saverio Masidi SIMONA D'ALBORA 

La sentenza non si è fatta attendere ed è arrivata in tarda serata: il presidente della Quinta sezione penale della cassazione  ha condannato il maresciallo Saverio Masi,
caposcorta del pm di Palermo Antonino Di Matteo, a sei mesi per falso materiale
e tentata truffa.

Venerdì l’avvocato difensore, Giorgio Carta, aveva richiesto l’annullamento senza rinvio per entrambi i capi d’imputazione perché il fatto non sussiste, dopo che in appello era caduta l’accusa per falso ideologico. La vicenda, per i lettori del sudonline è nota: il maresciallo mentre era in servizio ha preso una multa con la sua auto.  Ma al momento di confermare la sua versione e cioè che era in servizio, il suo superiore ha negato tutto, dando il via a una vicenda processuale che non serve altro che a delegittimare le testimonianze dello stesso Masi nei processi che mettono in dubbio l’operato di una parte delle Istituzioni nella lotta contro la Mafia: il primo è quello al generale Mario Mori e il secondo è quello sulla trattativa Stato Mafia di cui abbiamo già parlato.

Proprio Masi, infatti,  aveva denunciato i suoi superiori per  averlo ostacolato durante le operazioni di cattura prima di Bernardo Provenzano e poi di Matteo Messina Denaro, quando era in servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Palermo. Lo stesso Masi, oltre al processo sulla multa, sarà chiamato a difendersi dalle accuse di diffamazione ai danni dei suoi superiori, e insieme a lui anche il suo avvocato difensore e alcuni giornalisti. Di Matteo, ribadendo la sua stima al suo caposcorta aveva dichiarato: “Personalmente mi sembra singolare che mentre, come è noto, a Palermo si cerca di verificare la fondatezza delle sue denunce, un’altra autorità giudiziaria incrimini per diffamazione gli autori delle suddette denunce e perfino i difensori e i giornalisti che la hanno rese note”.

La sentenza, di cui a giorni si conosceranno le motivazioni, non fa che confermare le preoccupazioni di chi pensa che la condanna sia un modo per allontanarlo dal suo lavoro  e che sarà da monito a chi volesse seguire il suo esempio denunciando le manovre atte a mettere in atto le strategie della sommersione  per una mafia che non si contrapponga allo Stato.

Con queste premesse si possono comprendere le preoccupazioni di chi pensa che si vogliano gettare ombre sull’onestà di un testimone nel processo Mori e nel processo sulla trattativa Stato Mafia.

In questo caso tornano in mente solo le parole di Leonardo Sciascia: “Se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe suicidarsi!”