Il commento. Quel patto tradito con lo Stato sulle pensioni

pensionati

di Alessandro Corti

Un cantiere infinito. Fatta una riforma se ne studia subito un’altra. E, quel che è peggio, si ha sempre la fastidiosa impressione  che il governo di turno, indifferentemente dal colore politico,  consideri il sistema previdenziale una sorta di Bancomat al quale attingere per risolvere i problemi finanziari. È successo con la riforma Amato, poi con la Dini e, in tempi più recenti con la Fornero. Ora tocca a Poletti, ma il copione no cambia. Certo, per ora si ragiona sul piccolo ma sostanzioso segmento delle pensioni più ricche, quelle che superano i 3500 euro lordi al mese. La proposta, che per la verità ha già spaccato la maggioranza e creato tensioni nel governo, è di una sorta di prelievo di solidarietà (ma l’aggettivo equivale a forzoso) per assicurare un reddito minimo ai  cosiddetti esodati, i lavoratori  che per effetto della riforma Fornero si sono trovati di punto in bianco senza stipendio e senza pensione.

Al di là delle buone intenzioni, quello che non è affatto condivisibile è il metodo. Ancora una volta c’è la tentazione di agire su singoli segmenti del sistema previdenziale perdendo di vista l’insieme. Nessuno mette in dubbio, ad esempio, che sul fronte delle pensioni ci siano ancora parecchie diseguaglianze e ingiustizie,  soprattutto fra gli attuali percettori dell’assegno Inps e quelli che lo riceveranno nei prossimi anni, fra coloro che hanno lasciato il lavoro con il cosiddetto metodo retributivo (con la pensione calcolata, cioè,  sulle ultime retribuzioni) e quelli che andranno con il sistema contributivo (basato, cioè,  sui contributi effettivalente versati). Ma ancora di più, saranno accentuate le differenze fra coloro che hanno avuto il privilegio di avere per quasi l’intera vita lavorativa un contratto a tempo indeterminato e il gran popolo di giovani che tirano avanti con lavori precari. Si è letteralmente sbriciolato, cioè, quel patto fra le generazioni che è stato alla base del sistema previdenziale occidentale fin dalle sue origini.

Ora, sicuramente ci troviamo di fronte a un sistema che non funziona più e che, forse,  è inadatto ad affrontare la grande emergenza creata dalla crisi economica,  la disoccupazione giovanile. È ovvio che l’innalzamento dell’età pensionabile, non agevola il ricambio sui posti di lavoro. Ma, proprio per questo,  è due volte sbagliato concentrare l’attenzione solo sulle cosiddette pensioni d’oro. Non si affronta il vero nodo della previdenza e, soprattutto,  si dà ancora l’impressione di uno Stato che continua a cambiare le regole anche quando le persone hanno maturato dei diritti sulla base delle norme in vigore. Meglio sarebbe, forse, fermarsi un attimo e verificare se davvero non esistono altre coperture finanziarie per risolvere un problema sacrosanto come quello degli esodati. E, in ogni caso, prima di mettere di nuovo le mani sul sistema previdenziale, bisognerebbe ragionare su un intervento di largo respiro,  in grado di superare il  conflitto generazionale e non di alimentare di nuovi.

Go to TOP