LA PROPOSTA / DOPO LO STUPRO IN STAZIONE LA CITTA’ E’ SOTTO CHOC – NON LASCIARE SOLI I RAGAZZI DI SAN GIORGIO A CREMANO – Parla lo psicoterapeuta Massimo Doriani

LA PROPOSTA / DOPO LO STUPRO IN STAZIONE LA CITTA’ E’ SOTTO CHOC – NON LASCIARE SOLI I RAGAZZI DI SAN GIORGIO A CREMANO – Parla lo psicoterapeuta Massimo Doriani

San Giorgio a Cremano è ancora sotto choc. Il comune situato alle falde del Vesuvio, poco meno di cinquantamila abitanti, era famoso per lo più per aver dati i natali a Luca Giordano, Alighiero Noschese e a Massimo Troisi. Da alcuni giorni invece è balzato alla cronaca per essere il luogo in cui tre ragazzi poco più che diciottenni hanno consumato una violenza di gruppo nei confronti di una coetanea. Dove? La cittadina ubicata a metà strada tre il mare e le pendici del Vesuvio è da tempo parte integrante dell’agglomerato urbano di Napoli, al punto che ne costituisce una propaggine in cui è (era) possibile una qualità della vita migliore rispetto all’area orientale del capoluogo, punteggiata di capannoni industriali in disuso. A Napoli è collegata dalla rete della ferrovia Circumvesuviana. Ed è proprio lì, nell’ascensore della stazione, trasformata in una trappola, che è avvenuta la violenza sessuale. “Occorre una terapia d’urto – afferma lo psicoterapeuta Massimo Doriani, direttore dell’Accademia Imago, specializzazione in psicoterapia con la psicoanalisi e lo psicodramma analitico nonché direttore del ISIDAP, Istituto specialistico italiano per la cura del panico– per rianimare una comunità colpita da un evento traumatico. Ed è quello che abbiamo pensato di proporre alle istituzioni del territorio”.

Come è possibile che una cittadina tranquilla, in cui da sempre i ragazzi, anche in giovanissima età, si incontrano in piazza e dinanzi ai bar in una convivialità senza alcuna remora, debba soffrire un vulnus così scioccante come uno stupro?

La necessità di fronteggiare il crescente disagio giovanile, che viene espresso attraverso comportamenti anche distruttivi e autodistruttivi, è ormai una emergenza. Il fenomeno si manifesta attraverso modalità differenti: droga, bullismo, alcolismo, autolesionismo, dipendenza da computer e social network, oltre che ovviamente casi di violenza sessuale. Si arriva alle problematiche legate all’alimentazione ed atti di vero e proprio vandalismo. Io credo che le responsabilità vadano condivise da tutti i membri di una comunità, dagli adulti alla scuola, sino agli enti del sociale e professionisti della relazione d’aiuto. E non escluderei le imprese del territorio, che hanno un riverbero negativo sulla loro attività da una qualità segnata da queste criticità. Tutti devono concorrere a promuovere il mondo delle potenzialità negate che si nasconde dietro il fenomeno.

Si ma a San Giorgio, a memoria d’uomo, non si era mai registrato una patologia tipica del “branco”.

Dobbiamo anzitutto intenderci sui fenomeni” distruttivi”. Particolare attenzione merita il vandalismo, un disturbo del comportamento tipico dell’età adolescenziale, che porta i ragazzi a unirsi in branco e, per creare un diversivo alla vita monotona di tutti i giorni, a devastare quello che incontrano sul loro cammino.

Ciò che spinge a questi atti è la noia, non è così?

Sì in alcuni contesti sociali – quelli più fortunati dove la mancanza di valori ed ideali affiancata ad un benessere economico crea un senso di vuoto ed inutilità – quella che viene chiamata noia, ma che di fatto sottende grosse problematiche personali, spesso familiari, assume un ruolo importante. Mentre in contesti difficili e disagiati è l’assenza di un futuro la mancanza del benché minimo contesto strutturato nel quale poter canalizzare le belle e forti energie di un adolescente che vuole conquistare il mondo che come unica realizzazione di se stesso trova vandalismo e violenza.

Sì ma dalla frustrazione per l’assenza di futuro come si arriva al Branco che ha qualcosa di folle?

Il passo è breve perché il gruppo ha di per sé delle istanze psicotizzanti quando il senso di appartenenza è molto forte. Mi spiego. Tutti abbiamo dei meccanismi di difesa all’interno dei quali ci proteggiamo, coltiviamo le nostre fantasie ma quando dobbiamo entrare in relazione con il mondo le fantasie vengono mediate con le regole che ci impone il contesto che ci circonda. Il gruppo fa in modo tale che le difese dell’individuo escono da sé e creano un perimetro attorno al gruppo stesso, diventano difese gruppali, contro l’esterno, con fantasie condivise da tutto il gruppo all’interno del cerchio magico. Specialmente nell’adolescenza il gruppo dei pari diventa un moltiplicatore esponenziale delle energie dei ragazzi. Ma quando non è presente un contesto sociale con regole sane, l’immaginario del gruppo si sconnette completamente dalla realtà circostante ed ognuno si sente potentissimo perché protetto dai meccanismi difesa che circondano l’intero gruppo. In questo modo quella parte di follia slatentizzata prende il sopravvento e si trasforma in un comportamento reale e concreto

Come influisce l’utilizzo dei social network su questo disagio?

