Il Diario della crisi. Nuove tensioni fra Pd e M5S: il governo non è partito e già si litiga

Il Diario della crisi. Nuove tensioni fra Pd e M5S: il governo non è partito e già si litiga

Prima delle ore 15 di ieri, lo spread tra Btp e Bund viaggiava intorno ai 165 punti base: poi alle 15 ha parlato il capo dei M5S, Luigi Di Maio, l’ultimo ad uscire dalle consultazioni con il premier incaricato Giuseppe Conte. E lo spread è schizzato su di dieci punti, fino a chiudere a 175. Ma che aveva detto Di Maio? «Se entreranno i punti M5S nel programma di governo si parte, altrimenti meglio il voto», ha intimato il leader dopo aver consegnato a Conte una lista di 20 cose. Tra cui: no a qualsiasi tipo di patrimoniale, subito il taglio dei parlamentari e un accordo con la Ue per la redistribuzione dei migranti. Ma soprattutto il leader M5S ha messo in chiaro, facendo infuriare il Pd, di non prevedere affatto la modifica dei due decreti-Salvini sulla sicurezza. «Non rinneghiamo questi 14 mesi di governo», ha puntualizzato, riferendosi all’esperienza gialloverde appena conclusa. Conclusa? Subito dopo aver sentito queste parole il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha deciso di annullare l’incontro pomeridiano che aveva fissato proprio con Di Maio. Preferendo, invece, dire la sua con un tweet durissimo: «Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà per dare un nuovo governo all’Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili o non si va da nessuna parte». C’è chi ha interpretato il duro attacco di Luigi Di Maio come una sorta di avvertimento al Pd. Della serie: questo è solo l’antipasto di quello che succederebbe nel governo se non ci fossi io come vicepremier. C’è chi si è allarmato tantissimo, anche dentro il Movimento, con il consueto contrappunto di critiche in chat, temendo che l’attacco fosse un pretesto per far saltare il governo.

Il caso Commissioni. Una nuova maggioranza politica in Parlamento dovrebbe riverberare questa novità anche sui “motori” dell’indirizzo politico-legislativo del Governo in Parlamento, ossia le Presidenze delle Commissioni parlamentari. Eppure, oggi, non può essere automaticamente così. Infatti i Regolamenti parlamentari prevedono chiaramente che le Commissioni permanenti e, dunque, anche le loro Presidenze, possano essere rinnovate solo dopo un biennio. E il biennio, in questo caso, scade solo nell’estate del 2020. Che fare, allora, di fronte alla palese anomalia politica di undici Presidenze di Commissione ricoperte da esponenti della Lega: ieri maggioranza, oggi opposizione? Di sicuro non si può pensare di procedere ex-abrupto alla rimozione o, più correttamente, alla decadenza di quei presidenti prima della scadenza naturale del biennio. L’autonomia regolamentare del Parlamento viene prima infatti di ogni dinamica politica, anche di fronte a situazioni del genere. Né, del pari, sembra probabile che gli stessi Presidenti di Commissione della Lega, con vero fair play istituzionale, si possano dimettere. Né, evidentemente, si ha il tempo di fare una riforma regolamentare che adegui il nostro Paese all’esperienza del Regno Unito o della Francia dove vi è un automatico rinnovo delle Commissioni all’inizio di ogni sessione parlamentare, di modo che si possa, nel corso della legislatura, registrare via via i cambiamenti politici intervenuti. Claudio Borghi, leghista e presidente della commissione Bilancio della Camera attende al varco i primi provvedimenti del probabile, sia pure ancora non scontato, governo giallorosso. Il Pd vorrebbe che lasciasse la guida della commissione, forse non si fidano…? Ma scherziamo, il Parlamento è una cosa e il governo un’altra:non è un caso se ci sono delle norme proprio a garanzia dell’inamovibilità dei presidenti di commissione che hanno il compito di gestire in modo ordinato l’andamento dei lavori.

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