IL COMMENTO. Giovani in fuga, il declino è alle porte?

di Massimo Calise

In questi giorni alcuni notizie si sono poste all’attenzione dell’opinione pubblica, nessuna rappresenta una novità assoluta ma viste insieme delineano un quadro preoccupante.

Prima notizia. Il rapporto della Fondazione Migrantes rileva come siano 107.529 gli italiani espatriati nel 2015; il 36,7% sono giovani tra i 18 e i 34. Non è dato sapere quanti di loro siano espatriati per una libera scelta di vita e professionale, come è giusto e fisiologico che sia, oppure costretti da necessità.

Seconda. Vi sono altri giovani, virtualmente, in fuga: i Neet, giovani che, fuori da qualsiasi percorso formativo, non cercano un impiego. L’eterogeneità di questa categoria renderebbe necessario uno studio per comprenderne meglio la composizione e le possibili cause. Ma resta il fatto che la nostra percentuale di Neet è la più alta in Europa, un triste primato.

Terza. La disoccupazione giovanile, specialmente al sud, ha raggiunto livelli insopportabili. La percentuale di giovani italiani fra i 15 e i 24 anni disoccupati è del 40% (fonte ISTAT 2015) e nel Mezzogiorno schizza al 54%!

Quarta. L’Italia diviene sempre più un paese di vecchi. Indice di vecchiaia 2015 è 157,7, significa che per ogni 100 ragazzi di età fino a 15 anni vi sono 157,7 ultrasessantacinquenni.

Lo stesso indice nel 2005 era 137,8, circa venti punti di differenza.

Sono numerosi gli indicatori che segnalano una strutturale debolezza del nostro Paese ma già queste quattro notizie, viste complessivamente, ci dicono che mentre siamo concentrati sul presente stiamo perdendo di vista il futuro. Qui le dichiarazioni accorate si sprecano.

C’è solo un aggettivo per definire la situazione: tragica. E non sono convinto che vi sia, a tal proposito, una consapevolezza sincera e diffusa.

Due pesanti interrogativi si pongono: cosa fare e a chi tocca farlo.

Cosa fare, nessuno ha la ricetta in tasca. Certo che la dimensione del problema mal si concilia con la dispersione degli interventi (e delle scarse risorse) in tanti rivoli (compresi i vari bonus) che se, forse, possono alleviare il presente non rassicurano sul futuro.

Un settore che dovrebbe essere assolutamente potenziato è quello della ricerca e sviluppo in cui l’Italia, ampiamente superata dagli altri paesi dell’Unione Europea, investe solo lo 1,3% del Pil. Uno spreco enorme considerando che, nonostante ciò, abbiamo una ricerca di qualità che produce un elevato numero di pubblicazioni scientifiche.

Insomma, a mio avviso, l’imperativo dovrebbe essere mettere in ordine in casa (debito pubblico, lotta agli sprechi, maggior efficienza della Pubblica Amministrazione) e pensare al futuro delle nuove generazioni. Pochi interventi massicci e mirati che accrescano, fra l’altro, la necessaria fiducia. Selezionare gli interventi significa scontentare qualcuno. E qui si arriva alla seconda e ancor più complicata domanda: a chi tocca farlo?

Occorrerebbe una classe politica autorevole che aggreghi il Paese su obiettivi precisi e sia anche capace di dire dei no. Nessuna strizzatina d’occhio all’antipolitica! La classe politica è parte integrante della cosiddetta società civile. È quest’ultima che ha rinunciato, anche per motivi comprensibili, alla partecipazione politica che non può essere limitata alle elezioni che pure registrano un alto numero di astenuti. Un ritorno alla politica cominciando dalle realtà locali, una forte pressione dell’opinione pubblica per mirati interventi a favore delle nuove generazioni, la disponibilità a non far prevalere gli interessi di parte o, peggio, personali sono gli ingredienti necessari. Solo così potremo arginare il declino ormai alle porte.

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