Intervista con Massimo Andrei: quell’amore così inutile così vero

image

Alessandra De Vita

“L’amore è amore vero, si nun serve a niente”: è un assunto integralista quello che sorregge e ispira Non farmi ridere sono una donna tragica: studio sull’amore inutile del regista Massimo Andrei che è andato in scena, accanto a Gea Martire, sul palco del Teatro Giardino per la 12esima edizione del Positano Teatro Festival Premio Annibale Ruccello, ideato e diretto da Gerardo D’Andrea.

Cosa intende per amore inutile?

“Penso alle prestazioni di chi utilizza i sentimenti per sposarsi, avere figli, sistemare la propria vita o la propria posizione. Per essere puro, un sentimento non deve avere questo tipo di prestazioni ma non deve servire a niente. La mia protagonista, Silvana, pensa all’amore utilitaristico, è una donna tragica, ama fare un dramma di tutto ciò che le capita, vuole solo sofferenza e un uomo che la fa soffrire è valevole per lei. Un personaggio che è in contrasto con un testo comico che attinge dal teatro classico e da quello di ricerca, si ride in modus 2015. Non facciamo certo Scarpetta.”

L’atteggiamento di Silvana è un risvolto sociale del cattolicesimo?

“Io penso che non c’entri la religione, è un fatto caratteriale. La donna martoriata vuole struggersi, ascolta Mina, si tratta di femmine impraticabili. Fortunatamente, esiste ancora chi crede nell’amore puro e gratuito se è gratis sei in uno stato di grazia, anche la radice tra i due termini è simile. Sono riflessioni che mi porto dietro dai miei studi filosofici, ho una laurea antropologia”.

E ha fatto una tesi in antropologia teatrale dedicata ad Annibale Ruccello. Cosa ha rappresentato per lei?

“Non volevano darmela quella la tesi, lui era appena morto, il materiale era poco, poi è diventato un autore nazionale. All’epoca, Ruccello fu una grossa scoperta, inseriva il cinema nel teatro, veniva dalla scuola di Roberto De Simone, mescolava elementi classici a racconti presi  dall’hinterland in una chiave davvero moderna. Dopo la sua morte prematura, le sue opere si sono cristallizzate, non c’è stata evoluzione, si calca sempre lo stesso racconto. Se fosse ancora vivo, avremmo avuto grandi pagine di teatro.”

Come si è avvicinato dal teatro al cinema?

“Già scrivevo come autore di teatro, poi mi chiesero di scrivere per il cinema. Con il mio primo film (Mater Natura, ndr), vinsi alla 62esima Mostra del cinema di Venezia, poi ho continuato con altri due lavori e sono finito con le mani nelle sceneggiature. Il cinema mi completa, c’è il primo piano totale, racconta e permette di approndire. Guardo con amore gli autori del Novecento che si muovevano tra cinema e teatro, i media sono solo dei mezzi, uno vale l’altro, l’importante è avere delle cose da conoscere”.

Go to TOP