Il Commento. Se gli inglesi voltano le spalle all’inno dell’Europa

Il Commento. Se gli inglesi voltano le spalle all’inno dell’Europa

Antonio Troise

Povera Europa. Nel gran giorno dell’insediamento del Parlamento Europeo, non sono i nuovi volti dell’emiciclo di Strasburgo a conquistare tutti gli onori della cronaca e i titoloni dei giornali. E, neanche, i nuovi vertici della Bce e della Commissione decisi, con il manuale Cencelli alla mano, dopo due giorni di trattative serrate e fantasiosi equilibrismi, al di là del valore, indiscutibile, delle due personalità prescelte: la tedesca Von Der Leyen alla guida dell’esecutivo comunitario e la Lagarde alla Banca Centrale Europea.

Nel D-Day della nuova Europa uscita dalle urne del 20 maggio, c’è un’altra istantanea che attira l’attenzione mediatica e fa il giro del mondo: è quella dei 20 deputati del Brexit Party di Nigel Falange che voltano le spalle all’inno dell’Unione. E’ il marketing “sovranista” di un’organizzazione che si ritrova in Europa, paradossalmente, proprio perché la Gran Bretagna non è ancora uscita. Non appena sarà firmata l’intesa, i deputati inglesi che trovano indigesto perfino Beethoven, dovranno dire addio al loro scranno. Ma, se nel frattempo continuano a fare notizia, la colpa non è dei giornali o dei soliti giornalisti a caccia di news, più o meno, “fake”. C’è un male più profondo che ha colpito, e non da ieri, il Vecchio Continente. Se Falange ha gioco facile sul terreno dell’informazione è perché, dall’altra parte, l’Europa ha accumulato, nei confronti dei cittadini, uno spread di fiducia e di autorevolezza che ha toccato picchi elevatissimi. Per troppo tempo, infatti, ha Bruxelles ha dato l’impressione di vivere sulla luna, occupandosi della lunghezza delle zucchine o dell’ora solare. E ignorando, invece, i temi veri che toccano da vicino la nostra vita quotidiana: dalla povertà all’immigrazione, dalla difesa al commercio internazionale. Non a caso, siamo la seconda economia mondiale, il mercato più ricco con mezzo miliardo di consumatori eppure, sul ring dove si decidono gli equilibri del pianeta, contiamo come un peso piuma.

Dalla Brexit ai deputati che maltrattano l’inno il passo è oggettivamente breve. Molto più lunga, invece, è la strada che ha davanti il Vecchio Continente per ritrovare la sua anima, recuperando gli ideali e i sogni dei padri fondatori dell’Unione. Dovremmo, ad esempio, dare maggiore rappresentatività delle istituzioni europee e non ritrovarci con un Parlamento che decide poco o niente. Bisognerebbe rivedere la governance, soprattutto sui temi più delicati dell’economia e della politica estera. Ma, soprattutto, occorrerebbe parlare con una sola lingua, per affrontare uniti le sfide della nuova globalizzazione. In poche parole, serve più Europa. Ma molto diversa da quella attuale. Altrimenti non resta che rassegnarci alle provocazioni sovraniste di Falange e dintorni.

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