Antonio Troise

Non c’è solo il Covid. L’Europa deve fare i conti, da sempre, con un altro virus non meno potente: quello degli egoismi nazionali. L’ennesima dimostrazione c’è stata ieri, quando non è riuscita a trovare un accordo sulla redistribuzione solidale della fornitura extra di vaccini Biontech-Pfizer (circa 10 milioni di dosi) prevista nel primo trimestre. Il Portogallo, presidente di turno dell’Ue, avrebbe voluto favorire i cinque Paesi più in difficoltà: Bulgaria, Croazia, Slovacchia, Lettonia ed Estonia. Ma sulla proposta è arrivato il “no” secco della nazione che ha fatto più vaccini in assoluto rispetto alla popolazione, l’Austria. Spalleggiata da Repubblica Ceca e Slovenia. Il risultato è che l’Unione è andata ancora una volta in pezzi. Esattamente quello che, fin dall’inizio della pandemia, i 27 Paesi del Vecchio Continente avevano cercato di evitare, concentrando a Bruxelles l’acquisto e la distribuzione delle dosi “salva-vita”. Ma, si sa: le buone intenzioni lasciano spesso il passo alla difesa degli interessi di parte. Dando così sfogo ad un’inutile e dannosa guerra dei vaccini, Paesi ricchi contro Paesi poveri. Più o meno quello che è avvenuto, negli anni, con le regole sempre più stringenti di Maastricht.

E’ chiaro, del resto, che la posta sul tavolo, in questo caso, è altissima. E non riguarda solo la difesa, ovviamente prioritaria, della salute. Ma anche l’economia. Basta un numero per avere un’idea delle variabili in gioco: 200 miliardi. Tanto costerà all’Italia l’eventuale ritardo di tre mesi nella campagna di vaccinazione di massa. Una cifra che, tradotta nel linguaggio più concreto del Paese reale, significa aziende ferme, saracinesche abbassate, centinaia di migliaia di posti di lavoro in fumo e famiglie sempre più povere e indebitate. Ma non basta. Il Paese che per primo taglierà il traguardo dell’immunità di gregge sarà anche quello più veloce e più scaltro nell’intascare il grande “dividendo” della ripartenza.

E’ vero che, nel quartier generale di Bruxelles, la trattativa sui vaccini ha accumulato errori e ritardi. Lo hanno riconosciuto anche i vertici dell’esecutivo comunitario. Ed è anche vero che, probabilmente, si sarebbe dovuto imporre alle grandi multinazionali del farmaco, uno sforzo supplementare, magari sacrificando sul terreno della salute pubblica, la difesa ad oltranza dei brevetti e di un business miliardario. Ma ora sarebbe ancora più dannoso tornare indietro, rivedere le scelte e, soprattutto, incrinare quel meccanismo della solidarietà che è la radice ultima dell’Unione Europea. Per farlo, però, occorre davvero che Bruxelles cambi passo e che trovi sul mercato tutte le dosi che servono per vaccinare al più presto i cittadini. L’ennesimo flop su questo fronte rischia non solo di incrinare la solidarietà, ma la stessa costruzione dell’Unione. Gonfiando, di nuovo, le vele dei sovranisti.

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