Il commento. Sui nostri binari non possono correre le paure

Antonio Troise

L’impressione è forte: quel gigante di ferro accartocciato e ferito sulle rotaie, nella campagna lodigiana, con il suo carico di morte e di paura, pesa sulla nostra coscienza emotiva prima ancora che su quella razionale. Toccherà ai giudici fare luce sul deragliamento del supertreno. Quello che conta, però, sono le immagini, la quotidianità violata di un viaggio che ognuno di noi avrebbe potuto fare. E’ vero che questo è il primo incidente in quindici anni di Alta Velocità. Ma è anche vero che il dato potrebbe essere letto all’incontrario. Cioè, se è capitato proprio ora, vuole dire che, dopo tre lustri, c’è forse bisogno di una nuova iniezioni di sicurezza nel sistema.

Del resto, siamo un Paese che continua a fare i conti con la sua lunga storia di ordinaria emergenza sul fronte delle infrastrutture. Dove può crollare un ponte nel centro di Genova. O dove, passando sotto un viadotto, veniamo ogni volta colpiti da un piccolo brivido di paura. Qualcuno dirà che il treno è ancora il mezzo più sicuro, nulla a che vedere con la strage che ogni anno si consuma sulle strade. Ma, proprio perché viene considerato a prova di incidenti, non possiamo permetterci che sui binari, insieme ai vagoni, corrano anche le nostre paure.

Bene ha fatto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a far sentire la sua voce di cordoglio per le vittime ma anche di monito per chi deve gestire un’infrastruttura strategica come quella delle ferrovie. Un impegno che non può essere racchiuso in una semplice esercizio di contabilità economica. Nel saldo ragionieristico fra i profitti e le perdite della società ci deve essere anche lo spazio per una rendicontazione dei benefici e dei diritti sociali che le Ferrovie devono assicurare alla collettività. Se non altro perché, in cambio, ricevono una rilevante dote finanziaria da parte dei contribuenti. Un contesto, insomma, dove non si può non investire in sicurezza e manutenzione, voci sulle quali è davvero sbagliato tagliare. O chiudere gli occhi e incrociare le dita. Sono altri i capitoli sui quali indirizzare i risparmi di spesa, se non vogliamo vivere in un Paese dove perfino la quotidianità di un viaggio può diventare un rischio.

Per questo, da oggi, prima ancora che la giustizia faccia il suo corso e chiarisca motivi e responsabilità della tragedia, sarebbe opportuna un’operazione verità su tutto quello che si può e si deve fare per garantire una manutenzione corretta ed efficace su tutta la linea ferroviaria, per capire il reale stato di salute di questa infrastruttura. Che non comprende, ovviamente, solo i treni superveloci. Forse, sarebbe una bella risposta da dare per vincere le paure e, magari, cominciando davvero a fare quegli interventi che servono per avere una rete infrastrutturale al passo con la modernità e al riparo da deragliamenti.

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