“Come la sabbia che prendi in mano e va via con una raffica di vento”, “La giovinezza” di Sorrentino divide la critica

giovinezzaYouth divide la critica. Ancora una volta Sorrentino sconcerta, crea dissenso, moti di insoddisfazione, plausi a scena aperta,  in un mix di reazioni di amore-odio a cui il regista partenopeo ci ha ormai abituato.  .

Tentare di ingabbiare in una trama questo tipico mosaico sorrentiniano di piccole storie e vignette senza tempo, non aiuta a comprendere il senso celato dentro l’ intreccio  delle sue proiezioni visionarie, che si susseguono in un ambiente artificiale chiuso, (una sorta di “laboratorio in vitro”), che simula la realtà nel verde di una placida natura svizzera. Così pure non vale apporre una qualche etichetta, del tipo “postmoderno” o altro, perché lo stile di Sorrentino si sottrae a qualunque catalogazione: è tout court il “suo stile”, piaccia o no. Dove le fantasmagorie stilistiche e gli eccessi debordanti  si alternano a momenti in cui l’artificio costruttivo si rifà pedissequamente al classico e dove peccati mortali d’imperfezione si alternano al perfetto pressoché assoluto, sotto  quei movimenti di macchina e quei piani sequenza “mimetici”, che, in modo vagamente felliniano, ricreano la realtà da dentro l’occhio della macchina

C’è chi  ha definito il film onirico e cerebrale – e in effetti  la ricercata lentezza e la volutamente sofisticata costruzione  di alcune scene può riuscire  gravosa –  ma bisogna dire e sottolineare che è anche una esperienza emotiva che, soprattutto nella parte finale, raggiunge una intensità esaltante.

Anche per Youth vale ciò che Umberto Contarella, (nell’intervista per la serata di premiazione del Premio alla civiltà Veneta dato dalla Fondazione Masi) ha detto a proposito de La grande bellezza  di cui è stato sceneggiatore: l’idea chiave era di raccontare del tempo che si “sgretola come la sabbia che prendi in mano e va via con una raffica di vento”. Da questa stessa idea due anni dopo  trova la sua genesi Youth-La giovinezza.

Paradossalmente proprio La grande bellezza – ritenuta opera maggiore – si presta ad illuminare e valorizzare oltre agli elementi di discontinuità, quelli di continuità  che Youth contiene; considerare entrambi i film, ponendoli in relazione per similarità e contrasto, consente di comprendere meglio il secondo, che segue praticamente “a ruota”

Entrambi sono espressione della decadenza coessenziale a ogni periodo di crisi. In entrambi i film torna il filo conduttore dell’alienazione e della fragilità umana, mentre la realtà resta là fuori e la vita vera è irraggiungibile …

Sfondo de La grande bellezza, si è ripetuto, non è Roma , ma una città  senza identità, un non-spazio: le vestigia splendide del passato non le appartengono più e la loro bellezza a fronte del misto di disgusto, noia, orrore della mise en scène provoca  malessere e pena. I suoi personaggi sono macchiette quando non maschere del provincialismo e della barbarie italiota. Il “mosaico” di storie sorrentiniano vi si compone nel racconto amorale contemporaneo.

In Youth l’ ambientazione “in vitro”  dentro una beauty farm-resort svizzera di ambientazione montana introduce nella sfera privilegiata e chiusa di un eterogeneo gruppo di facoltosi e per lo più attempati esponenti colti della borghesia in declino e  di alcune figure dello star system (tra cui spicca il replicante grottesco del mitico Maradona).

Il nucleo essenziale dei due film, al di là delle differenze, sta nella  constatazione  ultima della fragilità umana (“siamo tutti comparse”), e nell’ossessione della consumazione del tempo mentre incombe la morte.

Ne La grande bellezza era l’alienazione e il cinismo il tema dominante; in Youth è ancora l’alienazione, ma unita al senso della mortalità e del limite, ed all’aspirazione a recuperare una dimensione interiore  perduta e, con essa , il legame con una natura  irreparabilmente estraniata (il ritorno alla “vita semplice”)

In Youth predomina il peso angosciante del tempo: il tempo implacabile che scorre sui corpi e le fisionomie e il tempo sospeso di un’attesa “claustrofobica”, a tratti beckettiana, che Sorrentino qua e là  riversa impietosa e quasi fisicamente disturbante addosso allo spettatore, in una lentezza voluta, che rasenta la staticità, di alcune sequenze

E’ una lentezza disseminata in frammentari episodi, che giunge inattuale e stonata nel nostro tempo performante e accelerato della competizione, della fruizione e del consumo. Un effetto rallentato che, pur nella leggerezza e  vanità di certi momenti,  materializza quasi fisicamente (fin dentro lo spettatore) la “gravità del tempo”, e che accresce l’angoscia di un futuro vissuto ormai come morte da coloro che rivedono il loro passato frangersi “lontanissimo”. Il  presente e i frantumi della realtà si rispecchiano dentro le schegge di quella tipica destrutturazione fantasmagorica che è la cifra stilistica di Sorrentino. Alcuni hanno paragonato all’esplosione del finale di Zabriskie point tale  ricorrente effetto stilistico, ma sarebbe più corretto parlare di frammenti da implosione,  coerentemente con il collasso contemporaneo dei mondi.

