Da città della mafia a città della cultura: Corleone svela al mondo la sua storia millenaria

Nella prestigiosa cornice della chiesa del Carmine a Corleone è stato presentato il libro di Angelo Vintaloro “Corleone e Montagna Vecchia due Poleis della Sicilia antica”. L’evento, molto partecipato da autorità e cittadinanza, è stato garbatamente moderato dallo storico professor Giovanni Lisotta ed ha visto gli interventi, oltre a quello dell’autore, anche di Valeria Li Vigni Tusa (Soprintendente del Mare Regione Sicilia), Massimo Cultraro (dirigente di ricerca CNR, Università degli Studi di Palermo), Ludovico Gippetto (Presidente Extroart).

Il volume raccoglie e sintetizza i risultati di una ricerca trentennale nel territorio della città natale di Angelo Vintaloro, archeologo per vocazione, attento ricercatore e profondo conoscitore della storia e dell’archeologia di Corleone. Nella prefazione dell’opera, Santino Alessandro Cugno (Funzionario Archeologo-Parco Archeologico dell’Appia Antica) così argomenta: “In questo nuovo libro, Angelo Vintaloro mette insieme ed analizza i molteplici dati provenienti dai recenti scavi stratigrafici condotti nell’area[…] Il quadro storico-topografico così delineato, infatti, consente di ricostruire le dinamiche insediative di lunga durata a Corleone e nel suo territorio, procedendo dalla Preistoria all’età greco-romana, dalla Tarda Antichità fino ai profondi cambiamenti che si sono verificati con l’avvento dei Lombardi nel 1249. Si tratta di un lavoro pregevole e ambizioso per la comprensione dei paesaggi antichi del comprensorio palermitano e, più in generale, della Sicilia Occidentale[…]”. Angelo Vintaloro chiarisce che: “Le ricerche archeologiche su questo territorio svoltesi con il rigoroso metodo scientifico sono iniziate solo nel 1991. Corleone purtroppo gode di una nomea che non sarà facile scrollarsi di dosso: terra di mafia. Ebbene, negli anni 50-60 le Soprintendenze si spinsero verso l’interno della Sicilia con le proprie ricerche ma per la zona di Corleone, dove all’epoca imperversava una tremenda guerra di mafia, nessuno volle mai approfondire l’argomento”.

Angelo Vintaloro è il Direttore del Museo Civico Comprensoriale “Pippo Rizzo” di Corleone dal 1991, museo da lui fondato. Ha effettuato le prime ricerche archeologiche nel territorio dell’Alto e Medio Belice-Corleonese con la stesura della I^ e 2^ Cartografia Archeologica dell’area. Ha ritrovato oltre 80 siti archeologici ed ha valorizzato il sito di Montagna Vecchia di Corleone. Vanta collaborazioni con le Università di Bologna, Goteborg (Svezia), Oslo (Norvegia), Illinois (USA), Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo. E’ Membro Collaboratore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze dal 1997 nonchè dell’U.I.S.P.P. (Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche) dal 1996. Ha effettuato scavi archeologici in Sicilia, Romania, Tunisia, Oman e Repubblica Democratica del Congo. Ha relazionato in tre Congressi Mondiali di Preistoria e Protostoria: Forlì 1996, Lisbona 2006 e Parigi 2018; in quest’ultimo ha esposto i primi dati sull’evoluzione umana nel Centro-Ovest dell’Africa Centrale. Ha organizzato numerosi Convegni Internazionali tra cui i primi due di Preistoria e Protostoria Siciliane; Corleone 1997 e San Cipirello 2006. Ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni scientifiche tra cui alcuni libri. Dal 2016 insegna nei Corsi dei Progetti di Alternanza Scuola-Lavoro dei Licei di Corleone.

L’autore ci ha concesso un’intervista in esclusiva.

Professore, lei ha partecipato a numerose importanti campagne di scavo internazionali: quando e perchè ha deciso di dedicarsi alla ricerca archeologica nel territorio corleonese?

