Il diario della crisi. Pd e M5S sulle montagne russe, ma l’intesa è più vicina

Il diario della crisi. Pd e M5S sulle montagne russe, ma l’intesa è più vicina

“Non accetto di essere umiliato così e non accetto che lo sia il Movimento. Conte è un premier terzo, io sono il capo politico del M5S che deve entrare nell’esecutivo come vicepremier». Quando la corazzata del governo Conte 2 sembra a un passo dall’attracco nel porto sicuro – blindata persino da un tweet di Donald Trump – il telefono di Nicola Zingaretti squilla. Ore 22.30, il segretario del Pd è sicuro di aver respinto, grazie all’asse con Conte, tutti gli assalti di Di Maio, ormai virtualmente destinato al ministero della Difesa. Dall’altra parte del telefono c’è proprio Di Maio. Chi pensava che avesse deposto l’ascia di guerra e che fosse pronto a trattare una resa senza condizioni dopo che proprio Conte gli aveva sbarrato la strada verso il Viminale, ecco, si sbagliava. Al telefono col segretario pd, il capo politico impone l’aut-aut. «O io vicepremier o salta. Vi ricordo che c’è anche la votazione su Rousseau». Il tassello che non entra nel puzzle è dunque Di Maio. E al Pd arrivano a sospettare che abbia ancora un filo di dialogo con Salvini. Sempre dal Corriere in tema di consultazioni: dopo aver seguito con irritazione per l’intero weekend svogliate trattative, il Presidente è apparso rassegnato a quello scioglimento delle Camere che – come aveva spiegato – è sempre «una decisione da non prendere alla leggera». Poi, contro ogni aspettativa, il barometro politico è svoltato verso il bello. Con un incrocio di puntualizzazioni dai 5 Stelle e dal Pd in cui si segnalava che la trattativa «non è saltata», che «non esistono veti», che «certi retroscena sono falsi» e che su Giuseppe Conte per Palazzo Chigi «c’erano stati grandi passi avanti». Così, a metà pomeriggio, il capo dello Stato ha potuto cominciare ieri il suo secondo giro di consultazioni con maggiori aspettative. Certo, da un’ora all’altra tutto può cambiare anche drasticamente, visto che il momento della verità scatterà soltanto nel pomeriggio di oggi, quando saliranno al Quirinale i due potenziali partner di governo, Zingaretti e Di Maio.

Il toto ministri, il programma e i sondaggi. Il Corriere della Sera: si è impiegato molto tempo a stabilire, su pressione dei Dem, se il premier in pectore Giuseppe Conte fosse da considerare in quota M5s e, in subordine, si è insistito (sempre su input del Nazareno) sull’impossibilità per Di Maio di raddoppiare la presenza grillina a Palazzo Chigi con i galloni di vice premier. Sulla squadra di governo, dunque, il confronto è diventato serrato proprio in queste ore. Se il premier Conte mantiene a Palazzo Chigi la delega ai servizi segreti, va da sé che il Viminale (e il Dipartimento della pubblica sicurezza) spetti al Pd. Ancora ieri sera il M5S accreditava questo ministero per Di Maio ma sembra più realistica la versione del Nazareno: un politico (si insiste molto sul vice segretario del Pd Andrea Orlando) o un tecnico (l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante che nel 2016 sfidò Letizia Moratti per il centrosinistra). Gli altri nomi: Dario Franceschini unico vice (con delega ai rapporti con il Parlamento), l’«eretico» del Pd Fabrizio Barca all’Economia, Alfonso Bonafede (Giustizia) e Riccardo Fraccaro (Riforme) confermati in quota 5 Stelle. In pole c’è poi Paolo Gentiloni. Papabile per tornare alla Farnesina, l’ex premier è contemporaneamente in cima alla lista di coloro che potrebbero traslocare a Bruxelles.
C’è una ragione se a dispetto del pressing interno Nicola Zingaretti ha scelto di non entrare nel “governo di svolta”. Ha molto a che fare col clima di ritrovata unità. “Ho dovuto fare i salti mortali, anche mettendo da parte alcune delle mie convinzioni”. Ma Renzi non ha affatto archiviato la scissione. L’ha solo rinviata a tempi migliori.
Chi conosce Beppe Grillo lo racconta stanco dei giochini di queste ore. Aveva chiesto si incentrasse il confronto col Pd sui temi, si sono persi giorni sulla collocazione nel governo di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Sembra una reprimenda nei confronti del capo politico, che ha condotto il gioco, finora, e che non a caso ieri sera ha fatto trapelare tutte le criticità dell’intesa proprio a partire dai programmi: il Pd non dice no a inceneritori, trivelle, «sul clima ci vuole più coraggio». Non propone nulla sul conflitto di interessi: «Hanno avuto vent’anni e hanno salvato sempre Berlusconi». E’ troppo timido sul taglio dei parlamentari: «Serve una tempistica precisa, deve essere a settembre». Non ha fatto proposte sul dimezzamento dei tempi della giustizia, sul Sud, sul sistema bancario. Un lungo cahier de doléances che potrebbe essere un modo per ottenere quel che vuole, ma anche per far saltare tutto. E intanto incassa l’ok alla consultazione degli iscritti.
Il sondaggio sul Corriere: si registra il calo del gradimento a Salvini. A luglio – quando ancora tutto doveva succedere – Conte era al 56% (ha perso quindi 4 punti) e Salvini al 51% (e di punti ne ha persi 15). II leader della Lega «paga» la decisione di innescare la crisi di governo in agosto, anche se la sua richiesta di nuove elezioni «il prima possibile» è condivisa dal 33% degli intervistati. E’ un dato consistente, ma la maggioranza è di chi chiede soluzioni diverse rispetto alle urne: il 21% vuole un governo M5S-Pd «fino alla fine della legislatura», l’11% una riedizione del governo gialloverde «con un premier diverso», un altro 11% è a favore di un governo istituzionale che faccia la manovra per poi andare al voto. In testa all’indice di fiducia c’è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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