Diario della crisi. Il M5S rompe con Salvini, più vicino il governo con il Pd

Diario della crisi. Il M5S rompe con Salvini, più vicino il governo con il Pd

Crisi di governo. Ormai è rottura tra Movimento Cinque Stelle e Lega. «Salvini è inaffidabile» dice Grillo che apre a un contratto con il Pd. Replica il leader leghista: «Se i pentastellati vogliono Renzi lo dicano». E si appella alla piazza. Gli risponde l’altro vicepremier Di Maio: «Noi siamo forti e compatti, lui invece ha pugnalato noi e il Paese alle spalle». Domani il premier Conte va in Senato. E diventa sempre più concreta l’ipotesi di un governo giallorosso. Prodi propone un’alleanza «Ursula», con i partiti che in Europa hanno votato per la von der Leyen, ovvero Pd, M5S e Forza Italia. Ma con gli azzurri che, a differenza di Strasburgo, resterebbero all’opposizione. «Fossimo una democrazia normale – osserva il leader leghista – non avrei dubbi: demos e kratos, potere al popolo. E non dico quelli con le bandiere rosse là fuori. Siamo una Repubblica fondata sul lavoro e le istituzioni democratiche, se cade il governo la cosa migliore è chiedere agli italiani chi vogliono li governi per i prossimi 5 anni». <Siamo tutti in mano a una trentina di senatori renziani – continua Salvini -. Neanche del Pd, di un pezzo del Pd. Sanno che se si va alle urne non li vota nemmeno il loro babbo. Per questo sono disponibili a votare pure il governo di Pippo, Pluto, Topolino e dei Fantastici 4>. Domani prima che venga sera Conte chiederà udienza a Mattarella, porgerà le sue dimissioni e così pure il sessantacinquesimo governo della Repubblica verrà archiviato. Perlomeno questo è lo scenario che al Quirinale viene considerato più probabile, visto come se le cantano i Cinque stelle e la Lega. Ma nulla è chiaro nelle intenzioni dei protagonisti, che «chissà quante volte potranno cambiare idea nelle prossime ore», sussurra un frequentatore del Colle.

Governo di legislatura. Al futuro governo “Ursula” (cioè un esecutivo sostenuto dalle forze che hanno votato per la neopresidente della commissione europea Von der Leyen), attraverso canali coi grillini, lavorano da giorni Dario Franceschini e Matteo Renzi. Direttamente e attraverso ambasciatori. Girano i nomi per il premier: si va da Raffaele Cantone a Enrico Letta a Enrico Giovannini ex presidente dell’Istat gradito al M5s. Poi c’è il nome dello stesso Prodi, forse il più forte di tutti. È chiaro che Renzi vuole impegnarsi solo in un esecutivo istituzionale. Lo dimostrano i candidati che sta facendo circolare in queste ore. Ci sono il magistrato Nicola Gratteri alla Giustizia, il capo della Polizia Franco Gabrielli all’Interno e Ernesto Ruffini gia direttore dell’Agenzia delle Entrate. Il nodo è se un governo con coloritura tecnica può reggere l’urto dell’opposizione leghista e del consenso nel Paese. C’è un nome politico che sarebbe perfetto per Palazzo Chigi: quello di Roberto Fico. Lo spartiacque è domani. E tutto il Pd è in attesa: «Mi accontento di poco. Vorrei che questo governo andasse a casa. Martedì». Così ha twittato ieri l’ex premier Paolo Gentiloni. La linea del segretario Nicola Zingaretti non cambia di un millimetro ed è la stessa dettata tre giorni fa a Cecina: <Pd pronto al voto, senza paura — ribadirà Zingaretti anche mercoledì in Direzione — nessun governicchio>. Anche Forza Italia riflette su come gestire la crisi. Silvio Berlusconi dalla Francia osserva in silenzio la partita a scacchi che si consuma nella maggioranza uscente e nella nuova maggioranza in via di formazione tra Pd e grillini. La linea ufficiale resta quella dei giorni scorsi: nessun cedimento, nessuna possibilità di prendere parte a un governo a trazione giallorossa.

L’aumento Iva e il rompicapo della manovra. La prossima manovra – a prescindere da chi la scriverà – sarà un rompicapo. Tra risorse da recuperare, promesse da mantenere e rincari d’imposta da scongiurare. Anche se tutte le forze politiche dicono di voler tagliare le tasse dal 2020, il rincaro dell’Iva è la vera ipoteca sui conti pubblici (e sulle tasche degli italiani). Un doppio aumento già previsto a legislazione vigente dal prossimo 1° gennaio: dal 10 al 13% e dal 22 al 25,2 per cento. A livello di singola famiglia, il rincaro pesa in media 541 euro all’anno. Per l’Erario, invece, significa 23,1 miliardi di entrate, che dovrebbero essere coperte con altre risorse, se si vuole tenere ferma l’Iva. Le soluzioni sono sempre le stesse tre: alzare altre imposte; ridurre la spesa pubblica (tagliando sconti fiscali e/o investimenti); aumentare il deficit (affrontando la Commissione europea e i mercati finanziari). Disinnescare le clausole di salvaguardia è la nuova priorità. Peccato che la clausola esista dal 2011 e che nessun governo negli ultimi otto anni abbia trovato la forza per attaccare seriamente l’evasione o per puntare sugli investimenti produttivi che l’avrebbero resa inutile. La discussione riguardo alla legge di bilancio e all’aumento dell’Iva è  comunque tristemente irrilevante. Il paese non è in una crisi congiunturale la cui soluzione sarebbe possibilmente ritardata da una crisi di governo. Il paese è in un declino economico ormai pluri-decennale e nessuna delle parti politiche ha una valida strategia di politica economica da comunicare al paese.

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