I film al cinema nel weekend, da Steve Carrell all’horror di autore

I film al cinema nel weekend, da Steve Carrell all’horror di autore

Ecco i film in uscita in questo weekend.

Benvenuti a Marwen

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Bloccato da trauma psichico dopo un pestaggio omofobico il dotato disegnatore Mark (un Carell fin troppo preso dall’handicap) sopravvive proiettando offesa, dolore, paura, in una saga militare di pupazzi che va ambientando nel giardino, sviluppata in episodi di animazione dal virtuoso Zemeckis di Chi ha incastrato Roger Rabbit. Nonostante lo spettacolare ricalco digitale che anima la plastilina in cera vivente buttandoci nelle visioni compensative, eroiche o erotiche, del disegnatore, è proprio la dialettica tra mondo reale e incubo che fa acqua: il gioco a riconoscere i personaggi reali intorno a Mark nelle girl tarantiniane del capitano o nei nazi ingessa le emozioni, vanificando il dramma delle ossessioni del povero Mark. Viene da una storia vera.

Ralph spacca Internet

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Avevamo lasciato Ralph al Game Central Station, dove migliaia di personaggi friggevano dalla paura che una versione aggiornata di un videogioco li mandasse in pensione. Lo ritroviamo con la piccola Vanellope sparato da un guasto nella metropoli infinita del web, almeno come la vedono i geniacci della Pixar con i soldoni e le dritte obbligate Disney: un infinito villaggio di opportunità, pressioni pubblicitarie, pericoli di truffa, perfino inviti erotici (ma al latte, per ragazzini) e l’inevitabile incontro con i personaggi del marchio che sfruttano il film, e anche Ralph, per auto celebrarsi e rilanciare i gadget del mercato. Dinamico, qualche buona battuta, anche questa volta ben calibrato tra ingenuità dell’omone e malizia della signorina, è quel che si dice “un prodotto valido”, ma non spacca.

City of lies, l’ora della verità

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Primi anni ’90, quali legami tra gli omicidi dei top rapper neri Tupac Shakur e The Notorius Big? Doveva intitolarsi Labyrinth, dal titolo del libro-inchiesta che lo ispira, per le inestricabili piste seguite dall’ostinato detective Poole ossessionato anche dopo la pensione, un provato accordo criminale tra casa discografica e polizia di Los Angeles, la “City of lies”. Resta un labirinto faticoso il film di Furman (apprezzato per The Lincoln Lawyer), più concentrato sulla dipendenza da verità di Poole (un Depp inadeguato performer tra i 40 e i 70 anni) che sulla definizione dei passaggi dell’indagine, come chiede il giornalista che lo incita a collaborare (Whitaker). Vale il resoconto di un set musicale afroamericano invischiato in affari tra bande violente e polizia corrotta. Hip hop a saturazione

L’inferno in terra di Pepe Mujica

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Ma che errore sottovalutare il piccolo e il lontano. Ricostruisce l’incredibile resistenza di tre oppositori tupamaro del regime militare, imprigionati dal 1973 al 1985 con impietosa missione: «Non possiamo ucciderli, li facciamo impazzire». Il film racconta come. Nella crudele galleria di privazioni, isolamenti, torture e simulazioni, la regia di Brechner, claustrofobica ma fedele a una riuscita dialettica mente/realtà, riesce a scavalcare i canoni del prison-movie allineando la cinepresa all’occhio e al tempo della detenzione, alla sua geometrica lugubre scenografia, all’esperienza d’inedia, depressione e incredibile sopravvivenza dei detenuti, uno dei quali, Pepe Mujica, sarà eletto presidente della nuova repubblica dopo la dittatura. Con metafora musicale, è una litania capace di aperture di canto: i movimenti d’amicizia di un carceriere che deve riconquistare la moglie con le parole, la temporanea dignità ristabilita dopo anni, un piatto, una sedia, un letto, per affrontare la visita della Croce Rossa. Memo e messaggio lanciati al nostro tempo. Premiabili tutti gli attori.

Suspiria

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LE TRE MADRI, tenebre, lacrime e sospiri, arrivano immonde alla fine, in un sabba di giovani danzatrici nude e anziane streghe putrescenti da un Trionfo di Bruegel. Qui l’evanescente ballerina dell’accademia, sede di un culto del corpo nel teatro-danza modello Bausch, rivela se stessa… Il più ambizioso e riuscito lavoro del discontinuo far cinema di Guadagnino, montato spesso a colpi di martello in lugubre realismo, non è né un omaggio né il remake del cult di Argento. È uno sgambetto a quel film, una reinvenzione speculativa, il felice sfruttamento di quell’impianto onirico orrorifico liberato negli interessi di un altro autore. Orrore nel magico e terrore nel reale forse si specchiano un po’ a forza, ma è chiaro il personale teatro della crudeltà di un regista che riflette sul gesto creativo.

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