Antonio Troise

Nel testa a testa fra i francesi di Vivendi e del fondo Elliot per conquistare la Tim, è stata, paradossalmente, proprio l’italianissima Cassa Depositi e Prestiti a giocare il delicato ruolo di ago della bilancia e a far pendere il piatto dalla parte degli americani. Poco importa, si dirà: la proprietà dell’ex monopolista è finita, in ogni caso, in mani straniere. Di fatto lo era già da quando governavano i francesi guidati da Bollorè. La storia di Tim, da questo punto di vista, è la parabola emblematica di una privatizzazione nata male e finita peggio. Dall’ingresso nella galassia della Fiat fino al famoso “nocciolino” di azionisti guidato da Colannino e, quindi, il lungo e complesso traghettamento nelle mani della Vivendi. Un percorso ad ostacoli per un’azienda che ha in pancia il ricco asset della rete nazionale delle telecomunicazioni.

E’ vero che, subito dopo aver conquistato il controllo del Cda, il Fondo Elliot si è affrettato a lanciare messaggi rassicuranti al governo italiano annunciando che da ora in poi l’ex monopolista sarà guidato come una vera e propria public company, senza azionisti-padroni. Ma è anche vero che le scelte strategiche della società saranno più orientate agli interessi dei sottoscrittori del fondo americano che a quelli italiani. Interessi che, per forza di cose, non sono sempre coincidenti: da una parte un soggetto interessato a fare utili e a monetizzare l’investimento, dall’altra un Paese che ha bisogno di investimenti di lungo termine per poter crescere.

In gioco non c’è solo un pezzo del nostro sistema produttivo che va a finire in mani straniere. Il problema vero è che si tratta di un settore fortemente strategico, in grandissima evoluzione e, soprattutto, delicato dal punto di vista della sicurezza nazionale. Non a caso, probabilmente, nelle scorse settimane, si è tornato a discutere dello scorporo della rete dal perimetro di Tim, un’operazione che potrebbe essere guidata proprio dalla Cassa Depositi e Prestiti, per sottrarre un’infrastruttura di grande importanza per il Paese dal controllo di un soggetto straniero. Operazione ventilata più volte, in passato, ma mai realizzata anche per le forti spinte arrivate dall’interno dell’azienda e sulle valutazioni economiche da dare a questo asset. Per il momento, gli americani hanno confermato il piano industriale messo a punto dall’attuale amministratore delegato, Gemish, il braccio destro di Bollorè. Ma gli equilibri di potere potrebbero presto cambiare, riaprendo il dossier sullo scorporo della rete. Sarebbe, se non altro, un passo in avanti, certo. Ma la strada da fare per ragionare di politica industriale e, soprattutto, per avere un disegno chiaro sulle scelte strategiche per lo sviluppo del Paese, è ancora molto lunga.

 

Fonte l’Arena