GIORGIO LA MALFA: Sud, ora tocca alle imprese

“Da molti anni l’attenzione al problema del Mezzogiorno come grande questione nazionale è venuta meno. E le conseguenze economiche e sociali non hanno tardato a farsi sentire. Il divario fra il Nord e il Sud che fino agli anni ’70 si era andato riducendo ha ripreso ad allargarsi e con esso si sono accentuate tutte le differente storiche fra il Nord e il Mezzogiorno”.E’ questo l’incipit della analisi che l’economista e politico di lungo corso Giorgio La Malfa ha affidato alle colonne del Mattino (lunedì 16 ottobre, pag 1-54), agganciandola a una valutazione delle norme che riguardano il Sud contenute nella Legge di Bilancio. E’ l’occasione per una disamina di quanto ha fatto il governo Gentiloni per il Mezzogiorno.

LE CAUSE DEL DIVARIO

La Malfa parte da lontano e cioè dal cuore del divario che è tuttora la grande criticità del Sud.Ecco in estrema sintesi i fattori che a suo parere hanno approfondito il solco che divide l’economia del Sud da quella delle aree forti del resto d’Europa:

  • L’eliminazione della Cassa per il Mezzogiorno, che pur con i suoi difetti aveva svolto un ruolo fondamentale nella rottura dell’equilibrio del sottosviluppo meridionale nel secondo dopoguerra.
  • L’istituzione delle Regioni – e la rivendicazione da parte di queste ultime dei poteri e delle risorse che prima venivano canalizzate attraverso la Cassa – ha in seguito provocato la sostanziale dissoluzione delle politiche meridionalistiche.
  • Le Regioni non si sono mostrate all’altezza dei compiti che esse pure rivendicavano e spesso non sono riuscite a spendere o a spendere utilmente le risorse nazionale ed europee.
  • L’affermarsi nella vita politica italiana di partiti e movimenti che hanno posto con un vigore senza precedenti la questione della difesa degli interessi locali.
  • Si è inventata una «questione settentrionale», come se le regioni del Nord non godessero già di condizioni simili a quelli delle aree europee più avanzate e non avessero certo bisogno di fare man bassa sulle risorse pubbliche.
  • La crisi della finanza pubblica che, unita alle regole di Maastricht, ha imposto la correzione dei bilanci pubblici. La conseguenza è stata il crollo delle spese per investimenti pubblici, che erano state il vero motore del progresso meridionale.
  • Ridotta la spesa pubblica, scomparsa l’impresa pubblica con la crisi dell’IRI e la privatizzazione di buona parte delle sue attività, il Mezzogiorno è stato abbandonato a sé stesso.

UNA NUOVA ATTENZIONE

“In questa situazione in questi ultimi anni – ricorda La Malfa – il Mezzogiorno è stato sostanzialmente dimenticato. Forse, per la prima volta dopo molti anni, nel progetto di bilancio che il governo ha predisposto per il 2018, torna a essere presente una certa attenzione ai problemi del Mezzogiorno. Ecco i principali segnali della svolta:

  • la riduzione o eliminazione degli oneri sociali sui giovani che vengono assunti dalle imprese meridionali;
  • la presenza di fondi per le medie e piccole imprese che prendano iniziative nel Mezzogiorno;
  • un aumento degli stanziamenti di fondi per le opere pubbliche nel Mezzogiorno;
  • la creazione e il finanziamento di alcune zone economiche speciali nel porto di Napoli e in quello di Gioia Tauro che può aiutare l’insediamento in queste aree portuali di nuove attività.

“Tutto questo – conclude – , insieme con il miglioramento della congiuntura che emerge dai dati statistici più recenti, può creare condizioni più favorevoli per l’economia del Mezzogiorno”. Ma a condizione che il tessuto imprenditoriale che, per quanto limitato, pure esiste, come emerge dalle analisi sulla situazione industriale del Mezzogiorno, dia prova di coraggio e di volontà di impegnarsi in nuove iniziative”.

Infine l’articolo si conclude con una proposta concreta e cioè la formulazione di un vero e proprio programma per il Mezzogiorno che indichi insieme obiettivi di sviluppo, mezzi per pervenirvi e risorse necessarie allo scopo. Anche perché il Master Plan del governo Renzi “è scomparso nella nebbia, come molti degli altri propositi di quella stagione. Ma l’esigenza dalla quale muoveva quel discorso era e rimane essenziale”. La strada maestra?Occorre un piano ordinato e ben finanziato che investa tutti gli aspetti dell’arretratezza meridionale e cioè:

-il divario delle infrastrutture

– i problemi del ritardo dell’economia dell’informazione

– le strettoie del credito

– il problema della sicurezza delle iniziative e della loro protezione dalle interferenze improprie

– il collegamento fra Università e mondo produttivo.

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