Dal Silvia Romano a Giuliana Sgrena, la storia dei rapimenti

Negli ultimi decenni si ricordano altre liberazioni di ostaggi italiani catturati da fondamentalisti musulmani che hanno destato scalpore e polemiche come sedici anni orsono la vicenda delle due Simone, la romana Torretta e la riminese Pari. L’anno successivo suscitò grande interesse la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.

Certo “è un ritorno con tante domande”, quello della Romano, ed è legittimo porle queste domande. Lo fa Micalessin: «E ora chi ci restituirà la parte di Silvia rimasta con i suoi rapitori? L’immagine di Silvia Romano nascosta sotto le pieghe di un “dirac”, la veste tradizionale delle musulmane somale, grida vendetta al cielo. E non solo perché ci racconta che qualcosa dentro di lei si è rotto e ci metterà tempo a guarire, ma anche perché evidenzia le responsabilità di chi l’ha mandata allo sbaraglio creando le condizioni per il suo rapimento e le sue sofferenze». (Gian Micalessin, Un ritorno con tante domande, 11.5.2020, destra.it).

Silvia non ha colpe, voleva solo aiutare i bimbi del Kenia, non pensava certo di finire nell’inferno degli Sheebab somali. «Al danno materiale va aggiunto quello collaterale rappresentato dal finanziamento ad un organizzazione terroristica pronta ad investire quel denaro in autobombe e kamikaze. Insomma mentre Silvia sognava di aiutare i bimbi kenyoti la superficialità di chi l’ha sfruttata servirà ad alimentare le mani assassine di chi, ogni giorno, fa strage di bambini, donne e civili».

In attesa dei previsti chiarimenti, dei Servizi segreti impegnati e della Magistratura, il caso di Silvia Romano offre l’occasione di ricordare, la storia delle relazioni e dei conflitti nel Mare Mediterraneo tra i musulmani e gli europei e in particolare con gli italiani.

Arriva a proposito lo studio proposto da Lanuovabq.it di Graziano Motta,“Rapimenti e riscatti, mille anni di storia da riscoprire”.(12.5.2020). In questo studio si racconta come la Chiesa, soprattutto dall’VIII° al XIV° secolo, ha pensato di intervenire per aiutare i cristiani prigionieri delle varie bande musulmane nel mare Mediterraneo. Addirittura sono nati degli Ordini religiosi che si occupavano di questi fratelli cristiani, come i Mercedari e i Trinitari. A suo tempo anch’io mi ero occupato dell’argomento presentando il libro di Arrigo Petacco, “La Croce e la Mezzaluna” (Le Scie- Mondadori).

«La cattura di ostaggi, la loro liberazione o la loro esecuzione da parte di musulmani non sono affatto un fenomeno nuovo per il mondo occidentale. Per secoli, e in particolare tra l’VIII e il XIV, ha dilagato nell’area mediterranea – protagoniste migliaia di persone – un fenomeno che ha riempito le cronache europee e che sembra oggi del tutto dimenticato.

Allora furono delle istituzioni volontarie cristiane, e in particolare due Ordini religiosi, a prodigarsi per la liberazione degli ostaggi; sovente per la loro “redenzione” onde evitare che venissero ridotti in schiavitù, condizione alla quale potevano sfuggire se rinnegavano la propria fede».

L’Europa medievale, costretta a una guerra permanente con il mondo islamico in espansione, dovette ricorrere alle armi per difendere le persone e i luoghi cristiani, la propria identità diremmo oggi.
Il mar Mediterraneo era divenuto un lago musulmano. Nelle contese quotidiane, i mori o saraceni o turchi, come venivano chiamati i musulmani, saccheggiavano le terre dei cristiani depredando e facendo bottino di tutto quel che poteva loro rendere, e impadronendosi di uomini, donne, bambini che vendevano poi al miglior prezzo. Anche da parte cristiana venivano catturati dei musulmani, mai però ridotti alla schiavitù, essendo considerati soltanto prigionieri di guerra e come tali persone da scambiare in contropartita di altre da liberare.

Quale la sorte dei cristiani? Che farne? Gli ulema, i dotti religiosi islamici, seguendo i precetti coranici, proponevano di effettuare una preventiva distinzione tra ostaggi “deboli” e “combattenti”.

