Cinque miliardi e duecento milioni di ore. Il numero è talmente alto che quasi si fatica a credere che sia vero. Eppure è proprio quello che la Cgil, sulla base delle fonti disponibili, ha messo nero su bianco sommando tutte le richeste di cassa integrazione arrivate negli ultimi cinque anni. Un’ecatombe occupazionale che è costata, in media, 5300 euro a lavoratore solo nel 2015. Il bollettino di guerra della più lunga e grave crisi economica dal dopoguerra continua a sorprendere. Perchè dietro quelle fredde cifre ci sono storie di uomini e donne che la recessione ha portato ad un passo della soglia della povertà. Dietro i cinque miliardi e passa di cassa integrazione ci sono almeno 500mila posti di lavoro bruciati o ancora fortemente in bilico. Ai quali aggiungere quelli che la crisi ha cancellato senza neanche il paracadute del sussidio dell’Inps. Per non parlare del grande esercito degli esodati, i lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione dopo la riforma Fornero e di cui ancora non si conosce l’esatto perimetro.

Di fronte a questi dati c’è poco da discutere. La grande crisi ha distrutto oltre il 25% della capacità produttiva del secondo Paese manifatturiero dopo la Germania. L’impennata del tasso di disoccupazione, soprattutto di quello giovanile, non può che confermare che la vera emergenza italiana resta quella del lavoro. Il Jobs Act, da questo punto di vista, ha sicuramente avuto il grande merito di stabilizzare centinaia di migliaia di posizioni precarie. Non è poco, ma non basta per risolvere il problema.

Il lavoro non può essere creato per legge. Per invertire la rotta sul fronte dell’occupazione non servono le facili scorciatoie o le illusorie statistiche diffuse (per poi essere smentite) da qualche ministero. Per ridurre drasticamente il numero delle ore di cassa integrazione e dare una prospettiva alle giovani generazioni occorre puntare sulla crescita degli investimenti. E non solo di quelli pubblici, che a causa del debito pubblico che abbiamo accumulato, devono tenere conto dei rigidi limiti imposti dalle regole della moneta unica. Per creare lavoro bisogna puntare, invece, sull’impresa privata, soprattutto quella piccola e media, che da sempre costituisce la spina dorsale del nostro sistema produttivo.

Ma se davvero si vogliono rilanciare gli investimenti, quelli che creano lavoro vero e produttivo, bisogna tornare a fare politica industriale, rimuovendo tutti gli ostacoli che ancora frenano l’iniziativa imprenditoriale, dalla burocrazia alle infrastrutture fino all’energia e al credito. E’ questo il Jobs Act, la riforma che ancora manca all’Italia. E che i numeri denunciati ieri dalla Cgil rendono, invece, sempre più urgente.

Di Antonio Troise

Giornalista professionista, blogger, editorialista, comunicatore e un passaggio obbligato dalla carta stampata al digitale.