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Andrea Cozzolino, 52 anni, tre figli, è deputato al Parlamento Europeo dove è arrivato con all’attivo un libro che è la sintesi del suo pensiero politico. In “Da Napoli a Bruxelles” teorizza fra i primi che lo sbocco più adeguato a rilanciare il Mezzogiorno è la costituzione di una macro regione europea, sulla stregua dell’Unione del Baltico o di quella che più di recente, e per venire all’Italia, è sorta come Macro regione Adriatico-Jonica. Cresciuto nel cuore della provincia napoletana, la passione politica anima le prime esperienze giovanili, tra l’Associazione degli studenti napoletani contro la camorra e l’impegno come segretario della Federazione di Napoli dal 1983 al 1986 e successivamente responsabile per il Mezzogiorno. Dal 1994 al 2000 è stato segretario della Federazione di Napoli del Pds. In direzione  nazionale fin dalla nascita del PD. Consigliere regionale campano dal 2000, assessore all’Agricoltura e alle Attività produttive dal 2005 al 2009. Quindi eletto per la prima volta al Parlamento Europeo, riconfermato alle elezioni del 2014.
In Parlamento Europeo, è vicepresidente della Commissione parlamentare per lo sviluppo regionale, membro dell’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo.
Nel momento in cui concede l’intervista che segue, dove tra l’altro riassume le sue idee sulla macro regione europea mediterranea, il PD non ha ancora dato via libera alle primarie per la candidatura a presidente della Regione Campania alle regionali di maggio 2015, dove il principale suo competitor è il sindaco di Salerno.

Onorevole Cozzolino, i dati del Rapporto Mezzogiorno di Svimez 2014 sono agghiaccianti. L’economia italiana è in grave difficoltà e si allarga la forbice con l’Europa. Ma al Sud la recessione è più accentuata. La crisi nel Mezzogiorno non risparmia al sud nessun settore. Nel Mezzogiorno si consuma sempre meno e non si investe più. Il crollo è particolarmente marcato negli investimenti pubblici: appena un quinto rispetto a 20 anni fa. Qual è la terapia d’urto, a suo parere?

La crisi nel mezzogiorno e in Campania ha ormai caratteristiche non più cicliche. I dati sulla disoccupazione giovanile sono simili a quelli di Grecia e Portogallo. Non esistono investimenti pubblici, o, comunque, diventano ogni giorno sempre più residuali e appena sufficienti a coprire le esigenze ordinarie. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che la nuova programmazione dei fondi strutturali rappresenta l’unica reale fonte di sviluppo e di riattivazione di meccanismi di crescita economica e di creazione di opportunità di lavoro.

Che cosa si dovrebbe fare secondo lei?

La programmazione dovrà essere intelligente e lungimirante: credo che le sole risorse europee non siano sufficienti. Per questo esse dovranno essere allocate in progetti che stimolino la mobilizzazione di risorse private. Solo inducendo questo circuito virtuoso si potranno ricostruire le basi per un ciclo di crescita equilibrato e di lungo periodo, che consenta realmente di uscire dalla crisi economica e sociale che in questi anni ha distrutto ricchezza e creato ampie sacche di disagio sociale.

Il Sud ha perso quasi 600 mila posti di lavoro tra il 2008 e il 2013. E i giovani sono quelli che soccombono: nel Sud solo un giovane su quattro è al lavoro. Il tasso di povertà assoluta è al 12,6%: un terzo delle famiglie meridionali è nella fascia più povera. Come si affronta questa emergenza?

Credo che ci sia un modo alle volte un po’ ragionieristico di guardare ai nostri problemi. I caratteri di questa crisi invece dovrebbero interrogarci anche su altri aspetti, più profondi direi. In tal senso penso che dovremmo recuperare un senso forte di comunità. Basta con gli scontri tra Napoli e Salerno o tra zone costiere e zone interne. I problemi che abbiamo sono molti e anche molto seri. Non possiamo affidare a uno solo la responsabilità di risolverli tutti. Insieme invece possiamo fare molto. Poi naturalmente ci sono i provvedimenti. Su cui credo non basti agire sul lato dell0 offerta.

Proviamo a indicare le priorità?

Occorre, anzitutto, attivare strumenti automatici (credito di imposta, taglio al cuneo fiscale ad esempio) mirati a settori specifici, come l’edilizia, la pubblica amministrazione, la scuola, e connessi anche a provvedimenti in grado di facilitare le assunzioni capaci di dare respiro a famiglie e imprese, e di rilanciare i consumi e far ripartire l’economia. La mia idea è quella di sospendere per i prossimi tre anni tutta la formazione realizzata attraverso società ed enti esterni, i cui fallimentari risultati sono sotto gli occhi di tutti, concentrando le risorse ad esse destinate su una metodologia nuova che abbia come elementi essenziali l’essere localizzata nelle imprese stesse e il tenere insieme l’esperienza della formazione, con quella del lavoro, contribuendo a facilitare il passaggio tra una fase e l’altra.

