambogia, il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia, l’invasione dell’Afghanistan: nulla di tutto questo, per limitarci agli eventi più clamorosi, indusse il PCI a rompere i legami con Mosca, che furono sciolti, abbandonando il nome comunista (subito però rivendicato da altri), solo quando crollò ‘l’impero del male’».

E soprattutto De Leonardis oltre a non credere al valore dell’autocritica e al pentimento degli ex comunisti. Non ha mai visto la riabilitazione dell’avversario anticomunista ed il riconoscimento delle sue ragioni di allora. Se non fanno questo rischiano di passare addirittura come “anticomunisti”, continuando a mantenere ai margini politici i veri anticomunisti.

Sarebbe importante continuare ma devo fermarmi, ritorneremo a parlarne la prossima volta.

Domenico Bonvegna

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