Postmodernamente, come in “un film fatto di film”, si dispiega un assemblaggio di citazioni. Le acque avvolgenti fasciano e macerano i corpi, in scoperti richiami  a Greenaway,  mentre una trasparente citazione di Pasolini arrossa di vapori infernali un carnaio dentro una sauna. Atmosfere di frammenti bergmaniani nei dialoghi si dileguano nell’allucinazione pop di un video-delirio… Una felliniana citazione della “città delle donne”  popola di un bestiario di ologrammi femminili la collina, nell’allucinazione del regista Mick, che culmina nella visione di Brenda fatta archetipo de La madre di Gor’kij. Sorrentino cita se stesso, proiettando il volto scheletrico della santa asceta de La grande bellezza nel volto mummificato della moglie defunta di Ballinger (donna virtuosa di rara umanità), che assurge a simbolo dell’estinzione della donna…fino a rendere nell’evocazione la morta atrocemente viva, al punto che il suo spettro – alter ego del soprano – rivive nell’inno alla vita …Contrariamente a quanto ne scrive Peter Bradshaw sul Guardian, l’idea del femminile che emerge non corrisponde a un “rimpianto macho-geriatrico”: vi è molto  di più e di diverso nell’inseguire il fantasma del femminile da parte dei due anziani, che riproiettano nei ricordi e nel sogno il loro inconscio col  suo  bagaglio obsoleto di desideri…

I personaggi di Youth, apparentemente diversi da quelli che popolavano le notti romane, condividono con essi la perdita della memoria, l’incomunicabilità e l’alienazione. Questi superstiti di un mondo borghese tramontato conservano – nell’esorcismo del dolore e dei sentimenti – qualcosa di umano, espresso nel bisogno di un recupero della memoria e dell’interiorità, che avvertono essersi consumata e inaridita E’ un bisogno superficiale che resta “sotto la soglia della coscienza”, che non raggiunge il livello della “coscienza infelice”.

Tra altri,  i grandi autori di riferimento per Sorrentino restano Fellini e Antonioni . Se ne La grande bellezza il mix di satira sociale,  visioni onirico grottesche e  malinconia esistenziale, ricorda di più  Fellini,  in Youth predomina la vicinanza emotiva  ad Antonioni  ( segnatamente a quello a lui più prossimo de La notte), e la fedeltà al tema privilegiato della solitudine come condizione esistenziale e condanna all’incomunicabile. Ma  in Sorrentino la solitudine è ormai interamente segnata dalla consapevolezza dell’impossibilità di comunicare , e prevale la convinzione che  soltanto il lasciarsi attraversare dal flusso della sensibilità e delle emozioni abbia un senso, e che anzi sia questa  la via per ritrovare il senso.

Il rimando a La notte – già fatto da Contarella e dallo stesso Sorrentino a proposito del suo film precedente –  vale ancor più per  Youth, ove  le similitudini appaiono  più calzanti, anche per l’appartenenza dei personaggi ad una borghesia che conserva legami con la tradizione. La notte (1961, secondo film della trilogia dell’incomunicabilità) è momento essenziale all’interno delle dinamiche della cultura italiana di quegli anni, ricca di avanguardie letterarie e artistiche. Sorrentino con Antonioni (come per certi aspetti anche con  Pasolini e Rossellini) condivide la tematica dell’alienazione. Lo sguardo di entrambi sull’alienazione tuttavia diverge.

 Quello di Antonioni è uno sguardo apocalittico sulla coscienza, sulla percezione dell’ interiorità alienata, che rivela che i valori tradizionali non sono più sufficienti a sorreggere la vita interiore dei personaggi. Al tempo di  Antonioni l’alienazione  rappresenta  la borghesia in ascesa, in pieno boom economico,  ove   lo smarrimento della “coscienza infelice” viene espresso come vago senso di colpa o di ingiustizia in personaggi “vittime” dell’alienazione. L’alienazione dei personaggi di Sorrentino ha sullo sfondo la crisi  e la decadenza di una borghesia e di un sistema fagocitati dalla globalizzazione. I suoi personaggi perdono ogni distanza critica e divengono un tutt’uno con la loro alienazione, che – come nel caso del protagonista de La grande bellezza – degenera nel cinismo. Jep è un campione di cinismo. Per converso, i due protagonisti maschili di Youth  preservano una distanza (scevra di riflessione critica) dall’alienazione,  e intimamente  aspirano ancora alla “vita vera” , nel ricorso alla memoria e all’arte.

Su una linea di dis-continuità e con esiti più o meno convincenti,  i personaggi di Sorrentino – amputati dell’umano e imprigionati in  maschere – continuano in modo e grado diversi a incarnare una verità apocalittica: che siamo automi mortali e fragili, in cui l’anima è un soffio interiore e segreto, comparse che il tempo spazza via, la cui vita è appesa alla musica di una “canzone semplice” che richiede molta arte.

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In nota. I tributi all’interpretazione di Michael Caine e Harvey Keitel non hanno bisogno aggiunte. Buoni gli altri. Peccato che una splendida Jane Fonda sia stata lasciata un po’ in ombra:  impeccabilmente volgare, senza cuore, appassionata e mostruosa.

Postilla: per “La notte” rinvio all’articolo di riferimento “La notte, di Michelangelo Antonioni” di Tonino de Pace,  Sentieri Selvaggi, 20 maggio 2015
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