Coppie in terapia: questa unione non s’ha da fare!

Coppie in terapia: questa unione  non s’ha da fare!

Ho conosciuto, per esperienza diretta, una psichiatra che si è rifiutata di accogliere una coppia in terapia, perché “non aveva una convivenza sufficientemente stabile”.  La psichiatra psicoterapeuta avrà avuto i suoi buoni motivi per questo rifiuto, ma messa così è davvero sconcertante. Però, si sa, c’è sempre chi è più realista del Re!   Per fortuna Diego De Silva ci regala Vittorio, uno psicoterapeuta che invece decide di prendere in terapia una coppia di amanti. Anzi no, prende in terapia una relazione sentimentale. Un sentimento. Una coppia che si sta confrontando con un sentimento che diventa più forte delle forme che gli individui si sono date, stravolgendole, rinnovandole e rifondandole. Ed è quel sentimento che accomuna i due facendoli coppia.

Essere contrari alle unioni civili vuol dire essere contrari e non riconoscere un legame, un affetto, una solidarietà, un sentimento. Non riconoscere lo sforzo quotidiano che due persone  attuano, in virtù di quel sentimento, per costruire una struttura relazionale, all’interno di una società: e quindi con implicazioni e ricadute sociali, civili, giuridiche. Quando vado a lavorare, se non sono sposato, ma ho una stabile relazione affettiva e convivente, e chiaramente non sono solo e disponibile ad altri rapporti, cosa sono: sono uno che sta in coppia. Ma non sempre sono riconosciuto come tale, e comunque è ancora più semplice considerami un “ibrido”, uno che sta in una terra di mezzo.

Conosco, per esperienza diretta professionale, aree “urbane” dove si incontra di tutto: separazioni di fatto, convivenze tra eterosessuali, tra omosessuali, figli con nuovi compagni e compagni che fanno da genitori a figli non propri. E questi chi sono: invisibili, imprevisti, clandestini indigeni? Che differenza c’è tra questi e quelli di prima. Entrambi vagano in zone d’ombra.

Unioni civili e family day. I secondi contrari e opposti ad un’esperienza che non li riguarda (per ora), ma che li turba (per ora). I secondi che, autorevolmente spalleggiati da vescovi, e complici di un parlamento nazionale messo in mora da un parlamento europeo, ripropongono “pari pari” il Don Rodrigo di qualche secolo fa, che altro non proclama –attraverso i suoi bravi- se non un arrogante e prepotente “questo matrimonio non s’ha da fare” (che oggi come allora ha le ore e i giorni contati).                                                                                                                                          I primi devono continuare a  sentirsi precari, esposti al giudizio e all’arroganza dei secondi, che possono additarli, giudicarli, usarli, e denigrarli.

Una coppia composta da persone dello stesso sesso, spaventa e turba i secondi, che si sentono esclusi e non possono intrufolarsi in quella relazione che diventa meno accessibile. Per questo la osteggiano e non vogliono farla nascere.

Se è vero che i sentimenti possono fare a meno delle forme e dei contratti, e i sentimenti travalicano le forme e i contratti, è pur vero che i sentimenti che si sviluppano tra due persone, e ne tratteggiano una storia e una vita, non possono essere sempre clandestini e invisibili, devono poter essere “istituzionalizzati”, resi civili, perché questo, oltre a tutelare le persone, tutela i sentimenti.

L’esigenza di riconoscimento, istituzionalizzazione, è un’esigenza di tutela del sentimento; è l’esigenza di uscire dall’invisibilità e dalla clandestinità altrimenti si è sempre “fuorilegge”, indifesi, ed esposti a tutto. Senza la visibilità e il riconoscimento si rischia di non esistere, e quando arriva una crisi (di coppia),  tutto si può cancellare in un istante.

Renzo e Lucia volevano un riconoscimento, una tutela, che nessuno voleva dargli, nessuno voleva farli emancipare. Oggi è la stessa cosa, e il problema quindi non è coppia omosessuale o coppia eterosessuale convivente, ma è la sopravvivenza di chi deve poter dire “questo matrimonio non s’ha da fare”.

Quando poi le “unioni civili” diventano famiglie, è d’obbligo prendere atto di tutti gli scenari in cui interagiscono oggi genitori e figli: famiglie tradizionali, ricostituite, ricomposte, monoparentali, omosessuali, ed è il primo passo per garantire il benessere dei bambini. Di questo si parlerà il 20 febbraio alle ore 10,30 al PAN – Palazzo delle Arti Napoli, alla presentazione del libro “Si fa presto a dire famiglia“,  di MELITA CAVALLO, uno dei più noti giudici minorili italiani, che con le sue sentenze innovative ha aperto le porte all’adozione di coppie omosessuali (pagina Facebook Si fa presto a dire famiglia)

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