EUROPA / ANCHE I TEDESCHI CAPIRANNO CHE OCCORRE LIBERARE RISORSE PER IL GREEN DEAL – Intervista con Andrea Cozzolino

L’Unione Europea, nonostante limiti ed errori, rimane il progetto politico che ha garantito un livello di pace, sicurezza, prosperità, diritti e libertà senza precedenti nella storia del continente europeo. E’ un modello di condivisione pacifica della sovranità nazionale per il bene comune. In questo scenario da anni la Bce guidata da Mario Draghi è stata la sola istituzione che, grazie a politiche di bassi tassi d’interesse, ha contrastato la crisi, favorendo la messa in circolo di denaro per investimenti”. Parla Andrea Cozzolino, uno che nel contesto politico europeo si trova a suo agio. A Strasburgo in effetti è come a casa, considerando che è parlamentate europeo da dieci anni. Era il giugno del 2009, infatti, quando venne eletto la prima volta, circoscrizione meridionale, con 136.859 preferenze: il più votato della lista del Partito democratico. Poi ancora nel 2014 e infine a marzo di quest’anno 2019, sempre con il Pd. Il suo è quindi un osservatorio ideale per commentare il passaggio politico che vede il suo partito divenire punto di riferimento in Europa: nel Parlamento (con Davide Sassoli presidente) come nella Commissione (con Paolo Gentiloni agli Affari economici).

Onorevole Cozzolino, al termine della crisi di agosto, è nato un governo che alcuni definiscono frutto della volontà di Francia e Germania, intesi come veri soci di maggioranza della Ue… Lei che cosa dice a riguardo?

Non si tratta di scegliere profili più o meno graditi a Bruxelles o alla Germania, ma di individuare persone competenti e con idee chiare, anche dissimili o in contrasto con quelle degli alleati. Ma, appunto, parliamo di alleati, di Paesi e uomini con cui parlare, confrontarci, interloquire e trovare soluzioni.

Possiamo quindi archiviare la stagione del confronto a muso duro, quella degli slogan sovranisti e populisti?

La stagione del leghismo, diciamolo. Non si è caratterizzata per idee forti da far valere, ma per un metodo fintamente forte e aggressivo, utilizzato ad arte per nascondere la debolezza delle idee.

Intanto il presidente uscente della BCE Mario Draghi ha annunciato la riattivazione del programma di Quantitative Easing. A partire da novembre20 miliardi di euro al mese saranno a disposizione delle banche centrali europee per supportare la sostenibilità del proprio indebitamento. Basterà per rilanciare la crescita?

Dobbiamo riconoscere che la Bce guidata da Mario Draghi è stata la sola istituzione che, grazie a politiche di bassi tassi d’interesse, ha contrastato la crisi, favorendo la messa in circolo di denaro per investimenti. É chiaro, tuttavia, che questo non è stato sufficiente, né basterà in futuro. Abbiamo bisogno di una dimensione politica, di una strategia politica di medio-lungo periodo che stravolga il quadro di austerità che ha caratterizzato gli anni scorsi.

In Italia nel 2015 accadde che tutte le Regioni del Mezzogiorno espressero presidenti del Pd. Oggi una convergenza simile vede occupare posti chiave in Europa a uomini del Pd.

Quella stagione la ricordo bene, anche perché sono stato tra i pochi che ha provato a mettere intorno a uno stesso tavolo tutti i protagonisti di quella stagione. Nel febbraio 2017, con l’allora Commissaria alle politiche regionali Corina Cretu, organizzai a Napoli un tavolo di confronto tra tutti i presidenti, con la speranza che potesse diventare un metodo di lavoro, quantomeno per una gestione coordinata dei fondi europei. Purtroppo, credo, allora prevalsero logiche particolari e individualistiche.

 Lei conosce molto bene coloro a cui il governo italiano ha affidatoil compito di favorire un nuovo corso europeo, più orientato alla crescita e meno all’austerità? Parliamo di Davide Sassoli, Roberto Gualtieri, Paolo Gentiloni…

Se David, Roberto e Paolo oggi siedono su quelle poltrone è perché in questi anni hanno lavorato bene conquistando la fiducia degli alleati, e il rispetto degli avversari. Con David e con Roberto, in questi dieci anni, abbiamo collaborato e condiviso idee di superamento dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita. Lo abbiamo fatto con costanza, incontrando e combattendo lo scetticismo – nella migliore delle ipotesi – dei colleghi. E, grazie alla costanza, siamo anche riusciti a vincere.

