La guerra dei dazi: solo l’Europa unita può fermare Trump

Alessandro Corti

Lo aveva promesso durante la campagna elettorale. “America first”, aveva scandito Trump, conquistando il ventre molle degli Stati Uniti, impoverito dalla grande recessione, impaurito dalle nuove ondate di migranti e alla ricerca di un nuovo sogno di riscatto. Ora, dalle parole, si passa ai fatti. Dopo svariate minacce, i dazi annunciati dall’inquilino della Casa Bianca si stanno trasformando in realtà. Per ora riguardano solo acciaio e alluminio. Ma l’elenco dei prodotti che l’amministrazione statunitense potrebbe decidere di proteggere è molto più lungo. Dentro c’è di tutto, dall’automotive al food, dall’elettronica alla moda. Restrizioni che mettono fine alla lunga epoca della globalizzazione innescando un pericoloso balzo all’indietro di oltre vent’anni nel commercio mondiale. La mossa di Trump, per la verità, è veramente difficile da digerire. Gli Stati Uniti marciano ormai verso la piena occupazione, le rimanenti sacche di inattivi non destano grandi preoccupazioni e i prodotti made in Usa ad alto valore aggiunto continuano a penetrare senza grandi problemi non solo nei paesi in via di sviluppo ma anche in quelli più ricchi.

Insomma, la mossa di Trump, ha soprattutto un obiettivo: riaffermare la supremazia mondiale degli Stati Uniti. Un ritorno, insomma, a quel ruolo di Paese egemone che prima la crisi dei mutui subprime e poi la stagione di Obama, avevano in parte appannato.

Il ritorno di fiamma del nazionalismo e dei dazi rischiano, peró di avere effetti pesanti in un’Europa che solo negli ultimi mesi ha ritrovato la strada di una timida e ancora incerta ripresa. L’effetto Trump potrebbe ridimensionare le aspettative di crescita e creare non pochi problemi sul fronte dell’occupazione, soprattutto nei Paesi come l’Italia dove è stato proprio l’export, piú della domanda interna, a trainare la produzione e gli investimenti. Ma, il neoprotezionismo di Trump potrebbe anche diventare, paradossalmente, un’opportunità per il Vecchio Continente. Infatti, solo se l’Europa riuscirà finalmente a parlare con una sola voce e a ritrovare la sua unità, potrà giocare un ruolo da protagonista sul nuovo scacchiere mondiale. Un tavolo dove i singoli Paesi che compongono l’Unione, per quanto grandi o ricchi, sono dei nani rispetto ai colossi americani o cinesi. Insomma, mai come in questo momento ci sarebbe bisogno di più Europa. Magari diversa da quella attuale, meno arcigna e più orientata allo sviluppo. L’unica Europa possibile per contrastare il protezionismo americano e competere, con armi non spuntate, sui mercati post-globali.

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