Il divario Nord Sud mette in rilievo che il Mezzogiorno resta tuttora la più grande area depressa che convive con una grande area sviluppata dell’Europa. Eppure, nel 2010, in piena crisi, l’industria manifatturiera del Sud ha sviluppato un valore aggiunto pari a 28,8 miliardi di euro, più di Finlandia, Romania, Danimarca, Portogallo e Grecia. Ancora nel 2010 Campania (7,2 miliardi) e Puglia (6,3) hanno sviluppato un valore aggiunto manifatturiero più elevato di nazioni come Croazia e Slovenia. Abruzzo e Sicilia più di Bulgaria. Quindi cosa manca per ripartire?

In Europa ci sono molti stati che hanno tra i 4 e 10 milioni di abitanti. Noi in Campania siamo 5.8 milioni. Ecco, credo che dovremmo assumere questa consapevolezza e agire di conseguenza. In questi anni invece è mancato un governo regionale presente sui nostri territori. E’ mancata una programmazione realistica e strategica dello sviluppo.

Colpa anche di chi è alla guida della Campania?

La nostra Regione, negli ultimi cinque anni, si è distinta per due fasi diametralmente opposte. Per un lungo periodo ci ha garantito, a dispetto di quanto noi andassimo denunciando, che la programmazione dei fondi europei fosse garanzia di spesa e di spesa efficiente ed efficace. Improvvisamente, il presidente Caldoro ha preso atto del totale fallimento di tutta la programmazione di lungo periodo – a cominciare dai grandi progetti – e ha cambiato strategia, iniziando, pur di celare il fallimento, a dissipare risorse, disperdendole in mille rivoli privi di prospettiva e incapaci di generare valore aggiunto o sviluppo.

Lei che cosa avrebbe fatto o farebbe al posto suo?

Da presidente della Regione rovescerei questo impianto dando priorità non all’assorbimento delle risorse in se, ma a un loro utilizzo in funzione delle esigenze del territorio e dei cittadini, costruendo la programmazione dal basso e dal confronto di idee e di prospettive con tutte le realtà che compongono la nostra complessa regione.

Secondo Alberto Quadro Curzio l’economia meridionale c’è e resiste, con punte di assoluta eccellenza. Mancano, però, gli altri due vertici per fare triangolo, gli stessi che nel Nord hanno permesso il miracolo dei distretti: politica e istituzioni. Questi non fanno gioco per lo sviluppo, ma servono alla gestione del consenso. Lei che ne pensa?

La crisi della politica, anche alla luce dei recenti fatti di Roma e dell’emersione del suo ‘mondo di mezzo’, deve portarci ad una riflessione seria fatta con il contributo di tutti e con l’ascolto di tutti. Dobbiamo riconnetterci con i cittadini, ascoltarne ansie, paure e rabbia, per poi intervenire. L’assenza delle istituzioni in questi anni è proprio il frutto di una politica che preferisce chiudersi nei palazzi invece di cercare il dialogo costante con i territori per tenere il polso dei problemi e governare i processi. La politica deve essere certamente fondata sul consenso, ma su un consenso reale frutto di scelte, decisioni e assunzioni di responsabilità. Il corpo elettorale è cambiato e, da quello che vedo, è sempre più consapevole che il benessere privato non può essere il frutto di un beneficio privato, ma di una strategia lungimirante e realistica che generi ricchezza, sviluppo e occupazione sul territorio. È questo il ruolo che le classi dirigenti che si candidano a guidare i territori devono assumere, senza nascondersi e senza fare il gioco delle responsabilità.

Proviamo a dare i titoli di una ripresa dello sviluppo nel Sud nel medio periodo, su quali pilastri dovrebbe basarsi? Quali sono i motori da accendere?  Infrastrutture, logistica, portualità, riforma aree Asi, energia, tecnologia e brand, più capitale sociale? Vogliamo tentare a mettere i fattori in una scala di priorità?