Vincere? A che cosa si riferisce?

Al fatto che oggi queste idee, queste convinzioni, sono ormai nei programmi di governo in Italia e all’Europa. Le premesse per fare un ottimo lavoro, quindi, ci sono tutte. Sta a noi, ora, trovare il coraggio di andare oltre gli schemie costruire soluzioni veramente nuove. L’obiettivo è un’Europa che torni a crescere e a creare lavoro e opportunità per i propri cittadini.

Confindustria pone l’accento sulla necessità di avere infrastrutture energetiche, logistiche, di trasporto a dimensione “transnazionale”. Insiste sulla esigenza di permettere di sconfinare in deficit a patto che le risorse così sbloccate siano dedicate agli investimenti per la crescita e la competitività. Ma alla fine c’è il rischio che prevarranno i falchi con linea di rispetto della rigidità dei parametri?

Le rispondo così. Recentemente ho incontrato il Direttore generale delle Politiche regionali della Commissione Europea.Manco a dirlo, un tedesco. Francamente sono rimasto sorpreso nel sentirlo parlare della necessità che anche l’Europa adegui i propri tassi di debito a quelli di Paesi come Giappone e Stati Uniti, che hanno rimesso in discussione le logiche di bilancio per rilanciare le rispettive economie.

Il parere di un dirigente europeo, per quanto importante, non rappresenta il cedimentodel governo tedescoalla necessità di allentamento dei vincoli di bilancio, non crede?

Be’, vorrà pur dire qualcosa che anche solo un anno fa sarebbe stato quasi impossibile una convergenzadi Bonn su posizioni del genere.Teniamo conto che probabilmentecominciano a pesare i segnali negativi dell’economia tedesca, la quale, senza adeguati investimenti pubblici, si sta riscoprendo più vulnerabile. Sinceramente, questo e altri segnali mi lasciano ben sperare…

Quali segnali?

Si parla sempre più diffusamente di Green Deal. Le sembra poco? Ossia del fatto che l’Europa di oggi vuole attrezzarsi ad affrontare la sfida globale più grande di questo secolo – quella del cambiamento climatico in modo adeguato. Cresce la consapevolezza che solo attraverso investimenti mirati in infrastrutture strategiche si potrà uscire dal circolo vizioso di una economia che è tutta finanza. Al vicepresidente esecutivodella Commissione europea Franz Timmermans è stato affidato il compito di coordinare il green deal europeo e gestire le politiche di azione sul clima. Credo possa essere la chiave di volta di questa nuova stagione.

Nei mesi scorsi in Italia c’è stato un aspro confrontoin tema di autonomia differenziata. Qual è la sua opinione sull’argomento?

Penso, in maniera esplicita, che l’Autonomia differenziata rappresenti l’antitesi con qualsiasi idea di un piano straordinario e strutturale per le Regioni del Mezzogiorno che incida “sulle cose e sulle persone”. Lo dico da cittadino meridionale e da parlamentare europeo che da anni è impegnato sui Fondi Strutturali. E’ bene ricordare che il Trattato promuove lo sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione e mira a ridurre il ritardo delle regioni meno favorite. È un principio fondamentale, verso cui devono tendere anche le politiche degli Stati Membri, il cui compito è contribuire alla correzione dei principali squilibri regionali.

In un suo libro di qualche anno fa lei ha dedicato numerose pagine al tema delle macroregioni, da introdurre sulla falsariga dei collegi elettorali europei. Ritiene sia giunto il momento per il Mezzogiorno di riproporlo oggi?

Bisogna fare attenzione quando si parla di macroregione. Io non penso, in maniera indistinta, a prendere pezzi di Regioni e a riunirli sotto un’unica entità amministrativa. Parlo invece di cooperazione stretta nella gestione e nella programmazione delle scelte strategiche, a cominciare dai grandi piani di sviluppo infrastrutturale e viario.

Insomma lei intende le macroregioni alla maniera europea?

Esattamente. Le macroregioni europee nascono per mettere assieme aree contigue con analoghi problemi e opportunità simili. Si unisconoper progettare assieme e affrontano assieme aspetti fondamentali che li accomunano.

Può farci qualche esempio?

