tangenti expo

Il prof. Vincenzo Musacchio, docente di diritto penale in varie Università italiane, da ultimo, nella Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma e presidente della Commissione Regionale Anticorruzione del Molise, traccia alcune linee guida per far fronte alle gravi discrasie corruttive che sussistono nel sistema nazionale degli appalti pubblici e avverte: “Se non vi saranno interventi seri in fase preventiva, repressiva e culturale avremo ancora tanti scandali come quelli dell’Expo”.

Professore, come si sente dopo anni di lotta all’illegalità e alla corruzione?

Sinceramente, un po’ fiacco ma rinfrancato dalla grande vicinanza di tantissimi cittadini. Parlare di corruzione e di legalità non è facile, e nella mia terra, il Molise, è particolarmente difficile, comunque, la forza di volontà per andare avanti c’è. Una grandissima spinta a continuare proviene soprattutto dagli studenti che incontro spesso nelle varie scuole d’Italia.

 

Negli appalti pubblici spesso vi sono infiltrazioni da parte di molte imprese mafiose cosa si potrebbe fare?

Il sistema per impedire il fenomeno c’è. Basterebbe estendere la normativa antimafia anche alla legislazione sugli appalti pubblici. Prevedere sanzioni accessorie immediate come l’esclusione di queste imprese, il sequestro preventivo e la confisca. Utilizzare il blocco dei beni del corrotto, l’eliminazione categorica degli affidamenti diretti  e delle proroghe spesso immotivate, la vigilanza concreta sui subappalti. Sarebbe già un buon punto di partenza.

 

I protagonisti dello scandalo Expo hanno patteggiato pene irrisorie e sembra passi un messaggio di impunità per corrotti e corruttori: cosa ne pensa?

È vero. E’ proprio così! Passa un messaggio culturale pericolosissimo. La corruzione in Italia non sembra avere più pudori né limiti, i corrotti nelle patrie galere sono pochissimi e spesso le inchieste si risolvono con patteggiamenti vantaggiosi soltanto per chi ha infranto la legge dimenticandosi completamente delle vittime: i cittadini.

 

Ma sul piano penale si sta facendo abbastanza?

Assolutamente no! Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ha recentemente dichiarato che uno Stato che funzioni dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi esercita il controllo di legalità. Ad una accusa di tal genere lo Stato dovrebbe rispondere immediatamente approvando una legislazione anticorruzione ferrea parificando il fenomeno della corruzione a quello mafioso intervenendo, senza se e senza ma, ad esempio, sull’auto-riciclaggio, sul voto di scambio e sul falso in bilancio.

 

Lei spesso partecipa ad incontri e dibattiti, lo fa per sensibilizzare i cittadini?

Per quel che mi riguarda ritengo che andare agli incontri per informare – soprattutto i più giovani – sia importantissimo. Non a caso ho fondato una Scuola di Legalità intitolata a Don Peppe Diana e ispirata agli insegnamenti di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino i cui grandi meriti sono stati anche quelli di aver compreso che il vero rinnovamento culturale si potrà avere portando la lotta all’illegalità nella società civile. Bisogna informare per rendere consapevoli i cittadini su come certi meccanismi li danneggiano in modo molto grave. Sono convinto che la lotta alla corruzione dovrà avere gli stessi mezzi e lo stesso movimento culturale che si ebbero negli anni novanta contro la mafia. Purtroppo è molto più difficile perché allora c’erano i morti per strada, oggi, i danni sono forse maggiori ma non si vedono i morti ed il sangue.

 

Molti enti pubblici (Regioni, Province, Comuni) non hanno nessuna voglia di sottoporsi alle norme anticorruzione. Che cosa pensa?

Credo fosse facilmente prevedibile. Pensi che il nostro progetto sulle strategie di lotta alla corruzione che ha avuto consensi nazionali (Commissione Giustizia) ed internazionali (Spagna, Stati Uniti e Albania), in Molise. dove è stato proposto in fase sperimentale alla Regione, è passato completamente inosservato.  Non abbiamo neanche avuto risposta alla nostra missiva.

 

Come mai? Che cosa è successo?

Il nostro progetto di ricerca prevede una serie di innovazioni che vanno dalla previsione di un piano regionale anticorruzione annuale, all’istituzione di un magistrato regionale anticorruzione e di una autorità regionale anticorruzione con pieni poteri e con nomine non politiche. All’idea di una riforma simile in tanti sono saltati sulle sedie.

 

Siete stati tra i primi nel 2012 ad attivare il famoso “whistleblowing”, vi sono arrivate segnalazioni da allora?

Sì, tantissime se pensiamo che erano limitate al solo Molise. Ad oggi sono arrivate oltre cento segnalazioni di cui almeno la metà erano attendibili e conformi alla corruzione. Tutte sono state segnalate alle autorità competenti e per alcune si sono già avute delle condanne da parte della Corte dei Conti del Molise per danno erariale.

 

In conclusione, ci lascia con un messaggio positivo?

Certamente. Penso che sia ancora possibile sconfiggere mafie e corruzione se avremo un cambio di mentalità e ciascun cittadino farà molto semplicemente il proprio dovere.  Le mafie oggi sono troppo forti e la corruzione ormai è radicata in ogni luogo, per combatterle e dar loro un colpo mortale occorre che i cittadini perbene si uniscano creando un contrappeso minimo all’illegalità che pervade in nostro Paese. Voglio chiudere con una frase di Giovanni Falcone: “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così, solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Ecco, credo sia arrivato il momento di smettere di lamentarsi e cominciare a fare!