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ANTONIO DE ROBBIO

Oggi è come se fosse morto il mandolino, o’ Sole, a pizz o a sfugliatella. Pino Daniele non era solo un grande cantautore italiano, ma un vero simbolo di Napoli, quella verace, che si vuole smarcare dai soliti stereotipi negativi. Ciò che ha fatto in tanti anni di carriera con la sua musica è quella di esportare la vera Partenope, quella positiva, la sua Terra mia, inferno e paradiso per i suoi abitanti.

Fin dai suoi esordi la sua città è stato un fulcro delle sue canzoni, facendone conoscere la poesia e la bellezza, troppe volte oscurate dai millenari problemi che l’affliggono. Negli anni d’oro, Pino ebbe la grande intuizione di contaminare lingue e linguaggi, lasciando convivere nella stessa canzone italiano, inglese e napoletano, per dimostrare quanto la musica unisse piuttosto che dividere. E se c’è un posto dove questo è possibile è proprio la sua città, da sempre crocevia di diverse culture.

Fin dai primi albi, diversamente da pur altrettanto bravi artisti, Pino divenne icona trasversale di tutti i cittadini. Lo ascoltavano gli studenti universitari, i professionisti, le donne dei bassi che, con le finestre aperte, trasmettevano le sue note in tutti i vicoli cittadini. Poi il progressivo distacco dalla città, almeno fisico, con il trasferimento a Roma, che ha segnato anche la necessità di sperimentazioni musicali dal respiro più internazionale.

La voglia di inglobare richiami lontani e forti radici tradizionali danno luogo al personalissimo Tarumbò, a metà strada tra la tarantella ed il blues. Si rivela come un grande viaggio alla scoperta di mondi lontani, partendo dalla Terra mia, arrivando alla lontana Medina, scoprendo in ogni tappa un suono, un guizzo diverso che solo Pino riesce a fondere insieme con le sue radici popolari. Gli ultimi tempi, come a compimento di uno spettacolare percorso circolare, lo hanno portato a riformare la vecchia band di un tempo, suonando insieme a tutti i grandi musicisti che lo hanno accompagnato un tempo, da De Piscopo, Senese, Esposito, Amoruso e Zurzolo. Come se avesse voluto ritornare al punto di partenza, ma arricchito dall’infinità di esperienze musicali e culturali messe a frutto durante tutta la sua carriera, ritrovando il vecchio se stesso impreziosito di mille nuovi suoni.

Pino se ne va la notte tra il 4 ed il 5 gennaio, abbandonato da quel cuore che da anni lo tormentava, operato proprio da quello staff che operò Massimo Troisi, che come Pino ci ha lasciati troppo presto. Fin dai primi momenti in cui si è sparsa la notizia, colleghi, fans e gente comune ha riempito le pagine dei social di parole d’affetto per l’artista, segno che è ancora vivo l’amore per un grande artista come lui.

Pino rappresenta il primo cd che abbia acquistato in vita mia,  a tredici anni, per far colpo su una ragazzina cui piaceva Pinuccio. Ricordo le prime serate in comitiva con l’amico di turno che immancabilmente storpiava tutte le sue canzoni, ma non importava, era Napule è, oppure un angelo vero o mille altre. Da adolescente perso nei suoi brani, sono cresciuto con le sue note, per arrivare addirittura all’università, dove ho studiato le sue sperimentazioni linguistiche negli esami di linguistica, pieno di orgoglio partenopeo. Questo articolo è una mia personalissima ammenda per non essere mai andato ad un suo concerto, sempre convinto di poterci andare la volta successiva. Proprio nell’ultimo tour a Napoli, dove ha suonato il vecchio cd Nero a metà, sono arrivato in ritardo, quando i biglietti erano già esauriti. Ora non avrò più il piacere di sentirlo cantare, né una scusa per rimandare.

Posso solo dedicargli queste parole, che valgono anche come ringraziamento per tutto quello che mi ha dato.