Penso agli Stati e agli Enti locali che lavorano assieme nella Macroregione del Danubio, o in quella del Baltico e che da anni utilizzano in maniera strategica fondi europei. E penso, per noi, alla strategicità di una macroregione del Mediterraneo occidentale, con Paesi e partners strategici come Marocco, Tunisia e Algeria. Questa, per me, sarebbe una prospettiva valida. Il resto, che pure sento in giro, trovo sia molto più vicino alla propaganda politica che a qualcosa di serio.

Tra le linee di programma del governo Conte 2 c’è l’esigenza di rafforzare la coesione sociale per avere quindi un’Europa più solidale, più inclusiva, più vicina ai cittadini. E’ questo il modo di ridurre i pericoli di una deriva sovranista e populista?

Assolutamente sì. Il populismo e il sovranismo si combattono con le idee forti e si combattono andando a contrastare con vigore le sacche di povertà economica, sociale e dei servizi che purtroppo sono aumentate in Europa. Perché, lo dimostrano tutti i trend elettorali, è lì che si annidano e crescono sentimenti antieuropei.

C’è un legame di causa-effetto tra sfiducia nell’Europa e sovranismo?

Sì, e con la massima franchezza possibile aggiungo: lo trovo anche comprensibile. Irrazionale, ma comprensibile. E per questo dobbiamo fare di più e meglio.

Che cosa, ad esempio?

Nel nuovo regolamento dei fondi strutturali, approvato nella primavera scorsa dal Parlamento, per la prima volta siamo riusciti a introdurre un principio per cui si può chiedere lo scorporo della quota nazionale dal computo del Patto di Stabilità e Crescita per le spese in investimenti finanziati con fondi europei. É un primo passo, di una strada da seguire e approfondire.

Per Ursula von der Leyen – ma anche per Francia, Germania, Svezia… – la carbon tax alle frontiere è «uno strumento chiave per evitare la delocalizzazione» delle imprese garantendo «che le società dell’Ue possano competere su un piano di parità» con i partner commerciali extra Ue. È della stessa opinione?

Sì e dico di più. Il dumping ambientale è un problema enorme per le imprese europee, e lo è ancora di più per quegli Stati membri, come il nostro, che conservano un forte tessuto produttivo. Dico questo perché le nostre imprese, da sempre, sono vittime del dumping (ambientale sicuramente, ma anche sociale) anche a vantaggio di competitors europei più votati all’import e al commercio, che hanno invaso per anni il mercato di prodotti assolutamente irrispettosi degli standard europei in materia ambientale e sociale. Per non parlare del fenomeno delle delocalizzazioni intra-Ue. Ben venga la carbon tax, ma che sia strumento di difesa dell’intero tessuto produttivo europeo e che sia corredato di analoghe iniziative che mettano in salvaguardia quelle imprese che, con fatica, scelgono di produrre in Europa e che continuano a garantire i nostri primati in tema di innovazione e design.

Ritiene che la nuova Commissione romperà gli indugi sulla tassazione dei colossi dell’economia digitale?

Credo che, sia per l’entità del volume d’affari, che per la crescente importanza del settore, non ci si possa esimere dal regolamentare – e dal tassare – colossi che per troppi anni, ormai, nelle pieghe di una legislazione carente e farraginosa, quando non assente del tutto, hanno accumulato capitali difficilmente calcolabili.

Quale vocazione dovrebbe avere il Sud, a suo parere, per tornare protagonista sulla scena europea?

Quella di produrre risorse umane dal valore straordinario. Ragazze e ragazze che fanno fortuna (e che fanno la fortuna) del Nord-Italia e del Nord-Europa. Dovremmo recuperare la vocazione a non lasciar scappare via queste menti e queste braccia e su quello basare il nostro rilancio.

Perché secondo lei l’Italia non è riuscita in 150 anni a fare quanto la Germania ha compiuto dal 1989 per ridurre il divario tra aree forti e aree deboli?

Ci sono stati dei momenti – non solo negli anni ’50-’60, ma anche recenti – in cui quel gap, anche grazie all’Europa si è ridotto. Non dobbiamo dimenticare gli anni della crescita esponenziale del fenomeno leghista. E parlo del leghismo della prima ora che predicava la secessione e che vedeva nel Mezzogiorno la causa prima di tutti i mali. Probabilmente, la vera differenza tra noi e la Germania è stata l’assenza, in quest’ultimo caso, di movimenti che ritenessero l’altro pezzo del Paese un peso. Viceversa tutte le principali forze politiche nella Germania post-unitaria hanno lavorato convinti che l’unica maniera per crescere e tornare leader fosse stare assieme e uniti.

Claudio D’Aquino

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