IL COMMENTO. La Spagna ci supera e a Roma si litiga

Antonio Troise

Negli anni 80, all’epoca di Craxi, nel periodo d’oro della prima repubblica, siamo riusciti perfino a battere i nostri cugini inglesi, diventando statisticamente più ricchi della Gran Bretagna. All’epoca, fu sufficiente un piccolo “trucco” contabile, considerando nel Prodotto Interno Lordo anche una quota più ampia del sommerso. Oggi, l’Inghilterra da questo punto di vista, è molto più lontana, anche al netto della Brexit. E, cosa ancora più grave, l’Italia ha perso perfino il derby spagnolo, dal momento che secondo le ultime statistiche, il Paese iberico è diventato più ricco del nostro. Sulla carta sono semplici questioni statistiche, quasi da esperti della materia o da poeti alla Trilussa. Il sorpasso sarebbe maturato considerando non la ricchezza in termini assoluti ma analizzando il cosiddetto Pil pro capite a parità del potere di acquisto. Formula che tiene conto, cioè, non solo del denaro che abbiamo materialmente in tasca ma soprattutto la differenza dei prodotti di consumo che con lo stesso importo possiamo acquistare e portare a casa.

Le brutte notizie, si sa, non arrivano mai da sole. E, proprio ieri, l’Eurostat ha sistemato l’Italia agli ultimi posti nella classifica del lavoro. Anzim, per la precisione, siamo i penultimi per numero di occupati e per lo scarto fra uomini e donne. L’ennesimo segnale, insomma, di un’economia che stenta a decollare nonostante i segnali positivi arrivati dal fronte della crescita proprio alla fine dello scorso anno.

Ma il problema non è tanto nelle statistiche che, puntualmente, ci riconsegnano l’istantanea di un Paese che da oltre venti anni ha imboccato la strada del declino. Prima ancora della crisi dei mutui subprime e della più lunga e grave recessione dal dopoguerra. Forse, più che preoccuparsi dei sorpassi o dei derby statistici, sarebbe opportuno pensare ai tanti problemi, ancora irrisolti che ci portiamo dietro. A cominciare dall’enorme macigno del debito pubblico con il quale, prima e poi, dovrei fare i conti, senza limitarci a rimandare la soluzione alle generazioni future. Problemi che con la crisi politica, fra veti e controveti, fra annunci e ripicche, fra incarichi esplorativi e trattative segrete, sembrano essere passati in secondo piano, usciti dai radar dei partiti. Eppure, per risalire la china e superare l’empasse economico, il Paese ha bisogno di ritrovare al più presto la strada delle riforme e degli interventi a favore della crescita e degli investimenti produttivi. Le statistiche possono anche essere sbagliate o parziali. Ma, mai come in questo momento, spetterebbe proprio ai partiti di dimostrare con i fatti che sono sbagliate. L’esatto contrario di quello che, quotidianamente, a oltre 40 giorni dalla chiusura delle urne, sta andando in scena nel solito teatrino della politica.

Fonte: L’Arena

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