primarie pddi Massimo Calise

Le polemiche, i ritardi, le manovre, oscure ai più, che avvolgono le primarie regionali, anche in Campania, mi spingono a riflettere su questo modello ideale e sulla scommessa, per ora persa, di coinvolgere maggiormente i cittadini nella scelta dei candidati e democratizzare ulteriormente la selezione della classe politica. Mi domando se le primarie stiano rispondendo alle aspettative dell’area politica di centro-sinistra i cui partiti hanno avuto il coraggio ed il merito d’introdurle in Italia.

Che lo strumento dello primarie richiedesse una ponderata regolamentazione, una meticolosa ed attenta organizzazione e, non ultima, una rielaborazione del modello partito è cosa nota che, purtroppo, i dirigenti politici hanno colpevolmente ignorato. Il Prof. D’Alimonte che, già nel 2008, scriveva “è in discussione il ruolo del partito. Con primarie di questo tipo il partito cosa ci sta a fare? I suoi dirigenti e i suoi iscritti che voce hanno? Un partito che delega la scelta dei suoi candidati a cariche elettive e la definizione del programma agli elettori, per di più in primarie aperte, che partito è?”.

Insomma, non solo lui, poneva autorevolmente all’attenzione di tutti la necessità di un cambiamento del modello-partito che l’introduzione delle primarie rendeva ancora più urgente.

Occorreva definire chiaramente i valori guida, i blocchi sociali di riferimento, la struttura organizzativa, il ruolo dei dirigenti e degli iscritti, l’attribuzione dei poteri decisionali, le modalità di elaborazione dei programmi, ecc..

Tutto ciò non è avvenuto e assistiamo, invece, all’emergere di autocandidature, alla sostituzione delle proposte programmatiche di partito (a ogni livello: nazionale, regionale e comunale) con gli stringati proclami dei candidati. Invece di un necessario confronto di idee che faccia risaltare la diversa interpretazione di una base programmatica comune emerge un confronto di individualità e di pacchetti di voti utilizzati dai candidati sul tavolo delle negoziazioni interne al proprio partito in una lotta fratricida.

Primarie siffatte, anziché stimolare il voto di opinione come modalità prevalente di scelta politica hanno accentuato la personalizzazione. Quest’ultima, legata a pratiche antiche e allo stesso tempo molto attuali, si sostanzia nella costruzione minuziosa del consenso basato sul contatto diretto fra elettore e il candidato/eletto o i suoi rappresentanti di zona (portaborse, notabili locali, …).

Tutti questi limiti sono emersi per le primarie regionali campane. Indette per il 14 dicembre 2014 sono slittate, prima all’11 gennaio 2015 e poi al 1° febbraio. Rinvii motivati dal tentativo di comporre lo scontro interno al PD campano e di quest’ultimo con la segreteria nazionale. E non è finita. I candidati al momento sono tre: Andrea Cozzolino, Vincenzo De Luca e Angelica Saggese. Ma una parte del Pd propende per una candidatura unitaria; magari quella di Gennaro Migliore. In alternativa, ed è la soluzione più probabile, si vuole rinviare la competizione forse al 22 febbraio, ed allargare la rosa dei candidati. Soprattutto, occorre tempo per la difficile composizione del problema rappresentato dalla condanna, in primo grado, del sindaco di Salerno De Luca. Quest’ultimo non intende rinunciare alla candidatura creando un serio imbarazzo al partito.

La confusione è tanta e qualcuno, ingenuamente, potrà chiedersi quale sia lo spazio riservato alla discussione dei problemi della regione, quali siano i programmi.

Al momento sono presenti, sul sito www.pdcampania.it, le proposte dei tre candidati; solo una, quella di Cozzolino, ha almeno la forma di un documento programmatico. Gli elettori delle primarie dovrebbero scegliere, al momento, sulla base di tre documenti, rispettivamente di 3, 5 e 24 pagine (al lordo di foto e grafica), scritti dai candidati. Emerge che il Partito democratico non ha un programma per la Campania.

È questo il contesto che dovrebbe stimolare il voto di opinione?

In realtà si tratta di una sfida personalistica dove un ruolo fondamentale avranno le clientele, i fedelissimi, i portaborse. E diviene sospetta l’invocazione delle primarie; occasione, come le elezioni amministrative e politiche, per le figure di secondo piano di mostrare la loro capacità di raccogliere voti. Le primarie diventano così uno strumento di lotta politica approssimativo e semplificatorio.

Non ho voluto unire a queste considerazioni commenti sulle tristi vicende giudiziarie, qui solo accennate, che, anche in questo caso, s’intrecciano con le vicende politiche.

Le primarie sono uno strumento degno della massima considerazione ma, gestite in questo modo non contribuiscono a migliorare la qualità della nostra democrazia; anzi il loro insuccesso alimenta un nefasto clima di sfiducia.

A questo punto la posizione di coloro che, pur di area progressista, vorranno scendere dalla “giostra” delle primarie non mi sembra tanto stravagante!”