Non credo si possa fare un breve elenco di priorità. La nostra regione soffre di un complesso di problemi che richiedono il concorso di tutti per essere risolti.  Però penso innanzitutto che un uomo politico che si candidi a guidare una regione complessa come la Campania deve mettere la propria faccia su tre pilastri essenziali: sanità (salute, inteso in senso ampio, come preferisco definirla), trasporti e gestione dei fondi europei. Su questi tre temi, se eletto presidente, comincerò un conto alla rovescia composto da 260 settimane, l’arco di 5 anni, e sarà questo il tempo del cambiamento che dovrà procedere quasi in tempo reale sotto la supervisione dei cittadini di tutta la Campania. Capitale sociale e infrastrutture sono i due volani che di più possono far riaccendere i motori della crescita. Poi, ovviamente, l’adozione di un ciclo integrato dei rifiuti, che abbia come sua stella polare il modello europeo, sarà in cima alla lista delle azioni riformatrici da mettere in campo.

In Italia e in Europa non si cresce senza un nuovo Sud. L’Italia ha bisogno del Sud per la forte interdipendenza economica che esiste tra le due aree del Paese (ogni 100 euro investiti al Sud generano 40 euro di ritorno per il Nord. Fonte SRM) e perché nel Sud ci sono spazi per nuovi insediamenti produttivi. Alcuni sostengono che il governo Renzi non ha spostato l’ago della bilancia in favore del Mezzogiorno, anzi è in linea con il ventennio che lo ha preceduto, e cioè con i governi a trazione leghista hanno prodotto una ghettizzazione del Mezzogiorno. Ma allora perché il Mezzogiorno è fuori dalla scala di priorità del Governo, ai margini dell’agenda Renzi?

Il Sud dovrebbe anzitutto avere maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e delle proprie eccellenze. Dovrebbe però anche avere l’umiltà di ammettere quando non ha fatto abbastanza. C’è bisogno di un maggiore coordinamento tra le regioni del meridione, a partire dalla programmazione della spesa dei fondi comunitari. Nella mia esperienza di parlamentare ho imparato a guardare le cose con occhi diversi: credo che non possa esistere sviluppo che non tenga insieme tutti i livelli istituzionali e gli stakeholders territoriali. Le regioni, alcune regioni e in particolare la nostra, sono le principali responsabili del mancato assorbimento dei fondi europei, un mancato assorbimento che a fine del prossimo anno potrà costare alla nostra regione oltre 2 miliardi di euro. Di fronte a questa realtà, il governo per salvare le risorse ha dovuto fare delle scelte, tagliando il cofinanziamento e investendo nel piano azione e coesione. Il nostro compito è quello di vigilare e spingere affinché le risorse allocate e programmate a livello centrale vengano spese e utilizzate per gli stessi territori ai quali sono state sottratte, a differenza di quanto accaduto in passato con l’ex fondo per le aree sottosviluppate che l’allora governo Berlusconi utilizzò per finanziare l’emergenza terremoto.

Mazzini sosteneva che l’economia italiana sarà quel che sarà l’economia del Sud. Ma la vera criticità del sistema Italia, oggi, non sembra venire prioritariamente dall’economia, ma dal rapporto tra imprese e apparati burocratici della PA. Il dati Doing Business della Banca mondiale sono inequivocabili. E’ l’effetto paralisi della burocrazia italiana che respinge gli investitori. Non crede?

Assolutamente si.  Penso però anche che troppo spesso la percezione che hanno di noi fuori è quella narrata sui media e che è legata al nostro lato più oscuro, che pure esiste e non va nascosto. Anzi, dirò di più, dobbiamo fare della lotta alla corruzione e alla criminalità la nostra priorità assoluta. L’inefficienza della Pubblica amministrazione è l’altro aspetto che ci frena. Per questo in accordo con la commissione europea e con il ministero, proporrò un grande Erasmus per la pubblica amministrazione. Un patto tra l’istituzione regionale e le nuove generazioni in cui i migliori talenti vengono mandati a compiere un’esperienza formativa nelle migliori pubbliche amministrazioni d’Europa per poi tornare e mettere a disposizione della Campania l’esperienza accumulata. Questo ci sembra un altro modo, efficace, per investire sul nostro futuro.

Appare evidente che la combinazione di federalismo senza poteri e regionalismo sprecone sono stati deleteri per l’Italia e, tanto più, per il Mezzogiorno. Forse prima della abolizione del Senato e delle Province, si tratta di rimettere mano al regionalismo che ha frammentato l’Italia, a una governance che non aiuta a crescere. Qual è il suo commento su questo?

Trovo che l’abolizione delle regioni sia una scorciatoia, penso piuttosto che sarebbe più opportuno prevedere delle forme di aggregazione su temi specifici, ad esempio i fondi europei. Se fossi presidente della regione convocherei un tavolo insieme agli altri presidenti delle regioni del meridione per coordinare la spesa dei fondi comunitari. Nessuno può più fare le cose da solo, sarebbe sbagliato affidarsi ad una leadership isolata.

Pensa che una macroregione europea sarebbe la scelta più opportuna?

