Ex Ilva di Taranto, i ricatti di Arcelor

“Abbiamo da sempre sostenuto e lamentato le scarse relazioni industriali con ArcelorMittal, il dialogo nei fatti perennemente assente tra le parti, senza dimenticare la manutenzione ridotta al minimo nonostante lo stato fatiscente degli impianti sia al limite della sicurezza per i lavoratori impiegati. Ora, oltre al danno anche la beffa: si sforna un piano industriale, inaccettabile con 3200 licenziamenti, l’azienda scarica i 1800 operai che aveva promesso di riassumere. Ma la gravità sta’, che a tutto ciò, l’azienda chiede anche un prestito di 600 milioni con garanzia Sace, richiesta non discussa tra le parti ufficiali e che sarebbe inserita in un fantomatico nuovo piano industriale 2020-2025 che la società avrebbe presentato in solitaria al Governo: tra le richieste c’e’ anche un contributo Covid a fondo perduto di 200 milioni, più un miliardo relativo all’ingresso dello Stato nella società attraverso la ricapitalizzazione. ArcelorMittal ha chiesto anche ulteriori somme del cosiddetto patrimonio destinato. E’ uno scempio che non possiamo permettere”.

Duro è il commento del Segretario Nazionale dell’Ugl Metalmeccanici, Antonio Spera per il quale, “l’effetto Covid-19 è stato solo un alibi per permettere all’azienda di perdere ancora tempo e riprogrammarsi il tutto a suo piacimento. Il Governo non può essere parte osservante – tuona forte e chiaro Spera –, deve immediatamente intervenire e far rispettare regole, impegni e senso dello Stato. Il piano presentato, al sindacato mai dato da condividere, sembra essere sulla falsa riga  dell’accordo raggiunto a marzo scorso al Tribunale di Milano, quando si chiuse il contenzioso tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal e che prevede di risalire nel 2025, alla produzione di 8 milioni di tonnellate da farsi anche attraverso forno elettrico, e non solo altoforno. Ma, il Governo dovrebbe anche chiedersi sulle tante inadempienze dell’azienda che sono rimaste anomalie – aggiunge Spera – ossia, il persistere del blocco degli interventi di ambientalizzazione. Vogliamo un urgente incontro con il Mise affinché avvengano spiegazioni in merito alla cessazione degli interventi ambientali, il blocco totale degli investimenti, il mancato pagamento delle fatture delle società dell’indotto, ormai in stato di affanno da oltre 6 mesi con i pagamenti dei propri dipendenti. Rispediamo al mittente senza giustifica alcuna, che la concausa di tutto ciò sullo scenario venutosi a creare, rispetto all’accordo di marzo, è profondamente cambiato a causa del lockdown. Sono per l’Ugl metalmeccanici strategie che non hanno senso, sono solo a danno del territorio e dei lavoratori: non accettiamo gli esuberi dichiarati intorno alle 3300 unità e una produzione che si assesterebbe intorno ai 6 milioni di tonnellate annue. Ricorderemo al Governo – conclude Spera – che l’accordo del 6 settembre 2018 prevedeva zero esuberi e 8mln di tonnellate nel 2023. La crisi determinata dal Coronavirus è infondata e siamo a ribadire che qualsiasi piano industriale che preveda esuberi, da parte nostra sarà inaccettabile. È urgentissimo che il Governo convochi i sindacati ad ora, prima che l’azienda continui a completare i propi comodi affari: l’Ugl Metalmeccanici promette di mantenere alta la guardia e a mettere in campo se sarà necessario, tutti gli strumenti, pacifici e democratici di proteste”.

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