LA MOSTRA. I capolavori di Canova al Museo Archeologico di Napoli

LA MOSTRA. I capolavori di Canova al Museo Archeologico di Napoli

Delle Tre Grazie di Antonio Canova esistono due versioni: la prima, cominciata nel 1812 parla russo. L’altra spikka inglese e è conservata al Victoria & Albert Museum di Londra. Al Mann di Napoli c’è la prima, viene dall’Ermitage di SanPietroburgo e è una delle 12 opere provenienti dalla Russia delle 110 in mostra per il monumentale evento Canova e l’antico (fino al 30 giugno 2019).
Arriva nel Salone della Meridiana in una cassa-matrioska di legno pallido con sopra il timbro FRAGILE e il marchio in cirillico dello spedizioniere. Per questi colli non si specifica mai il contenuto, viaggiano anonimi e ingombranti come un carico di bicchieri a poco prezzo. Delicatamente si apre il pannello sul lato largo, spunta un’altra cassa gemella, appena più piccola. FRAGILE. Di nuovo. E’ la volta buona. Aperta, spicca il pluriball, universale rimedio per ogni trasloco. E’ ciò che riveste, che fa la differenza. E la differenza è questa scultura considerata rivoluzionaria che piano emerge. Vengono estratti i tre fissaggi che l’hanno ancorata saldamente per evitare nel viaggio qualsiasi sussulto. Ora si libera il lato opposto della cassa e si sveste dalla plastica. Adesso è nuda, nuda come le tre figure, è incorniciata nel chiaro di una cornice provvisoria che di qui a pochi minuti sarà divelta. E’ pronta per essere sistemata, in bella mostra si dice e mai detto è più azzeccato. Paradossalmente, è l’allestimento il momento più emozionante di una mostra. Quando le opere arrivano in casse anonime su carrelli trasportati a mano, le rotelle scivolano sul pavimento come miele. C’è un attimo di silenzio, poi comincia il trambusto: il suono ovattato degli svitatori, le voci «tieni qua», «svita sotto», «prendi», «vai». Sono tanto attese, ci si augura che siano nel medesimo stato della partenza. A questo ci pensa la persona delegata al controllo dall’ente prestatore: le scruta palmo a palmo.
C’e Giuseppina Bonaparte, la prima moglie di Napoleone, la ripudiata, dietro l’idea della scultura. Fu lei a suggerire a Antonio Canova il soggetto. Lo scultore veneto, ormai di stanza a Roma, lo raccolse. Giuseppina morì prima di vederla. Canova realizzò le Tre Grazie riuscendo a mantenere in equilibrio il trio utilizzando una colonnina dorica laterale. Arte armonia, arte bellezza e civilizzatrice; Ugo Foscolo, contemporaneo di Canova, dedicò l’inno Le Grazie proprio allo scultore che stava lavorando all’opera.
Adoratore, ma non idolatra di tutte le cose antiche, Canova si rifiutò sempre di fare copie di sculture del passato. Rifondò il classicismo contribuendo a coniare quella definizione, neoclassicismo, con la quale si intende in arte il rispetto del passato collocandolo nel presente, nel nuovo.
A Napoli sono esposti dodici marmi, grandi modelli e calchi in gesso, disegni, dipinti, modellini in terracotta, monocromi, 34 tempere a fondo nero conservate a Possango nella casa natale dell’artista. Ci sono le sculture Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche, la testa del Genio della Morte, espressione ebete e un fiocco in testa. Da Kiev viene la testa della Pace, dal Getty Museum Apollo che s’incorona, quel vanesio.
Tutte le opere dialogano con la collezione del Museo Archeologico, con la classicità antica. C’è il grande gesso del gruppo di Adone e Venere, c’è Paride a confronto con il Paride di Capua, marmo romano di fine II secolo d.C.. Il Pugilatore conversa con i gruppi scultorei farnesi.
Con Napoli, Canova ebbe un rapporto adorante. S’estasiò davanti al Cristo Velato nella Cappella di San Severo, disse che sarebbe stato disposto a rinunciare a dieci anni di vita per esserne l’autore, provò anche a acquistarlo. Osservò i gruppi marmorei della collezione farnese all’epoca custoditi nella Reggia di Capodimonte, Ercole, il Lacoonte, conobbe l’immenso patrimonio archeologico che stava riemergendo dagli scavi di Pompei e Ercolano. Tornò a Roma pieno di idee e sempre più convinto di studiare a fondo la classicità per riproporla in chiave moderna, la sua. Con quel plasticismo vivo, non stentorio. Capace di far muovere il marmo.
Canova e l’antico è una mostra epocale, lascerà il segno per qualità e eccezionalità dei prestiti. E perché anche Topolino dedicherà, nei prossimi mesi, una storia intitolata Canova Topolino. Questa pubblicazione citata ultimamente da Massimo Cacciari, Matteo Salvini, Carlo Calenda come lettura di bassa ignoranza. Nella quale, però, non si trova mai un refuso.

Maria Tiziana Lemme

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