Il Commento. L’Italia non merita i sorrisetti di Bruxelles

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di ALESSANDRO CORTI

Non saranno i sorrisetti e le battute sprezzanti scambiate fra Merkel e Sarkozy nella fase, già calante, dell’era Berlusconi. Ma pur sempre di sorrisi si tratta. E lo sguardo che si sono scambiati ieri Barroso e Van Rompuy prima di rispondere a una domanda sull’Italia, non è stato meno ironico o offensivo. Sicuramente non ci sarebbe stato parlando di Germania o di Olanda. Poco importa se entrambi sono al limite dei rispettivi mandati di presidente della Commissione e del Consiglio europeo. Dietro quei sorrisetti, appena abbozzati, c’è tutta l’eredità negativa che il Bel Paese si porta sul groppone da svariati anni e che affonda le sue radici nella sostanziale sfiducia sulla nostra capacità di tenere fede agli impegni assunti. Eppure, oggi, quei sorrisetti fanno più male del solito. Negli ultimi due anni gli italiani sono stati spremuti come limoni, nonostante la crisi, proprio per rispettare il vincolo del 3% e per uscire dalla procedura di deficit eccessivo. Non possono dire la stessa cosa né la Spagna né la Francia (per non parlare dei Paesi, dalla Grecia al Portogallo, che sono sotto tutela).

L’Ue non si fida di Renzi

Un fatto è certo: l’Europa della finanza e delle banche centrali si fida assai poco di Renzi, non parla il suo stesso linguaggio, lo considera un po’ come un marziano, un oggetto da maneggiare con cura. Non ha affatto gradito la sua intenzione di utilizzare tutti i margini di manovra offerti dal vincolo di stabilità per riportare un po’ di quattrini nelle tasche degli italiani. E, ancora meno, ha gradito quell’asse con Hollande che potrebbe ridare fiato ai tanti, in Europa, che vogliono una maggiore flessibilità nei trattati di Maastricht, scritti in un’altra epoca e in un contesto economico completamente differente. L’incapacità dei Paesi del vecchio continente di trovare un punto di equilibrio politico fra rigore e sviluppo in un periodo di forte crisi economica porterà quasi sicuramente i partiti populisti a conquistare una larga fetta del Parlamento europeo che uscirà dalla prossima consultazione. Questo non semplificherà la battaglia di Renzi sul superamento dei parametri di Maastricht. L’Italia dovrà prima di tutto dimostrare, nei fatti e non a parole, di essere davvero in grado di realizzare riforme strutturali promesse da decenni. Nessuno, a Bruxelles, è disposto a firmare cambiali in bianco sulla capacità del nuovo premier di smentire la storia recente del Bel Paese. E senza atti concreti difficilmente ci saranno aperture di credito sul deficit. Ma è anche venuto il momento di smetterla con la diplomazia dei “sorrisetti. Siamo uno dei soci fondatori dell’Europa, abbiamo fatto sacrifici enormi per salvare la moneta unica. Meritiamo, se non la fiducia (quella, Renzi, dovrà conquistarsela sul campo), almeno il rispetto.

FONTE. L’Arena

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