Il modello Mose? No, grazie

Antonio Troise

Il colpo d’occhio è impressionante. La lunga fila gialla di paratie mobili che si sollevano una dopo l’altra dalle onde per proteggere Venezia dal male storico dell’acqua alta, fa venire i brividi. Uno spettacolo che non riescono a guastare neanche le proteste, immancabili, dei tanti comitati e movimenti che in questi anni si sono battuti contro l’opera. Ci sarebbe quasi da essere orgogliosi se non fosse che il Mose, nel bene come nel male, è diventato negli anni un po’ il simbolo dell’Italia bloccata. L’esempio di una burocrazia stratificata e studiata nei minimi particolari per trasformare l’Italia nel poco invidiato Paese del non fare, con costi enormi per le imprese e la collettività.
Senza considerare poi che negli anni, le paratie mobili che dovrebbero salvare Venezia, sono state quasi un corpo estraneo rispetto al modello “Nord-Est”, quella miscela straordinaria di imprenditorialità, innovazione ed efficienza che ha trasformato questa macro-aerea nella locomotiva dell’export italiano.
Un copione diametralmente diverso rispetto a quello andato in scena con il Mose. Il primo vagito c’è stato quarant’anni fa: all’epoca un’opera geniale e avveniristica. Poi, l’opera si è arenata per 17 anni, fino all’avvio effettivo dei lavori. Da allora è successo di tutto. Non c’è cantiere italiano che sia stata scandito da tante varianti, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, arbitrati in cui, puntualmente, la parte pubblica è risultata perdente. Per non parlare poi delle inchieste giudiziarie, con tanto di indagati eccellenti. Una lunga serie di vicende accompagnate dal sottofondo delle polemiche politiche e, negli ultimi anni, dalle proteste furiose degli ambientalisti. Mentre i costi crescevano senza nessun freno, tanto alla fine si trovava sempre chi pagava a piè di lista. Ad oggi, l’opera, è costata quasi 5 miliardi e mezzo. Al netto, ovviamente, dei danni che nel frattempo l’acqua alta ha continuato a fare a Venezia.
Ora, il Mose è finalmente arrivato ad una svolta. Ancora un anno e mezzo, poi il 31 dicembre dovrebbe essere finalmente scritta la parola fine. Una bella notizia. Ma, per festeggiare, sarebbe davvero importante non dimenticare la lezione degli ultimi quarant’anni, densi di sprechi e ritardi. Da questo punto di vista, il “modello Mose” è rigorosamente da evitare.

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