«La liberazione di prigionieri e ostaggi musulmani (al faqaq) – scrive Motta – veniva considerata un dovere religioso, da conseguire combattendo o attraverso lo scambio o il riscatto, e per questo attingendo alla tesoreria pubblica nel caso di un prigioniero non ricco abbastanza per potersi riscattare da sé. Per fronteggiare una situazione complessa, vasta per proporzioni e dalle enormi implicazioni sociali, era emersa la necessità di ricorrere a mediazioni e mediatori, a livello di missioni diplomatiche in certe condizioni e occasioni, e comunque di persone di buona volontà, riconosciute tuttavia dalle autorità; ma soprattutto si era affermata l’esigenza sempre più avvertita di un impegno di carità cristiana, di un’opera di misericordia, specie per i più poveri e più deboli».
In questo traffico, non mancarono i loschi faccendieri pronti ad approfittarsi degli sventurati. Per la maggioranza degli schiavi c’erano poche speranze di essere liberati dalle catene e quindi “dovevano rassegnarsi a trascorrere il resto della vita legati al remo o a lavorare gratis per qualche esigente padrone”. Peraltro si può conoscere questo tragico dramma, consultando gli archivi di alcuni centri costieri italiani dove ancora sono conservate le lettere che questi disperati riuscivano in qualche modo a fare recapitare.

Proprio per loro la Chiesa fa nascere verso il 1193 il primo “ordine religioso redentore clericale”, quello della Santissima Trinità, fondatore san Giovanni de Matha, un illustre docente nell’università di Parigi; e, nell’agosto 1218, di un altro “ordine religioso redentore”, questo però in origine laicale, dal titolo “della Vergine Maria della Mercede”, fondato dal commerciante spagnolo san Pietro Nolasco.

«Entrambi gli Ordini perpetuano ancor oggi la memoria di una testimonianza straordinaria di imprese di carità, testimoniata nell’arco di cinque secoli da decine (ma secondo altre fonti, alcune centinaia) di migliaia di “redenzioni” cui provvedevano raccogliendo in Europa, quasi sempre mendicando (e i Trinitari a dorso d’asino, essendo loro vietato di andare a cavallo) il denaro preteso per i riscatti; stabilendo nelle città musulmane delle basi operative; sovente con propri religiosi pronti a sostituire gli ostaggi in cattività; parecchi di essi affrontando il martirio».

Un sistema oggi impensabile nelle nostre società scristianizzate. Lo studioso racconta che «innumerevoli sono gli episodi di eroicità e di santità tramandati nella pratica della carità misericordiosa di questi due Ordini. I pericoli erano sempre in agguato per terra e per mare, innumerevoli le traversie nel Mediterraneo, maggiori le pene che i religiosi patirono dai musulmani“molte volte schiaffeggiati, lapidati, bastonati, feriti con la spada, coperti di sputi, trascinati per le strade e nel fango e preparati per il martirio”, come recita una cronaca dell’Ordine della Mercede».

I luoghi dove avvenivano questi misfatti erano quelli della cosiddetta “Barberia”, Tripoli, Tunisi, Orano, soprattutto i bagni di Algeri, che in meno di cinquant’anni si era trasformata in una città portuale, favorita, secondo lo storico Petacco, «dal lavoro forzato e ovviamente non pagato, degli schiavi, nonché dal fiume di denaro proveniente dai riscatti e dalla vendita delle refurtive”.

Lo studioso de lanuovabq.it ricorda in questa lunga storia, alcuni episodi di eroismo cristiano, come quello del militare Serapio, santo, che lasciò il servizio del re di Castiglia per entrare nell’ordine di Nostra Signora della Mercede impegnandosi nella liberazione degli ostaggi negli anni tra il 1222 e il 1240, ebbe un’atroce morte, “inchiodato a una croce come quella di sant’Andrea e squartato crudelmente” per ordine del sultano di Algeri, Selim Berimenin, che si era ritenuto ingannato per il mancato arrivo della somma pattuita per il riscatto di alcuni cristiani. Somma che, frutto di una colletta di elemosine, purtroppo non era giunta in tempo.

Tanti altri poterebbero essere gli episodi eroici da raccontare, come l’eroica difesa di Marcantonio Bragadin a Famagosta e tanti altri.

DOMENICO BONVEGNA
domenico_bonvegna@libero.it

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