COMMENTO. Il caso Di Matteo-Bonafede: perchè il ministro ha cambiato idea?

Di Matteo afferma testualmente: “Bonafede mi propose di dirigere il Dap. Poi ci ripensò”. Perché? Se per decidere, io chiedo quarantotto ore di tempo, va da sé che chi ha ricevuto tale richiesta, soprattutto per il ruolo istituzionale che riveste, abbia l’obbligo morale di mantenere ferma la proposta per il tempo che ho richiesto. Di conseguenza, la logica mi porta a pensare che se non abbia aspettato i tempi richiesti per la risposta nel frattempo, si è verificato qualche accadimento.

Che cosa è successo? Sempre la logica mi suggerisce che chi non ha mantenuto fede alla parola data abbia subito pressioni, magari semplicemente qualcuno l’ha convinto a cambiare idea. Chi? Confermo che è lecito cambiare idea sul vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma se non ne spieghi il motivo, possono lecitamente sorgere dubbi di ogni genere. Di Matteo tornò a trovare il ministro dicendo che aveva deciso di accettare l’incarico al Dap. Bonafede rispose che nel frattempo aveva disposto di nominare per quel ruolo Basentini. Chiese poi a Di Matteo di accettare il posto di direttore degli affari penali del ministero, già occupato da altro magistrato. Il giorno dopo, giustamente, il magistrato antimafia gli disse di non contare più su di lui. Di Matteo puntualizza: “Ci aveva ripensato o forse qualcuno lo aveva indotto a ripensarci”. E’ tutta qui la questione. Il ministro dice di essere rimasto esterrefatto dalle dichiarazioni del magistrato palermitano. In realtà a me ha colpito la tracotanza con la quale il ministro è passato sopra quest’episodio.

Come se non fosse successo nulla di particolare. Forse non ha compreso che se fai una proposta a un magistrato del livello del dottor Di Matteo e gli dici che hai una doppia possibilità di scelta, tra due incarichi prestigiosi, se sei una persona di parola, devi attendere la sua risposta mantenendo nel frattempo immutata quella proposta. Dobbiamo essere onesti con noi stessi e soprattutto con chi ci legge: il ministro aveva l’obbligo morale di mantenere ferma questa doppia scelta per tutto il tempo chiesto da Di Matteo.

Scaduto il tempo richiesto, il ministro avrebbe potuto agire di conseguenza affidando l’altro incarico a un’altra persona. Così non è stato, visto che – nella ricostruzione dei fatti da parte di entrambi – il ministro prima chiede a Di Matteo di scegliere tra Dap e Direzione affari penali, poi gli spiega di preferirlo per questo secondo incarico – ripetiamo – non libero, nello stesso tempo, ha già preso contatto con un altro magistrato per il vertice dell’Amministrazione penitenziaria. Sempre la logica ci dice che siamo di fronte ad una persona che fa un’altra scelta, senza avvertire Di Matteo che le condizioni erano mutate. Per quanto mi riguarda, penso che il ministro sia venuto meno alla parola data e di conseguenza siamo di fronte ad uno sgarbo di natura etica non certo giuridica. Bonafede, oggi, ha l’obbligo morale nei confronti di tutti i cittadini italiani di spiegare cosa è successo in quelle quarantotto ore e per quale motivo ha cambiato idea. Altrimenti nasce spontaneo il dubbio che si tratti di qualcosa di inconfessabile. Aggiungo che se fossi il ministro renderei chiaro il mio comportamento che così lascia molti dubbi e tutti leciti. Io credo che sia accaduto qualcosa per cui il ministro ha preso una decisione che non ha voluto revocare e che oggi non spiega.

Poteva chiedere a Basentini di optare per altro incarico. Mi sento di precisare inoltre che se risponde al vero che i mafiosi non fossero contenti quando sentirono il nome di Nino Di Matteo, questo mi sembra sia una medaglia al valore civile. Perciò, a maggior ragione, proprio perché ci sono di mezzo i mafiosi e le loro parole, il ministro doveva confermare, senza se e senza ma, Nino Di Matteo. Perché non l’ha fatto? Non condivido neanche chi critica la tempistica del magistrato. Lui è intervenuto soltanto perché è stata data una versione dei fatti pubblica diversa, allora, è comprensibile che abbia deciso intervenire e raccontare i fatti e l’ha fatto con garbo, pacatezza e onestà. Non ho sentito accuse verso alcuno, ha parlato di fatti che peraltro ha ribadito che specificherà nelle sedi opportune se sarà ascoltato.

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). E’ ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla criminalità organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

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