Il territorio corleonese attirava la mia attenzione fin da piccolo ma era sconosciuto dal punto di vista archeologico, perchè la triste nomea di mafia attribuita a Corleone scoraggiava gli addetti ai lavori. Poco più che ventenne cominciai ad esplorarlo ed ogni sortita era una scoperta, in quanto il territorio è fortemente antropizzato con l’imponente sito di Montagna Vecchia ed almeno altre cinque città fortificate. Altri 80 siti minori fanno da corollario. Gli scavi all’estero rientrano nei rapporti di collaborazione con il Dipartimento di archeologia dell’Università di Bologna con cui ho collaborato per tanti anni.

Ci sono state difficoltà? se si, quali? ha mai dovuto fare i conti con, ad esempio, lungaggini burocratiche?

Lungaggini burocratiche mai, anzi ho sempre riscontrato una grande disponibilità da parte dei proprietari dei terreni oggetto delle mie ricerche. Anche le squadre di scavo sono state ben assortite. Gli unici pericoli provenivano dalle zone impervie e dagli strapiombi, anche di 300 metri, che ho dovuto attraversare durante i percorsi. Alcuni posti sono quasi inaccessibili, ma la nostra insistenza ha avuto la meglio.

-Pensa che la ricerca archeologica in Italia, ed in Sicilia in modo particolare, siano sufficientemente valorizzate?

In parte, soprattutto nella Sicilia sud-orientale. Altrove abbiamo casi sporadici quali Segesta, Selinunte e Mothya ma bisognerebbe ampliarla a tutto il territorio per dare al visitatore la migliore visione storica dell’insieme. Visitare solo le rovine di una città è solo un modus operandi antiquato.

Nella dedica del suo libro leggiamo “A Sebastiano Tusa, mio grande Maestro di professione e di vita”. Lei è stato un grande amico del compianto Tusa, a detta di tutti uno dei migliori sovrintendenti ai Beni Culturali di questa nostra terra; ci racconti qualcosa del vostro importante rapporto umano e professionale.

Con Sebastiano avevamo rapporti scientifici e familiari. I ricordi sono tanti ma uno in particolare non mi abbandona. Quando gli dissi che saremmo andati in Congo lui mi rispose “mi stai regalando il sogno della mia vita perchè da sempre volevo andare in quella parte di Africa che adoro”. Quella parte di Africa dove poi purtroppo morì. E’ triste, lo so, ma vi sono stati momenti esaltanti, magari durante le grigliate o quando andavamo allo stadio: 28 anni non si dimenticano mai, specie con una persona buona di animo e preparata come lui.

-C’è un progetto che lei coltivava insieme al professor Tusa che vorrebbe poter realizzare?

Si, l’incremento della conoscenza sulla preistoria e protostoria di questa parte della Sicilia, anche con le propaggini micenee ancora oggi sconosciute. Ed ancora, formare una rete delle grandi città antiche interessate all’area elima per approfondire ancor di più l’argomento che oggi appare nebuloso, perchè trattato a macchia di leopardo.

-Lei è un insegnante: in che modo la conoscenza approfondita della storia archeologica di un territorio come Corleone, connotato negativamente dalla questione ‘mafia’ può invece influenzare in modo positivo le nuove generazioni?

Qui ormai la mafia viene trattata come un fatto del passato, per cui i ragazzi affrontano ancor meglio l’argomento, incuriosendosi su fatti e luoghi che sconoscevano. Da non sottovalutare anche l’aspetto turistico, che rappresenta il futuro volano di questa comunità. Oggi Corleone registra oltre ventimila turisti all’anno, ma una migliore organizzazione potrebbe incrementare questo dato consegnando ai giovani un lavoro redditizio.

-Quali sono i suoi progetti futuri? pensa che il territorio dell’indomita Corleone, la “Animosa Civitas”, la città delle cento chiese, abbia ancora dei tesori da svelare?

Ci sono molte cose ancora da esplorare nel territorio, ma vorrei concentrarmi sui cunicoli sotterranei che collegavano i conventi di Corleone. Mi affascina l’idea di esplorare il sottosuolo della città, sperando che gran parte sia rimasta intatta, e capire anche il loro ruolo nel medioevo. Inoltre vorrei riprendere gli scavi su Montagna Vecchia, a Pizzo Spolentino e nel centro storico di Corleone, dove è stata individuata l’area sacra di periodo ellenistico-romano.

Anna Maria Alaimo

 

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