Il “momento difficile” di Massimo Dapporto

di Fausta Testaj

«Creare e interpretare il ruolo inedito di “Tu”, il figlio che assiste la madre morente, è per me come affrontare una seduta psicanalitica; significa riconoscermi in un flusso di proiezioni autobiografiche, di reminiscenze intime e profonde: la fascinazione eppure qualche asprezza di mia madre; il carisma ma anche le lunghe assenze di mio padre, assorbito dalla carriera; la dolorosa perdita di entrambi. Come “Tu” anch’io non ero pronto, nessuno lo è mai. E attraverso le emozioni di “Tu” ogni spettatore potrà, io credo, ripercorrere quei processi che danno un’impronta unica e irripetibile al rapporto che ci lega al padre e alla madre, anche quando non ci sono più. Perciò sono stato conquistato dalla innovativa drammaturgia di Furio Bordon, che annulla la dimensione spazio tempo».

A sintetizzare lo spirito del testo è Massimo Dapporto, prestigioso protagonista di “Un momento difficile”, novità assoluta di Furio Bordon che sarà rappresentata in prima nazionale, a Catania, al Teatro Verga dall’8 al 20 maggio 2018 per la regia di Giovanni Anfuso, metteur en scene tra i più autorevoli del panorama teatrale italiano.

Accanto a Dapporto, a completare il quartetto degli interpreti ci sono nomi di spicco come Ileana Rigano, Debora Bernardi, Francesco Foti, quest’ultimo reduce dal successo personale riscosso nella fiction “Il cacciatore”. La coproduzione, realizzata dal Teatro Stabile di Catania e dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, vanta le scene di Alessandro Chiti, i costumi di Riccardo Cappello, le musiche originali di Paolo Daniele, le coreografie di Amelia Borsellino, le luci di Gaetano La Mela.

Bordon, autore triestino pluripremiato e rappresentato in Italia e all’estero, racconta con profonda introspezione, ma anche leggerezza e tagliente ironia, “un momento difficile”, ovvero gli ardui, tormentosi istanti che precedono la morte dell’anziana madre di un personaggio che l’autore ha deciso di chiamare “Tu”, interloquendo con lui in seconda persona. In quella che “forse” è una stanza «ci sei Tu, che sembri un bambino avvizzito, e sei accanto al letto di una vecchia signora … è tua madre, ma la chiameremo la vecchia signora, perché qua dentro c’è un’altra donna, che ti sta guardando, e anche lei è tua madre, è bella ed elegante. Accanto a lei c’è un uomo, è tuo padre, morto tanti anni fa, di infarto».

Sottolinea il regista Giovanni Anfuso: «Proprio come in un moderno “Canto di Natale”, ma senza né Natale né buone novelle, l’autore concede al protagonista “Tu” un’occasione, tramite questi spiriti del tempo. Ma ciò non servirà a “Tu”, perché quando giunge inesorabile l’abbraccio fra i nostri cari e sorella morte, rimane un senso di incompiuto, un bisogno di mettere a fuoco. Perché non ci si comprende mai abbastanza. E quando tutto finisce rimane solo un senso di vuoto per ciò che non si è detto, o non si è fatto. Chissà per quale strano meccanismo si radica, in ogni uomo, la certezza che i genitori siano eterni; e non si è mai sufficientemente pronti e preparati alla loro partenza. È l’ultimo istante insieme, quello del confronto con un vuoto che riempirà per sempre ogni giornata; perché c’è un momento in cui ogni figlio, figlio più non è».

Un momento difficile conclude, dopo Le ultime lune (cavallo di battaglia di Marcello Mastroianni e Gianrico Tedeschi) e La notte dell’angelo, un progetto drammaturgico svolto da Bordon nel corso degli anni. In forma narrativa è stato pubblicato con il titolo Stanze di famiglia (Garzanti, 2016). «Personalmente – spiega l’autore – l’ho sempre pensato come una trilogia sulle “età indifese”, perché, se è vero che si parla di vicende familiari, queste ruotano tutte attorno al nodo emozionale di vecchiaia e infanzia, le due età della debolezza, gli anni in cui l’individuo è più vulnerabile, più esposto a prevaricazioni, violenze, umiliazioni, in cui la fortuna di essere nati diventa troppo spesso fatica di vivere e amarezza. In Un momento difficile, un figlio stanco ed esasperato è alle prese con la grottesca demenza della vecchia madre. Ma sarà quella stessa madre, giovane e presente nel ricordo, come giovane e presente è anche il padre scomparso da anni, a suggerirgli in un momento di lucida dolcezza: Capirai alla fine che con quella povera testa delirante e confusa se n’è andato un mondo. I tuoi genitori, i tuoi nonni, i ricordi di tante vite. Adesso sei rimasto soltanto tu a testimoniare il nostro passaggio. Continua a farlo, se puoi. Pensa ogni tanto a quei due ragazzi innamorati che ti hanno messo al mondo e tienili in vita finché vivi tu.»

Fin qui i contenuti, ecco la concezione drammaturgica. «Dal punto di vista stilistico – chiarisce Bordon – questa trilogia rappresenta per me una definitiva identificazione del palcoscenico come il luogo della libertà assoluta, un luogo in cui tutto diventa possibile: i vivi dialogano con i morti, i morti con i morti, i ricordi, i rimorsi, i desideri si fanno personaggi; ciò che esiste si confronta con ciò che non esiste più o che non è mai esistito, ma soprattutto, chi ha sempre taciuto può parlare e chi ha sempre perduto può trovare il suo riscatto. In un luogo simile non funziona più alcun vincolo naturalistico, alcun tracciato spazio-temporale, ma solo la grande legge del teatro, in forza della quale tutto quanto accade in scena, nel momento stesso in cui accade e per il solo fatto di accadere, è credibile e vero. Non c’è il quotidiano lassù sulla scena ma il teatro, non la verità del reale, ma quella dell’immaginazione».

Vai a TOP