E’ presto per esprimere verdetti. O per dichiarare già archiviata la promessa di “cambiamento” del governo giallo verde. Ma c’è da dire che nelle ultime settimane di “cambiamenti” veri o di svolte, se ne sono visti assai pochi. Per non dire nessuno. Sulle nomine si continua a navigare a vista. E non senza scossoni. Si era appena chiuso il duro braccio di ferro sul rinnovo della Cassa Depositi e Prestiti e se ne è aperto subito un altro sulla Rai e sulle Ferrovie. In poco meno di due mesi di navigazione, l’unico provvedimento andato in porto sul fronte dell’economia è stato il decreto dignità. Accompagnato, però da una raffica di polemiche e da tante preoccupazioni, sia da parte degli imprenditori che dei lavoratori precari che, con le nuove regole sui contratti a termine, rischiano di tornare ad essere disoccupati. Il risultato è che l’iter parlamentare del provvedimento è tutt’altro che semplice mentre gli stessi partiti della maggioranza stanno cercando la maniera per migliorare il testo ed evitare brutte sorprese.

Per non parlare, poi, delle scelte che l’esecutivo dovrà fare nei prossimi mesi. L’appuntamento decisivo è con la legge di bilancio ad ottobre. Sarà estremamente difficile per il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, fare spazio a tutte le misure messe nero su bianco dai due azionisti di maggioranza del governo nel cosiddetto contratto per il cambiamento. Da via Venti Settembre hanno già fatto sapere che sarà difficile andare avanti con il reddito di cittadinanza o con l’avvio della “Flat Tax” i due cavalli di battaglia elettorali del Movimento Cinquestelle e della Lega. Al massimo, si potrà cominciare a mettere mano alla riforma delle pensioni, con qualche minimo ritocco alla legge Fornero. Ma di più sarà difficile realizzare senza correre il rischio di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles o, peggio ancora, di finire nel mirino della speculazione finanziaria. Insomma, un orizzonte tutt’altro che semplice.

Il problema, insomma, è ancora una volta quello della tenuta dell’esecutivo e, soprattutto, della sua credibilità anche a livello internazionale. E’ vero che qualche risultato è stato raggiunto sul fronte dell’immigrazione, con l’Europa per una volta tanto disponibile ad ascoltare le richieste del nostro Paese. Ma ora è necessario usare la stessa attenzione anche sulle altre questioni, quelle che interessano il Paese Reale e non i Palazzi. E, cioè, la riduzione delle tasse, il rilancio degli investimenti pubblici e privati, la crescita dell’apparato produttivo, la redistribuzione più equa della ricchezza. Tutte cose che avrebbero bisogno di un esecutivo che non si limita ad annunciare o proclamare il “cambiamento” ma a praticarlo con i fatti. E, soprattutto, con i provvedimenti giusti.

Alessandro Corti