L’Europa ha individuato nelle macroregioni uno strumento di coordinamento che intende perseguire l’obiettivo di sostenere ampi territori transfrontalieri. Una macroregione potrebbe essere rappresentata dalle Regioni del Meridione Continentale, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria. essa non soltanto  potrebbe offrire una base normativa e una cornice-quadro per produrre e diffondere contenuti normativi, istituzionali e organizzativi, basati su un concetto territoriale più vasto, ma rappresenterebbe una  rilevante opportunità per avvicinare territori – quelli delle attuali Regioni, Provincie, Comuni, ecc.) – seconda una linea di lavoro concreta che ponga particolare riferimento alla relazione fra metropoli urbane e regioni periferiche.

A voler essere più concreti?

Le Regioni coinvolte potrebbero così affrontare con diverse prospettive, nuove sinergie e più ampie risorse, anche dall’Europa, le problematiche principali che attengono ai trasporti e alla mobilità, alla tutela e alla valorizzazione delle risorse naturali ma riguardano anche l’energia, le aree protette e la tutela della biodiversità, nonché i rischi naturali, il turismo, lo sviluppo sostenibile ed integrato. Le strategie macroregionali aprono nuove prospettive ai progetti di cooperazione territoriale sostenuti dall’obiettivo III della politica di coesione e possono fare strada alle grandi strategie dell’Unione, quali le reti trans europee di trasporto o la politica marittima integrata.

A partire dall’Unione del Baltico, sono ormai numerose le esperienze di macro regioni in Europa. Ma nel Mezzogiorno solo la Puglia è interessata a una esperienza del genere nella macro regione adriatico-jonica. Eppure maggiori problemi e opportunità sono presenti soprattutto nel Mediterraneo, non crede?

Le motivazioni non sono unicamente di natura territoriale (l’interazione fra regioni di uno tesso vicinato), ma anche di ordine storico-culturale, dato che tali aree hanno condiviso nei secoli una storia comune. Si tratta di legami da conservare o da rinnovare.
Non sarà una istituzione che si sovrappone alle altre sancite dalla nostra Costituzione?
Le macro regioni europee rispondono a una regola: la cosiddetta “regola dei tre no”: no a nuovi fondi finanziari; no a un nuovo strumento istituzionale; no a una nuova regolamentazione. Parimenti hanno una triade di regole del sì. Sì alla complementarità dei finanziamenti; sì al coordinamento degli strumenti istituzionali; sì  alla definizione di nuovi progetti. In altri termini le strategie macroregionali favoriscono la cooperazione intersettoriale nell’ambito di un medesimo territorio, consentendo una visione insieme e vere e proprie sinergie nell’ambito di un approccio integrato. Il funzionamento delle macroregioni deve sottrarsi all’insidia di una governance inter-governativa, benché la sua natura transfrontaliera implichi la partecipazione degli stati membri interessati.
Quindi sarebbe molto interessante, secondo lei, ragionare su una macro regione che metta insieme anche i Paesi del partenariato euromediterraneo, fermo al processo di Barcellona?
Il bacino del Mediterraneo condivide un medesimo ambiente naturale, e una medesima realtà storica e culturale ne lega le sponde. Il sud dell’Europa è ricco di grandi potenzialità, che non possono essere valorizzate senza il coordinamento e la visione d’insieme di una strategia macroregionale. In seno all’Ue, attualmente lo spazio mediterraneo è strutturato troppo debolmente. Vi si registrano scarsi risultati in termini di cooperazione e interconnessione. Il suo sviluppo è un’opportunità per l’Europa. Quest’ultima conquisterebbe una maggiore sicurezza, un controllo più “sostenibile” dei flussi di immigrazione e la partecipazione diretta a un’area di crescita, con effetti positivi sulle proprie prestazioni economiche.
Molte opportunità, ma anche un intreccio di problemi dovuti alla instabilità politica dell’area, non è così?
Le rivoluzioni nel nord Africa di Egitto e Tunisia, il conflitto libico, la nuova ondata migratoria della disperazione verso Lampedusa, ci dicono che il Mezzogiorno è il cuore geografico che si affaccia su grandi problemi ma, allo stesso tempo, su altrettanto grandi opportunità. Non a caso, il sud – Napoli, la Sicilia, la Puglia – sono state l’infrastruttura strategica delle operazioni di no fly zone in Libia. Eppure a questa centralità fa da riflesso una completa marginalità del sud rispetto all’Europa e all’Italia. La costruzione dell’Europa deve invece ripartire da una seria politica di vicinato che ponga con forza il tema del sud del Mediterraneo con lo stesso atteggiamento avuto all’inizio degli anni Novanta nel confronti dell’est europeo.