Il giorno dopo l’assemblea nazionale del Pd, «un po’ inutile, è servita solo a regolarizzare la situazione di Martina» (copyright scorato di Beppe Sala), le macerie di un partito incapace di elaborare il lutto del 4 marzo sono ancora tutte lì. Alimentate anzi da una nuova spaccatura — l’attacco a freddo di Matteo Renzi contro Paolo Gentiloni, accusato di essere uno degli artefici della sconfitta — che le rende addirittura più ingombranti e difficili da rimuovere. Col risultato di isolare ulteriormente il senatore di Firenze, di rafforzare il fronte a lui contrario e di riaprire ferite mai rimarginate. «Gentiloni va solo ringraziato per il prezioso lavoro svolto in un anno molto complicato, le critiche nei suoi confronti sono sbagliate e ingiuste», prende subito le distanze il neosegretario. In perfetta sintonia con quel «Matteo è imbarazzante» sibilato dall’ex premier subito dopo l’intervento in assemblea del suo predecessore, che pure lo aveva voluto a Palazzo Chigi. «L’affondo di Renzi proprio non me l’aspettavo», insiste Martina, «queste divisioni interne non hanno senso, io voglio un Pd diverso, va attaccata la destra pericolosa ora al governo, non chi di noi ha servito bene il Paese». Una posizione largamente condivisa sulla nave in tempesta che è ormai il Pd. «Un partito in crisi puberale dal 5 marzo» secondo Carlo Calenda: «Siamo ancora fermi al “chi ha sbagliato”. Così non si va da nessuna parte», affonda l’ex ministro dello Sviluppo. «Ci aspettano almeno sei mesi di discussioni congressuali totalmente concentrate sull’ombelico di una classe dirigente in scontro perenne. Bisogna andare oltre». Argomenti che finiscono per scatenare la reazione stizzita dell’ex leader: «La mia non è polemica, solo politica» si difende Renzi sui social, lanciando l’ennesimo guanto di sfida a chi, a suo giudizio, passa il tempo a demonizzarlo. «Sono pronto a confrontarmi con tutti su tutto, dall’Europa e l’immigrazione fino ai vitalizi o ai voucher», scrive il senatore fiorentino. «Prima o poi sarà chiaro anche a quelli che insistono con le divisioni interne e le lotte fratricide che stanno attaccando il Matteo sbagliato».

L’amarezza di Gentiloni

Nel day after del Pd, a sentire i suoi amici, Paolo Gentiloni è infuriato con Matteo Renzi, offeso per l’attacco subito sabato e molto amareggiato sul piano politico. Gentiloni non ha mai nascosto che la responsabilità della sconfitta alle Politiche sia anche sua. Perché, malgrado i buoni risultati del suo governo, il voto del 4 marzo è un giudizio su un’intera classe dirigente, su un’offerta politica: questa è la considerazione che fa l’ex premier. Ma un conto è condividere le responsabilità, altro è attaccare a testa bassa per spaccare il campo. “Non è un club di nobili” Renzi invece è stupito di tanta arrabbiatura, in pubblico sfodera una delle sue battute, «non faccio polemica ma politica». Fatto sta che la ferita inferta strappa un rapporto già logorato da mesi, produce una rottura politica che porterà dirette conseguenze. E la prima di queste è che «se aveva qualche residuo dubbio fino all’altro ieri a sostenere una candidatura antitetica come quella di Zingaretti, assai temuta da Matteo, oggi Paolo quel dubbio non lo ha più», garantisce uno dei dirigenti Pd a lui più vicini. E se Gentiloni è disponibile «a dare una mano a Zingaretti» è anche perché l’interessato ha fatto sapere chiaramente di non ambire a una corsa doppia, per segretario Pd e candidato premier del centrosinistra, quando sarà il momento. Anzi. L’altro giorno, quando usciva dal’Ergife dopo l’assemblea dei rancori, a chi gli chiedeva se lui fosse d’accordo a separare le due cariche, come previsto dalle modifiche allo Statuto già messe in cantiere da tutte le correnti, Zingaretti rispondeva placidamente «ma sì». Come dire per me non sarà un problema. Con l’appoggio di Gentiloni, che pure non è vicino alla cultura politica ex diessina di Zingaretti, si profila un possibile ticket: un domani, se ad esempio si dovesse andare a votare in parallelo alle Europee, Gentiloni potrebbe presentarsi come candidato premier di una coalizione che avrebbe come baricentro un Pd guidato da un segretario di sinistra come Zingaretti. Propenso ad aprire al dialogo con i grillini, così come Gentiloni invece interpreta meglio la parte moderata del paese