di Massimo Calise

Mi sembra fosse Flaiano a dire “ha una tale sfiducia nel futuro che fa i suoi progetti per il passato”. Affermazione quanto mai attuale. Infatti mi sembra questo l’atteggiamento di molte persone che trovando poco soddisfacente il presente, poco propensi ad impegnarsi per modificarlo, si rifugiano in un passato mitizzato alimentando favole consolatorie e rancorose nostalgie con un uso strumentale non della storia ma bensì dei suoi singoli episodi. La Storia si presta a diverse visioni che portano, mi riferisco a coloro che non sono storici, a due diversi approcci.

Il primo suggerisce la ricerca, nella storia, di ciò che possa essere utile a spiegare il presente e a costruire il futuro, nostro e della comunità di cui facciamo parte. Una storia con la sua complessità dunque che, pur non essendo maestra di vita, ci faccia riflettere e ci sproni.

Il secondo approccio ci mostra alla ricerca di un passato da mitizzare, quest’ultimo spesso stroncato da forze malvage. Una visione consolatoria che induce al vittimismo, addossa ad altri tutte le colpe, ci autoassolve e ci inchioda ad un immutabile presente.

Infatti come considerare certa pubblicistica, certe notizie che affollano il web che ci descrivono, mitizzandola, la monarchia borbonica vittima dell’aggressione piemontese. Una narrazione che si appiglia o ai primati o a singoli episodi spesso tragici.

I primati isolati, fine a se stessi, non servono a nulla se non diventano normalità e rimangono eccezioni. Per esempio: inaugurare la prima ferrovia e poi non sviluppare una rete ferroviaria adeguata serve a poco. Così si potrebbe dire di altri primati veri o presunti.

Enfatizzare singoli episodi, per esempio la strage di Pontelandolfo e Casalduni (BN), senza contestualizzarli non da una idea precisa del processo storico da cui sono estratti. La storia è tragedia e la strage citata ne è un esempio ma lo sono altresì i moti del Cilento del 1828 che videro una feroce repressione e la distruzione della cittadina di Bosco da parte delle truppe borboniche. Non si tratta di un orribile comparazione di lutti ma di ribadire che le tragedie della storia non hanno visto, purtroppo, popoli, regni, stati innocenti.

Una lettura seria e attenta della fine del Regno delle due Sicilie ci dice che esso è imploso: più che Garibaldi ha potuto l’inettitudine dei sovrani borbonici.

Incapaci di unire veramente il loro regno: città/campagna, Sicilia/meridione continentale.

Incapaci di circondarsi di una burocrazia efficiente: hanno promosso funzionari solo perché fedeli e provocato l’esilio delle migliori intelligenze.

Incapaci di creare un esercito: generali vecchi, ricorso ad ufficiali e, addirittura, a truppe straniere.

Incapaci, al contrario di altri sovrani europei, di comprendere i “tempi nuovi”: Costituzioni concesse e rinnegate.

Incapaci di condurre una politica di alleanze: un regime che, con la sola eccezione del Papa, era isolato a livello internazionale.

Questa è, in estrema sintesi, la spiegazione della fine del Regno delle due Sicilie: una dinastia incapace di creare uno Stato nazionale come in Francia, in Inghilterra, nel Piemonte.

Allora meno male che l’unificazione c’è stata. Processo fortemente voluto da tanti patrioti ma imprevisto, improvviso e, anche per questo, denso di errori. È giusto ricordare errori e violenze senza spacciarle per novità e, soprattutto, senza trarre da singoli episodi spunti per argomenti antiunitari. Riflettiamo tutti, i neoborbonici in particolare, cosa sarebbe oggi, visione ipotetica e anacronistica, un Mezzogiorno completamente autonomo. Pensate: ancor oggi non emergono forze politiche locali capaci di porsi come classe dirigente, non si intravede una classe imprenditoriale capace di alimentare uno sviluppo endogeno. Ovviamente non mancano le eccezioni, appunto! Uno sguardo alla semplice cronaca, meglio ancora alle statistiche comparative fra la Regioni e Comuni meridionali con quelle del centro-nord dovrebbe spegnere ogni velleità autonomistica.

Sia chiaro: nessun evento storico deve essere taciuto e sicuramente la storiografia risorgimentale, quella affidata agli storici di professione, nulla tace. C’è stata una storiografia filo sabauda, ma è finita molti decenni orsono.

Una cosa è la narrazione di un fatto, altro è la sua interpretazione che non può decontestualizzarlo, ignorarne la complessità e la sua collocazione in un processo di lungo periodo. Non possiamo non vedere un uso pubblico, politico della storia: ossia il tentativo di accreditare una versione del passato che sia politicamente utile nel presente.

Tutto ciò dovrebbe indurre tutti ad atteggiamenti costruttivi, richiamare le responsabilità individuali e collettive per una consapevolezza che è presupposto indispensabile per rendere i meridionali protagonisti, non isolati, del loro destino. Non lasciamo che la storia sia utilizzata come alibi, per alleviare o mascherare i problemi attuali; rintuzziamo il tentativo di far restare il nostro sguardo fisso all’indietro anziché rivolto verso il futuro.