Il decreto dignità diventa un boomerang: bruciati 40mila posti di lavoro

Il decreto dignità si sta rivelando un boomerang. Il primo provvedimento legislativo del governo Conte aveva l’obiettivo di dare un posto fisso a molti lavoratori, incentivando la conversione dei contratti a termine in contratti a tempo determinato. Ma i primi dati della riforma sugli effetti sull’occupazione sono disastrosi. Il mese di agosto 2018 ha registrato un calo, rispetto allo stesso periodo del 2017, sia dei nuovi contratti a tempo determinato, sia delle assunzioni a termine, sia degli assunti con un contratto di somministrazione (oltre 40 mila posti di lavoro persi). Non sono ancora disponibili i numeri ufficiali del mese di settembre, ma le prime indiscrezioni trapelate dai corridoi del ministero del lavoro vanno nella direzione di un consolidamento di questo trend negativo. E se è vero che il numero delle trasformazioni dei contratti a tempo determinato ha visto una crescita nel dato di agosto 2018 rispetto ad agosto 2017, questo non si può ascrivere agli effetti del decreto dignità, perché non è nient’altro che la conferma della tendenza che ha caratterizzato tutti i precedenti mesi dell’anno in corso.

È comunque già evidente che una trasformazione in massa dei contratti a termine in tempo indeterminato non c’è stata e non ci sarà. La pretesa di creare posti di lavoro per decreto, tipica dei regimi totalitari, non può funzionare in un sistema di economia di mercato. Come era facilmente prevedibile da chiunque conosca i meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro, di fronte ai paletti messi dal governo al rinnovo dei contratti a termine oltre i 12 mesi, la maggior parte delle imprese ha preferito lasciare a casa il lavoratore, invece di assumerlo. Ma allora che fine hanno fatto i 40 mila lavoratori che non sono riusciti a ottenere un rinnovo del contratto a termine, di somministrazione o a tempo indeterminato? La risposta non si troverà nei dati ufficiali dell’Inps o del ministero del lavoro, ma è molto semplice: si sono trasformati in lavoratori in nero. Oppure, laddove possibile, si sono trasformati in partit e Iva, continuando a fornire la stessa prestazione all’azienda ma come lavoratori autonomi: un percorso incentivato anche dal regime dei minimi/forfettari, molto conveniente dal punto di vista fiscale per il lavoratore. Il dato sull’aumento delle partite Iva registrato negli ultimi mesi sembra confermare questa tendenza. Che diventerà ancora più appetibile dal 2019 con l’innalzamento della soglia dei ricavi per rimanere nel regime agevolato a 65 mila euro (e nel 2020 dovrebbe arrivare fino a 100 mila euro).

Si tratterà, naturalmente, di rapporti di lavoro che in molti casi viaggiano sul filo del rasoio, con il rischio che il rapporto venga riqualificato dagli ispettori del lavoro come subordinato. Ma spesso la convenienza, per lavoratore e azienda, è tale da convincere entrambe le parti a non farsi troppi scrupoli. Anche perché dal 1° novembre, con la fine del periodo transitorio, i disincentivi previsti dal dl dignità per i contratti a termine si applicheranno in toto, compreso l’aumento dello 0,5% del costo aziendale per ogni rinnovo.

Fonte: Italia Oggi

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