Le tecnologie sono uno strumento e come tale non sono né positive né negative. Positivo o negativo è l’uso che se ne fa. Web e social hanno rappresentato un passo in avanti per la comunicazione tra le persone di portata epocale. Ma ciò è accaduto con una tale velocità paragonabile al progresso che c’è stato negli ultimi secoli. Il vero problema è che questi strumenti formidabili non hanno trovato una regolamentazione, sviluppandosi in una sorta di giungla le cui conseguenze nel bene e nel male sono arrivate molto prima delle regole. Non solo ma coloro che sono adibiti a regolamentare questo mondo virtuale, cioè noi adulti, ne capiscono molto meno dei ragazzi che lo frequentano

Cosa possiamo fare allora? Siamo costretti a soccombere?

Assolutamente no, possiamo noi adulti mettere a disposizione conoscenza e competenza legata all’esperienza avvalendoci degli strumenti propri dei ragazzi per aiutarli a riflettere. Ciò può attirarli e coinvolgerli in processi di crescita e trasformazione anche di quei vissuti che possono portarli a comportamenti “negativi”.

Abbiamo descritto il quadro diagnostico, per così dire. E la terapia?

La nostra proposta è di lavorare sulle relazioni all’interno del “branco”, con il metodo del videodramma, che deriva dallo psicodramma analitico al quale sono state aggiunte vere e proprie tecniche cinematografiche

Beh allora partiamo dallo psicodramma. Ci spiega di che si tratta?

lo psicodramma è uno strumento di grande duttilità creativa e relazionale, efficace come mezzo per facilitare l’espressione nel qui ed ora dei conflitti interiori e relazionali. Quindi se inserito in un contesto psicoanalitico diventa un ottimo strumento per la psicoterapia, infatti con esso curiamo con grande successo gli attacchi di panico.

Come funziona?

È un metodo con cui il disagio, la problematica che disturba l’individuo non viene solo raccontata, ma drammatizzata.
In tal modo viene espresso il proprio malessere con tutta la forza delle emozioni: rivissuta, riletta, interpretata da protagonisti della propria esistenza. I contenuti emozionali vengono rappresentati su un metaforico palcoscenico attraverso la messa in scena dei propri vissuti.

Quali sono gli obiettivi di tale lavoro?

Lo psicodramma costruisce una rappresentazione scenica spontanea che permette di far rivivere sulla scena i conflitti interpersonali e rendersene consapevoli. Di sdrammatizzare, nell’interazione con il gruppo, le frustrazioni interiori favorendone la rielaborazione.

E il passaggio al videodramma?

Uscendo da un contesto di psicoterapia ed affiancando allo psicodramma lo strumento cinematografico, diventa ancora più evidente il ri-orientamento emozionale di tutti gli attori della narrazione.
Dallo narrazione psicodrammatica messa in scena prende vita la sinossi, la ri-elaborazione scritta del vissuto autobiografico narrato e consegnato fuori di sé. La trama narrativa con la guida esperta di psicoterapeuti e counselor psicologici prende nuova forma. Ciò vede ovviamente l’ausilio di registi, tecnici audio, sceneggiatori, montatori, insomma una vera e propria troupe cinematografica dove i ragazzi sono i protagonisti attori.

Quali sono gli effetti sulla psicologia dei ragazzi/attori?

Il senso profondo del lavoro è di diminuire la distanza tra un’immagine di sé e il sé autentico, cioè di non alimentare ma ridurre il falso sé, andando ad abitare parti di sé poco conosciute, le parti-ombra.
Un lavoro del genere, oltre ad essere divertente nello svolgimento, rende possibile ritrovare l’emozione del momento e porta immediata la trasformazione attraverso il prendere possesso di altre parte di sé, quelle accantonate, poco amate, detestate, trascurate, sopite.

Quali finalità permette di raggiungere nei confronti dell’ambiente sociale?

E’ uno strumento di lavoro pratico che attira, attiva e riattiva l’interesse e l’ascolto e che può “risolvere” situazioni di passività ed aggressività, prima fra tutte la pratica sempre più diffusa e devastante del vandalismo che porta in sé altri disturbi di rilevanza sociale come bullismo e violenza di branco.

Quindi pensate di portare il videodramma anche a San Giorgio? Come?

Selezionando i soggetti/attori nelle scuole di appartenenza, in sinergia con dirigenti e docenti ad un lavoro rivolto ai ragazzi a rischio in situazioni difficili.

E perché i ragazzi dovrebbero partecipare?

Perché attualmente il cinema di contesti difficili è diventata una sorta di mito, un canale pulito per emergere, il luogo di realizzazione fantastica delle prorompenti energie, il modo rapido per raggiungere il successo.

Allora buon lavoro alla Accademia Imago. Il messaggio è lanciato…
E noi lavoreremo con le istituzioni e le associazioni territoriali di San Giorgio perché venga prontamente raccolto.

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