Documenti storici, il decreto dei Savoia sul referendum farsa a Napoli nel 1860

Documenti storici, il decreto dei Savoia sul referendum farsa a Napoli nel 1860

Decreto di indizione del Plebiscito
“L’8 ottobre 1860 su proposizione del Ministro dell’Interno, Raffaele Conforti, il Consiglio dei Ministri stabiliva il plebiscito, decretando:
Art.1
Il Popolo delle Province continentali dell’Italia Meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di Ottobre in Comizi per accettare o rigettare il seguente plebiscito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti.» Il voto sarà espresso per «SI» o per «NO», col mezzo di un bollettino stampato.
Art.2
Sono chiamati a dare il voto tutti i Cittadini che abbiano compiuto gli anni 21 e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civile e politici. Sono esclusi dal dare il voto tutti coloro i quali sono colpiti di condanne siano criminali siano correzionali, per imputazione di frode, di furto, di bancarotta e di falsità. Sono esclusi parimenti coloro i quali per scadenza sono dichiarati falliti.
Art.3
Dal Sindaco di ciascun Comune saranno formate le liste dei votanti ai termini dell’articolo precedente le quali verranno pubblicate ed affisse nei luoghi soliti pel giorno 17 Ottobre. Reclami avverso le dette liste saranno prodotti tra le 24 ore seguenti innanzi al Giudice di Circondario che deciderà inappellabilmente per tutto il dì 19 detto mese.
Art.4
I voti saranno dati e raccolti in ogni Capoluogo di Circondario presso una giunta composta dal Giudice presidente e dai Sindaci dei Comuni del Circondario. Si troveranno nei luoghi destinarti alla votazione su di un apposito banco tre terne, una vuota nel mezzo e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bollettini del «SI» e nell’altra quelli del «NO», che ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell’urna vuota.
Art.5
Compiuta la votazione invierà immediatamente l’urna dei voti chiusa ed assicurata per mezzo del Giudice suo Presidente, alla Giunta Provinciale.
Art.6
In ogni capoluogo di Provincia vi sarà una Giunta Provinciale composta dal Governatore presidente dal Presidente e Procuratore Generale della Gran Corte Criminale e dal Presidente e Procuratore Regio del Tribunale Civile. Tale Giunta in seduta permanente, procederà allo scrutinio dei voti raccolti nelle Giunte Circondariali e invierà immediatamente il lavoro chiuso e suggellato per mezzo di un agente municipale o di altra persona di sua fiducia al Presidente della Suprema corte di Giustizia.
Art.7
Lo scrutinio generale dei voti sarà fatto dalla indicata Suprema Corte. Il Presidente di essa annunzierà il risultato del detto scrutinio generale da una tribuna che verrà collocata nella Piazza di S. Francesco di Paola.
Art.8
Per la città di Napoli la votazione si farà presso ciascuna della dodici sezioni, nelle quali è divisa la Capitale. La Giunta di ogni sezione sarà composta dal Giudice di Circondario presidente, dall’Eletto e da due Decurioni all’uopo delegati dal Sindaco. Saranno applicate per la città di Napoli tutte le regole stabilite per gli altri Comuni, in quanto alla formazione delle liste ed alla discussione dei reclami.
Art.9 I Ministri sono incaricati della esecuzione. “

Il plebiscito fu indetto mentre si combatteva ancora. Proprio in quei giorni furono combattute le più grandi battaglie campali dell’esercito napoletano contro i garibaldini e soldati piemontesi. Stupisce leggendo il decreto la velocità dei tempi e delle procedure, se si tiene conto che fu indetto in un momento non solo storicamente  in preda alle convulsioni della guerra, ma in un paese con poche strade, pochi telegrafi  e scarsa rete ferroviaria. Per tempi così ravvicinati, sarebbe occorso l’odierno sistema informatico in forza ai moderni ministeri degli interni. In 2/3 giorni si organizzò tutto, si formarono le liste elettorali e si giudicarono i ricorsi. In realtà come per quelli precedenti, il Plebiscito dell’ottobre 1860 per l’annessione al Piemonte fu una vanagloriosa, aberrante e tragica messinscena per salvare la forma di cui tutti i governanti europei erano ben consapevoli.
Il regno contava circa 10 milioni di abitanti, votarono appena il 19 per cento degli aventi diritto, ma valse a  decretare la sua fine. Non bisogna dimenticare che il voto, per stessa disposizione del decreto, non era segreto ma palese: l’elettore doveva ritirare la scheda prendendola da una delle due urne – rispettivamente contrassegnate con le scritte Si e No – e quindi deporla nell’urna centrale. Le urne erano presidiate da soldati armati quando non c’erano anche i camorristi; votarono i garibaldini, l’esercito piemontese ed i loro mercenari (a piene mani). Non votarono i soldati delle Due Sicilie che difendevano l’antico regno, coloro che non riconoscevano la validità dello strumento giuridico e infine la gran massa del popolino che da quelle cose da “signori” si teneva alla larga.
Le votazioni del 21 sancirono a grandissima maggioranza l’unione del Regno delle Due Sicilie al regno sabaudo, compresa la Sicilia  che aveva dato inizio a quest’amba aradam proprio per affermare la sua autonomia.  Sulla regolarità della consultazione non é il caso di soffermarci.
Questi i risultati:

Napoli: 1.302.064 si, 10.302 no;

Sìcilia: 432.053 si, 667 no!

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